Intensità di cura

imageIntensità di cura e complessità: dall’hosting al case management

L’ospedale per intensità di cura è il modello organizzativo che si colloca in continuità nel lungo processo di cambiamento, volto a caratterizzare sempre di più l’ospedale come luogo di cura delle acuzie. Il livello di cure richiesto dal singolo caso consegue a una valutazione di instabilità clinica, associata a determinate alterazioni dei parametri fisiologici e alla complessità assistenziale.

La graduazione dell’intensità delle cure permette di rispondere in modo diverso e appropriato con tecnologie, competenze, quantità e qualità del personale assegnato ai diversi gradi di instabilità clinica e complessità assistenziale. L’organizzazione richiede nuovi ruoli professionali, nuovi strumenti e un rimodellamento della presa in carico del paziente, perché sia il più possibile personalizzata, univoca, condivisa a tutti i livelli di cura.

Occorre quindi passare dall’idea di curare la malattia a quella di farsi carico del malato, dall’hosting al case management.

Questo determina la necessità di introdurre modelli di lavoro multidisciplinari per percorsi e obiettivi, con definizione di linee guida e protocolli condivisi, e presuppone la creazione di un team multidisciplinare capace di operare secondo tale impostazione concettuale. In base a tale approccio, medici e infermieri sono chiamati a una funzione di primissimo piano nello sviluppo di tutte le attività comprese nel percorso diagnostico,terapeutico e assistenziale del paziente. A qualsiasi livello d’intensità di cura ci sono complessità assistenziali diverse. A volte instabilità e complessità assistenziale coincidono perfettamente, in molti casi no. I setting assistenziali si sviluppano prevalentemente su 3 livelli:

Livello di intensive care che comprende le terapie intensive e sub intensive; deve essere centralizzato, polivalente e curare la reale instabilità clinica; l’accesso a questo livello è caratterizzato dalla instabilità del paziente e deve avvenire in una logica di appropriatezza.

Livello di high care costituito dalle degenze ad alto grado di assistenza di breve durata, nel quale confluisce gran parte della casistica, è caratterizzato dalla complessità, una elevata variabilità della complessità medica ed infermieristica.

Livello di low care che è invece dedicato alla cura delle post-acuzie. Fanno parte di questo livello le degenze a basso grado di assistenza. E’ da ritenere che la low care identifichi un’area in cui vengono accolti pazienti con comorbidità, che necessitano ancora di assistenza sanitaria, ma non ad alto contenuto tecnologico ed ad alta intensità assistenziale.

L’ospedale sarà quindi organizzato in strutture modulate sull’intensità di cura, all’interno delle quali si svolgeranno i percorsi di presa in carico da equipe di lavoro multidisciplinari e multi professionali. Il fine che ci si propone è garantire una assistenza ottimale e appropriata ad ognuna delle fasce di appartenenza in cui vengono suddivise i pazienti.

Progetto di Riabilitazione Globale

Progetto di Riabilitazione Globale – Tesi di G.Baldino

ABSTRACT

La seguente trattazione vuole presentare un Progetto di Riabilitazione Globale attraverso l’Osservatorio Operativo Aziendale per Continuità Assistenziale con la figura del Case Manager e verrà sviluppata attraverso l’analisi dei seguenti argomenti:

  • Le Difficoltà delle Dimissioni Ospedaliere
  • La valutazione del Progetto Ricerca-Azione ,aggiornamento PAFF 2007
  • Lo sviluppo di uno Studio Clinico Osservazionale
  • La descrizione dei Materiali e dei Metodi
  • Scale di Valutazione
  • Indagine Conoscitiva
  • Competenze Avanzate delle Figure Professionali
  • Buone Prassi
  • Metodologia della Medicina Narrativa
  • Nuovo Metodo di Riabilitazione
  • Presa in Carico del Paziente
  • La descrizione dei Parametri di misurazione degli esiti dell’attività dell’Osservatorio.

 

Il Nuovo Metodo Riabilitativo non sarà più affidato ad una “ Logica Prestazionale” ma sarà orientato per organizzare un’attività neuro-motoria e respiratoria specifica e adattata in misura temporale congrua ai bisogni reali di partecipazione del paziente .

