La formazione non è un benefit

La formazione non è un benefit, ma uno strumento di crescita.
Il rischio di un accessorio utile solo per riempire il vuoto

Di Barbara Neri

Per chi si occupa di HR in azienda è la norma ricevere offerte e proposte progettuali della più varia natura. Molte buone, altre meno.
Fra le seconde, la variabile più ricorrente è il modello “specchietto per le allodole” con l’aggancio “offro una formazione strategica di alto livello” oppure, peggio ancora, “con questo progetto cambierà la cultura organizzativa”.

I temi proposti sono ricorrenti: comunicazione interpersonale, organizzativa, gestione dei conflitti, gestione dello stress e così via, fino all’intelligenza emotiva e altro che sappiamo.

Questi temi in sé hanno un proprio valore, utilità e anche rilevanza scientifica, non è infatti questo in discussione.
Ciò che rileva è il contesto in cui si collocano e la distanza che a volte si riscontra dal contesto organizzativo stesso, nella proposta di un progetto come panacea per tutti i mali senza la benché minima cura nel voler approfondire e conoscere il sistema in cui andrebbe a collocarsi.

Cerco di spiegarmi meglio attraverso alcune semplificazioni: le organizzazioni non sono, né più né meno, che entità che processano informazioni e conoscenza. Le organizzazioni sono un sistema che ha dunque in sé infinite potenzialità di crescita, di sviluppo professionale e organizzativo; ma ogni organizzazione ha proprie specificità. Ogni bisogno è situazionale.

La formazione tradizionale deve cedere il passo all’”apprendimento organizzativo”. Occorre avere il coraggio e la forza di andare oltre l’attenzione dal compito, al corso come benifit, per volgere alla competenza. Vale a dire ad un aggiornamento della conoscenza e della capacità che sia connaturata agli altri sistemi di gestone e in linea con il mutare degli stessi assetti organizzativi. La formazione va dunque legata al contesto, agli obiettivi, agli stili di gestione e di leadarship, fino anche al sistema di relazioni sindacali.

Ciò significa che non vi deve essere preclusione a chi propone e si propone