Attraverso una attenta e scrupolosa “ Decisione Prognostica” con regole ispirate a un Processo Integrato di Presa in Carico della Persona con una  “ Logica puramente Riabilitativa” dove la Persona Disabile è al Centro del Sistema per ottenere una più ricca Qualità della Vita , la sua Integrazione Sociale, Lavorativa e Sportiva avendo come riferimento il Modello Bio-Psico-Sociale

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Concetto di complessità 

complessit1Malattie croniche e complessità

Le malattie croniche rappresentano il principale problema di salute pubblica nei Paesi occidentali, oltre a minare a fondo la sostenibilità dei sistemi sanitari. Queste patologie sono responsabili del 92% di tutte le morti nel nostro Paese, con una maggiore rilevanza delle patologie cardiovascolari (41%) e dei tumori (28%). Il miglioramento delle cure, combinato al crescente invecchiamento della popolazione, pone notevoli pressioni gestionali ed economiche sui Sistemi Sanitari Nazionali. In particolare, la crescente prevalenza di pazienti con più patologie un terzo della popolazione adulta e oltre due terzi della popolazione anziana  pone molteplici sfide, fra cui la definizione di Linee guida di trattamento per questi pazienti, oltre all’individuazione di parametri di esito che tengano conto della complessità clinica. Un approccio mirato alla complessità consentirà di ottimizzare le proposte terapeutiche, muovendosi così in uno scenario di medicina reattiva e personalizzata in grado di migliorare il rapporto costo-beneficio degli interventi.

Modelli gestionali per la gestione della complessità

La realizzazione di un modello di assistenza sanitaria che possa prendere in carico in modo sostenibile i pazienti con patologie croniche richiede una nuova definizione dei modelli gestionali. In tale ottica lo sviluppo di una “sanità d’iniziativa”, ovvero di un modello assistenziale che sia in grado di intervenire, quando possibile, prima dell’insorgere della malattia e di gestire la malattia stessa in modo tale da rallentarne il decorso e limitarne le riacutizzazioni, garantisce al paziente interventi adeguati e differenziati in rapporto al livello di rischio.

 Il Chronic Related Group (CReG) della Regione Lombardia classifica gli assistiti in funzione della cronicità individuando, con una particolare tecnica di clusterizzazione, le prestazioni più probabili e ridefinisce, di conseguenza, un Piano di Assistenza Individuale. Il CReG “fotografa” l’assistito nella sua condizione reale di bisogno con l’obiettivo di farsene carico nel modo più esaustivo possibile, organizzando un modello assistenziale che supporti il paziente e incrementi la sua compliance con le cure di cui ha bisogno.

L’Expanded Chronic Care Model (Expanded CCM) della Regione Toscana supera l’approccio per patologia e focalizza l’attenzione sul rischio, classificando i pazienti in base al rischio di cronicità. Inoltre, espande l’attenzione alle condizioni non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche e culturali degli assistiti e alla prevenzione primaria.

Tratto da ” Quaderni del Ministero della Salute” N°23

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Audit Clinico

AUDITIl Processo dell’Audit Clinico

da “Come condurre un audit clinico a beneficio dei pazienti” di Nancy Dixon ed.ita di Wienand Ulrich edizione Healthcare Quality Quest 

L’audit clinico è un’attività sistematica che applica le conoscenze della buona pratica clinica al lavoro quotidiano di assistenza al paziente. Per questo è un metodo accettato dai professionisti per condividere la valutazione della loro performance e per esplicitare la propria responsabilità anche sul piano sociale riguardo la qualità dell’assistenza.

Il processo di un audit clinico è stato descritto come:

  1. dire cosa dovrebbe accadere ai pazienti;
  2. assicurarsi, attraverso una verifica, che ciò che accada veramente
  3. agire sui risultati.

 

Vantaggi dell’Audit Clinico

Dunque il processo dell’Audit clinico:

  1. mostra che l’assistenza erogata quotidianamente è coerente con le evidenze della buona pratica;
  2. nel caso in cui non siano disponibili evidenze valide su pratiche assistenziali, dimostra che le vostre cure sono coerenti con quanto ritenuto in maniera condivisa nel vostro ambito di lavoro come buona pratica clinica;
  3. aiuta a trovare esattamente gli ambiti in cui sono necessari dei miglioramenti nella pratica è né facilita la realizzazione;
  4. aumenta la consapevolezza su quale informazione vada riportata nella cartella clinica di un paziente, sia essa cartacea o elettronica;
  5. dà la possibilità ai membri del gruppo di apprendere dalla pratica corrente e di lavorare insieme alla realizzazione dei cambiamenti.

 

Definire l’Audit Clinico

il significato di audit  […]

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Case management: funzioni

case_manager_gift_worlds_best_mugLe funzioni principali del Case Management

di Jose Fernandez, Bleddyn Davies Pssru/London School of Economics
La traduzione dall’inglese è stata svolta da Chiara Pandolfini (Bacherlor of Arts) e Lorenzo Marco Rossi (Ingegnere).
Adattamento e sinossi a cura di Bascelli Emanuele

Definire le funzioni fondamentali e sovente concentrare la responsabilità per il loro svolgimento è fondamentale in questo approccio. Il modo in cui ogni compito viene svolto dovrebbe tenere conto delle più ampie caratteristiche ed obiettivi delle politiche sociosanitari. Il resto della sezione discute ciascuna funzione compresa in un efficace pratica del case management.

Individuazione del caso (case finding)
Il case finding è l’identificazione e la presa in carico di coloro i quali avrebbero maggior beneficio dal case management. Le caratteristiche che permettono di beneficiare maggiormente dal case management includono:

  1. grande diversificazione tra i casi;
  2. instabilità nelle condizioni degli utenti;
  3. necessità di diversi tipi di contributi (input) forniti da diversi enti o da settori differenti di uno stesso ente;
  4. la necessità di compiere interventi assistenziali in momenti nei quali non c’è solitamente disponibilità di servizi.

 

Valutazione
La valutazione deve inserire la comprensione dei bisogni individuali nell’ambito degli obiettivi e delle priorità definiti dalle autorità competenti, concordando gli interventi con gli utenti. Richiede:

  1. un’investigazione sistematica, comprensiva di visite domiciliari, delle circostanze, delle aspirazioni e della percezione dei problemi dell’utente e della famiglia, e la comprensione delle loro necessità, desideri e valori;
  2. l’individuazione dei punti di forza su cui costruire;
  3. l’inizio di un processo che nel tempo porterà a valutare l’impatto degli interventi compiuti;
  4. il mettere le basi per un rapporto proficuo con l’utente ed i principali caregiver informali. La valu- tazione intende essere “olistica” e comprendente tutte le dimensioni rilevanti (capacità funzionali, salute, condizione emotiva, legami sociali, ambiente e risorse, stress, sostegno informale ed anche altre dimensioni rilevanti).

 

Progettazione e attuazione del piano d’intervento
La valutazione, secondo la classificazione delle funzioni del case management, deve anticipare ed essere distinta dalla fase di progettazione. Ciò al fine di fare sì che la valutazione si concentri sui bisogni e sulle caratteristiche degli utenti e sia il meno possibile condizionata dai servizi disponibili. La separazione della valutazione dalla fase di fornitura dei servizi rimuove il conflitto tra gli interessi dell’utente e quelli dell’erogatore.

Monitoraggio e revisione (review)
La continuità delle responsabilità costituisce un aspetto fondamentale del case management. Tale continuità si manifesta nella ripetizione del processo ciclico di valutazione-progettazione- erogazione-rivalutazione-aggiustamento del piano, sino alla eventuale chiusura del caso. La continuità si manifesta anche nel contatto frequente e ravvicinato con l’utente e i caregiver.

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Scuola, tecnologia e disabilità 

Scuola, un quarto degli istituti non ha tecnologie per gli alunni disabili

Il sole 24 ore sanità, 7 marzo 2016

In Italia sono oltre 235mila gli alunni disabili (il 2,7% del totale), ma negli istituti scolastici sono ancora troppe le barriere che impediscono l’inclusione. La denuncia arriva da Exposanità, la manifestazione italiana dedicata ai temi della sanità, dell’assistenza e dell’inclusione che si svolgerà dal 18 al 21 maggio a Bologna. E che, incrociando dati Miur e Istat riferiti all’anno scolastico 2014-2015, scopre anche che nel nostro Paese il rapporto tra numero di alunni con disabilità e posti per il sostegno, dopo aver raggiunto quota 2,09 nell’anno scolastico 2009-2010, è ritornato a 1,85 nel 2014-2015.

I numeri

I dati dicono che il 10% degli alunni disabili frequenta la scuola dell’infanzia, il 37% la scuola primaria, il 28% la scuola secondaria di primo grado e il 25% la scuola secondaria di secondo grado. L’incidenza più elevata di alunni con disabilità si segnala in Abruzzo (3,3% sul totale degli alunni della regione), Lazio (3,2%) e Liguria (3%), mentre Basilicata (2%), Calabria (2,1%) e Friuli-Venezia Giulia (2,1%) sono le regioni con il tasso più basso.

Troppe barriere 

Assenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni con disabilità sensoriali , mancanza di percorsi interni ed esterni accessibili, scarsa presenza di tecnologie informatiche per l’apprendimento. Sono queste le maggiori barriere esistenti nelle strutture scolastiche italiane, un grande limite – spiega Exposanità – se si considera che il 65,3% degli alunni con disabilità ha un deficit di tipo intellettivo, il 3,5% motorio, il 2,7% uditivo e l’1,6% visivo.

Per quanto riguarda le barriere tecnologiche, circa un quarto delle scuole non ha postazioni informatiche destinate alle persone con disabilità,mentre sul fronte degli strumenti didattici compensativi se il 35% non ne fa uso, è ben il 25% degli alunni ad avvalersi di software per l’apprendimento. Più in generale, a disposizione degli studenti affetti da disabilità ci sono pc, tablet, registratori, lettori cd/dvd, fotocamere che permettono la personalizzazione della didattica (per il 47% degli alunni con sostegno).

Parlando delle barriere architettoniche, secondo i dati Miur e Istat dicono che oltre l’80% delle scuole ha scale a norma (82,4% di scuole primarie e 89,5% di secondarie di primo grado) e servizi igienici a norma (80,6% di scuole primarie e 84,3% di secondarie di primo grado), mentre mappe a rilievo e segnali visivi, acustici e tattili sono presenti in solo 3 scuole su 10, sia a livello primario (29,3%) sia secondario di primo grado (30,1%).

Il nodo sostegno 

Se il sostegno gioca un ruolo chiave nell’integrazione, nel nostro Paese c’è ancora molto lavoro da fare. I numeri citati da Exposanità dicono che il rapporto alunni disabili – docenti di sostegno è generalmente basso, soprattuto al Sud: in Molise viene affidato un incarico per il sostegno ogni 1,38 alunni con disabilità, in Calabria uno ogni 1,49. Viceversa, il rapporto aumenta al Nord, dove spiccano Veneto (2,10) e Liguria (2,09).

Approfondimenti: FIA Fondazione italiana per l’autismo

Mass Gathering Medicine

img_0917.jpgPer un nuovo approccio alla medicina degli eventi di massa

La Mass Gathering Medicine (o medicina degli eventi di massa) è una branca della medicina relativamente nuova, che vuole sviluppare un sistema idoneo a gestire le conseguenze sanitarie date dalla presenza contemporanea in un unico luogo di migliaia di persone. Purtroppo non esiste un modello adatto a tutte le occasioni perché ogni evento ha caratteristiche proprie che devono essere tenute in considerazione, quali caratteristiche geografiche e climatiche della sede, tipologia dei visitatori (un pellegrino della Mecca è diverso dal tifoso dei Mondiali di calcio), dalle caratteristiche delle strutture sanitarie del Paese ospitante.

Tuttavia riuscire a “sopravvivere” a un evento di massa è possibile se i portatori di interesse nazionali, le organizzazioni sanitarie internazionali, come OMS, gli organizzatori di eventi riescono a collaborare prima dell’evento per analizzare la situazione, mettere in evidenza i possibili rischi sanitari in modo da organizzare piani di intervento ben calibrati per l’evento e in grado di prevenire la comparsa di malattie. Va poi data anche attenzione alla gestione delle maxiemergenze legate a possibili attentati terroristici, batteriologici, chimici o nucleari.

La nascita di una medicina degli eventi di massa è utile anche a raccogliere le esperienze che si stanno accumulando nel tempo in un’area così complessa dove devono essere integrate competenze e visioni molto diverse che includono la gestione delle malattie, ma anche delle strutture e delle politiche sanitarie e delle emergenze.

L’ampia possibilità dei case manager nella medicina degli eventi di massa è ancora da studiare e da approfondire poiché le competenze richieste sono multidisciplinari.

Se sei uno studente, contatta OsNaCC E AcademyCM per un supporto e sostegno metodologico.

Approfondimenti: The Lancet Mass gatherings medicine,

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Infermieri e demansionamento 

 Dal Sole24 ore sanità: Gli Infermieri, un profilo a metà

Di Stefano Simonetti

Il Sole24 ore Sanità – 23 marzo 2016

Una recente sentenza della magistratura del lavoro ha fornito una lettura piuttosto interessante del demansionamento o, meglio, del rifiuto del dipendente pubblico di svolgere mansioni inferiori a quelle che lui doveva compiere. La vicenda riguarda un infermiere di una grande Azienda.

Quando si parla di mansioni del dipendente pubblico normalmente ci si riferisce alla problematica dello svolgimento di mansioni superiori per il quale, come è noto, vige una disciplina speciale del tutto diversificata da quella del codice civile, contenuta nell’articolo 52 del decreto legislativo 165/2001.

Quando si parla di mansioni del dipendente pubblico normalmente ci si riferisce alla problematica dello svolgimento di mansioni superiori per il quale, come è noto, vige una disciplina speciale del tutto diversificata da quella del codice civile, contenuta nell’articolo 52 del decreto legislativo 165/2001.

Meno frequente è l’occasione di trattare il tema delle mansioni inferiori rispetto alle quali, nel silenzio del citato articolo 52, si applica invece la medesima normativa civilistica ex articolo 2103 che, peraltro, è stato recentemente modificata in modo decisamente innovativo nel nuovo sesto comma da parte di uno dei decreti delegati del Jobs Act (articolo 3 del Dlgs 81/2015).
In tale contesto, una recente sentenza della magistratura del lavoro ha fornito una lettura piuttosto interessante del demansionamento o, meglio, del rifiuto del dipendente pubblico di svolgere mansioni inferiori. La vicenda riguarda un infermiere di una grande Azienda ospedaliera ma, per i contenuti e i richiami normativi, è del tutto estensibile alla totalità dei lavoratori pubblici.

La pronuncia è quella della Corte di appello di Roma – II sezione lavoro del 17 novembre 2015 con la quale è stata annullata la sentenza di I grado che aveva dato ragione all’infermiere che si era rifiutato di confezionare i Rot (rifiuti ospedalieri tossici) in caso di assenza di personale ausiliario – come prescritto da una circolare interna della quale con il ricorso si chiedeva la disapplicazione – ritenendo che la mansione non rientrasse tra le sue attribuzioni.
Il giudice del lavoro adito aveva deciso che la mansione di cui si tratta non spetta agli infermieri bensì al personale Ota (sic). In appello è stato invece ricordato che per aversi demansionamento è «necessario il prevalente e costante svolgimento di compiti afferenti a un livello di inquadramento inferiore a quello di assunzione».

Per giungere alle conclusioni la Corte di appello ha valutato le osservazioni delle controparti che si erano essenzialmente fondate su di una questione formale.
L’azienda ricorrente richiamava infatti l’articolo 49 del codice deontologico della professione infermieristica che sancisce il principio della compensazione dei compiti correlato alla responsabilità su tutti gli aspetti igienico sanitari del reparto.

L’infermiere convenuto, da parte sua, aveva controbattuto che tale attività di supplenza deve in ogni caso riferirsi alla qualifica immediatamente inferiore che, secondo la parte appellata, è quella di infermiere generico. È stato agevole per la Corte ricordare che l’infermiere generico è una figura abolita per cui «a tutt’oggi la qualifica di ausiliario risulta essere immediatamente inferiore a quella di infermiere professionale».

In disparte dalla confusione sui profili (l’aggettivo “professionale” non esiste più, anche l’Otaa – e non l’Ota! – è a esaurimento, si dimentica del tutto il profilo dell’Oss) e dalla esigibilità giuridica del Codice deontologico nell’ambito del rapporto di lavoro contrattualizzato, la decisione è stata affidata, come si diceva, a un mero formalismo consistente nella verifica di quale sia il profilo immediatamente inferiore a quello dell’infermiere al fine di ritenere o meno legittima la compensazione delle mansioni.
La difesa dell’Azienda, tra l’altro, non ha nemmeno ricordato che lo stesso contratto collettivo di categoria prevede tale fattispecie, peraltro in modo ben più chiaro e sostanziale. Infatti l’articolo 13, comma 5, del Ccnl del 7 aprile 1999 stabilisce testualmente che «ciascun dipendente è tenuto a svolgere anche attività complementari e strumentali a quelle inerenti lo specifico profilo attribuito i cui compiti e responsabilità sono indicati a titolo esemplificativo nelle declaratorie…».
Orbene, risulta evidente che svolgere saltuariamente e per necessità organizzative motivate mansioni proprie di un profilo inferiore – ma anche superiore, evidentemente – non costituisce violazione dell’articolo 52 del Dlgs 165/2001 e rientra nei compiti istituzionali e nei doveri di ufficio.

Va ricordato in proposito che sono decenni che è stato superato il famigerato mansionario cioè quel modello organizzativo rigido e vincolante che faceva rispondere “non mi compete” ogni qual volta al dipendente fosse stato richiesto qualcosa di più o di diverso. Prima dell’introduzione delle qualifiche funzionali il sistema fortemente gerarchizzato imponeva una organizzazione del lavoro fordista nella quale le competenze erano nettamente separate e avulse da quelle del collega sovraordinato.
Nella tipica organizzazione amministrativa italiana – quella ministeriale – un atto amministrativo veniva adottato secondo questo schema: un funzionario direttivo minutava l’atto, un impiegato esecutivo lo batteva a macchina, il dirigente lo firmava e, ad abundantiam, un commesso portava i fogli da una stanza all’altra per i rispettivi adempimenti. Tale organizzazione postulava la piena occupazione, anzi c’è da credere che gli organici pletorici fossero la causa giustificatrice del sistema.
Quando nei primi anni Novanta la Bocconi si interessò al nascente processo di aziendalizzazione delle Usl – intuendo l’enorme potenzialità del fenomeno – i suoi docenti erano soliti rappresentare il dipendente pubblico come un soggetto con un revolver sempre pronto nella fondina: il mansionario. Veniva estratto ogni qualvolta si chiedeva qualcosa, anche banale ed estremamente contingente, che non fosse espressamente previsto nel mansionario. Era normale la polemica del funzionario direttivo che si rifiutava di scrivere a macchina, di fare fotocopie e altri compiti esecutivi o quella della dattilografa che faceva finta di non capire cosa avesse scritto perché non era una impiegata di concetto.
Con il passaggio dalla direzione per atti a quella per obiettivi lo schema di cui sopra è (si spera) completamente superato anche perché la forte riduzione degli organici non lo permetterebbe più. Tra l’altro un tale sistema rigidamente parcellizzato è assolutamente incompatibile con la natura aziendalistica delle attuali realtà sanitarie nelle quali le parole d’ordine sono flessibilità e lavoro di squadra.
Nello specifico degli infermieri è stata considerata una grande vittoria per la professione l’abrogazione del mansionario contenuto nel Dpr 225/1974 a opera della legge 42/1999 che ha elevato quella dell’infermiere – che perse l’aggettivo “professionale” – a professione sanitaria (non più ausiliaria) con il contestuale riconoscimento del percorso di studi a livello universitario. Tuttavia le competenze e le attribuzioni del “nuovo” infermiere non sono state subito così lineari e definite; lo stesso Dm 14 settembre 1994 n. 739, che definisce il profilo, è francamente troppo generico. Con la conseguenza che da 20 anni la problematica di cosa deve o può fare l’infermiere è di forte attualità tanto da giungere al famoso (o sarebbe meglio dire famigerato) comma 566 della legge 190/2014 che ha ritenuto di risolvere la questione del perimetro delle competenze infermieristiche in relazione all’atto medico mediante un accordo Stato-Regioni che, peraltro, non vedrà mai la luce per la netta e insormontabile ostilità da parte dei medici.

A oggi la norma è servita soltanto per illudere una delle parti in causa dell’imminente nascita dell’infermiere specializzato e, nei confronti della controparte, per dimostrare una volta di più la propria chiusura a qualsiasi innovazione che determini perdita di potere o prestigio per la professione medica.

Nota della redazione scientifica OsNacc e AcademyCM

Al di là di meccanismi politici perversi e di situazioni incomprensibili che non ci riguardano affatto, noi di AcademyCM pensiamo che gli infermieri in ogni turno loro di lavoro, in ogni giornata di assistenza offrono il proprio impegno professionale sempre per il bene del malato, del servizio, della propria azienda e soprattutto per la cura del paziente. Gli infermieri hanno ben chiaro chi è il loro principale interlocutore: una persona che ha bisogno di assistenza, di aiuto e di cure. Come non ricordare i tanti infermieri che, autonomamente e a proprie spese, studiano tutta la propria vita professionale, per migliorarsi, per crescere, per essere sempre pronti ai diversi bisogni innovativi di cure, fino divenire ALTAMENTE SPECIALISTI nei propri ambiti di cura. Nel corso degli anni certamente di strada ne è stata fatta, e se ancora oggi manca qualcosa per ottenere quel riconoscimento reale e probabilmente dignitoso  dalle istituzioni, sappiamo bene che un infermiere, a prescindere, ogni giorno darà sempre e comunque tutto se stesso sempre per il bene del paziente per dell’amor proprio al lavoro.

Ricordatevi:…noi siamo pronti!

Codice deontologico e diritto

Ordini professionali: le norme del codice deontologico non sono assimilabili a quelle di diritto. Lo ha ribadito una sentenza della Cassazione

Le norme presenti in un codice deontologico di un ordine professionale non sono equiparabili a quelle di diritto che operano nell’ordinamento generale, né possono essere considerate tali nell’accezione e ai fini di cui all’articolo 360 n. 3 del Cpc . Lo hanno ribadito i giudici della Suprema corte con la sentenza n. 23017 dell’11 novembre 2015.

Un principio consolidato – In particolare, viene richiamata in motivazione nella pronunzia in rassegna, la sentenza della Cassazione del 23 gennaio 2007 n. 1476, secondo cui le norme del codice deontologico di un ordine professionale, al di fuori dell’ambito disciplinare, non sono assimilabili a norme di diritto operanti nell’ordinamento generale, né possono essere considerate tali nell’accezione e ai fini di cui all’articolo 360 n. 3, del Cpc.
Analogamente, nell’ambito della violazione di legge – in relazione alla quale (oltre che per incompetenza ed eccesso di potere) le decisioni del Consiglio nazionale forense sono ricorribili per cassazione (art. 56 del regio decreto – legge 27 novembre 1933 n. 1578 e articolo 111 della Costituzione) – va compresa anche la violazione delle norme del codice deontologico dell’Ordine professionale, trattandosi di norme giuridiche obbligatorie valevoli per gli iscritti all’albo degli avvocati che integrano il diritto oggettivo ai fini della configurazione dell’illecito disciplinare, Cassazione, sentenza 23 marzo 2004, n. 5776.
Sempre nel senso che nell’ambito dei giudizi disciplinari le norme del codice deontologico di un ordine professionale assumono il rango di norma di diritto ai fini del sindacato di legittimità, Cassazione, sentenze 3 marzo 2011 n. 5116 (resa con riguardo all’articolo 29 del codice deontologico degli architetti), sezioni Unite, 7 luglio 2009 n. 15852 (secondo cui le previsioni del codice deontologico forense hanno la natura di fonte meramente integrativa dei precetti normativi e possono ispirarsi legittimamente a concetti diffusi e generalmente compresi dalla collettività) e 14 luglio 2004 n. 13078, secondo cui il codice disciplinare dei geometri assume il rango di norma di diritto e, quindi, l’interpretazione della norma appartenente al codice deontologico costituisce una questio iuris, come tale prospettabile dinanzi al giudice di legittimità come violazione di legge, e non una quaestio facti, in ordine alla cui soluzione il sindacato della cassazione è limitato al controllo sull’esistenza e la legalità della motivazione.
In tema di tutela della riservatezza – Al riguardo – peraltro – in molteplici occasioni – specie in tema di tutela della riservatezza – la Suprema corte ha affermato che il codice deontologico dei giornalisti costituisce fonte normativa integrativa (ad esempio, Cassazione, sentenze 6 giugno 2014, n. 12834, secondo cui la pubblicazione su un quotidiano della foto di una persona ritratta al momento del suo arresto è legittima se sia rispettosa – tra l’altro – anche delle particolari cautele imposte a tutela della persona ritratta, previste dall’articolo 8, primo e secondo comma, del codice deontologico dei giornalisti, che costituisce fonte normativa integrativa, e 24 aprile 2008 n. 10690, nonché 25 giugno 2004 n. 11864, ove – in entrambe – il rilievo che il rispetto delle previsioni deontologiche è condizione essenziale per la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali e, se tali presupposti non sussistono, il consenso dell’interessato è imprescindibile e la diffusione del dato senza quel consenso è suscettibile di essere apprezzata come fatto produttivo di danno risarcibile ai sensi dell’articolo 18 della legge n. 675 del 1996)

Consenso informato e opuscolo informativo

Il consenso informato non può presumersi se l’opuscolo informativo è generico e incompleto

Il consenso deve essere pienamente consapevole e completo, ossia deve essere “informato”, dovendo basarsi su informazioni dettagliate fornite dal medico, ciò implicando la piena conoscenza della natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili negative.
Non adempie all’obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico il quale ritenga di sottoporre al paziente, perché lo sottoscriva, un modulo del tutto generico, da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni.
Il medico deve informare correttamente il paziente e fornirgli dettagliate informazioni sulla natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati, delle possibili conseguenze negative e il consenso informato non può provenire dalla consegna al paziente di un modulo generico da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni.
Questo è il principio che emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 2177/2016, la quale consente di fare qualche riflessione sulla responsabilità civile connessa all’attività medico chirurgica.

Corte di Cassazione n. 2177/2016 

Il fatto
Una paziente si è rivolta al giudice ordinario con domanda risarcitoria, in quanto dopo essersi sottoposta ad un intervento chirurgico al fine correggere la miopia, ha iniziato ad avere un peggioramento del visus visivo.
La domanda risarcitoria si basava tra l’altro, sull’assunto della non adeguata informazione sulla natura dei rischi dell’intervento chirurgico, nel senso che la paziente non avrebbe manifestato la sua volontà a farsi operare se avesse avuto piena cognizione di eventuali complicanze.
Il medico avrebbe consegnato alla paziente un opuscolo informativo, relativo all’intervento da effettuare, incompleto.

La decisione
Punto focale su cui è stata impostata la decisione di legittimità in rassegna è il consenso informato, che altro non è che l’accettazione espressa da un paziente a sottoporsi ad un trattamento sanitario, in maniera libera, e non mediata dai familiari, dopo essere stato informato sulle modalità di esecuzione, i benefici, gli effetti collaterali e i rischi ragionevolmente prevedibili, l’esistenza di valide alternative terapeutiche.
L’informazione costituisce una parte essenziale del progetto terapeutico, dovendo esistere anche a prescindere dalla finalità di ottenere il consenso.
L’obbligo del consenso informato è sancito dall’articolo 32 della Costituzione, dalle legge 833/1978, dal codice deontologico medico e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il giudice di legittimità ha ritenuto di ribaltare la pronuncia di appello, sfavorevole alla paziente, perché non c’è stata corretta valutazione delle modalità e dei caratteri del consenso informato, il quale deve essere personale, specifico, esplicito, reale ed effettivo.
Il consenso si definisce informato proprio perché è obbligo del medico fornire al paziente informazioni dettagliate sulla natura dell’intervento chirurgico, dei suoi rischi e sulle eventuali conseguenze negative.
Il depliant informativo, sul quale è stato espresso il consenso, si è mostrato in deficit comunicazionale, in quanto una corretta informazione deve essere personalizzata, comprensibile,veritiera ed esaustiva.
Personalizzata nel senso di essere adeguata sia alla situazione di salute, psicologica, culturale e linguistica del paziente, sia all’età e alla condizione di capacità cognitiva.
Comprensibile in quanto deve essere trasmessa attraverso un linguaggio semplice e chiaro; deve essere veritiera, cioè corrispondere alle effettive condizioni di salute del paziente e alle concrete implicazioni dell’atto clinico proposto.
Infine deve essere esaustiva: finalizzata a fornire le notizie inerenti l’atto sanitario proposto nell’ambito del percorso di cura intrapreso e al soddisfacimento di ogni quesito specifico posto dal paziente.
Altro aspetto che emerge dalla pronuncia in rassegna, inoltre, riguarda le qualità personali del paziente: l’informazione deve, cioè, sostanziarsi in spiegazioni dettagliate ed adeguate al livello culturale del paziente, con l’adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui dispone.

Conclusioni
La sentenza non fa altro che tutelare il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, il principio dell’inviolabilità della persona e la tutela dell’integrità psico-fisica dell’essere umano. Considerata l’impossibilità oggettiva di curare una persona senza violarne l’integrità psicofisica, a legittimare la liceità dell’attività medica è il consenso del paziente che deve essere rilasciato in forma libera e sulla base di una corretta informazione fornita dal professionista medico.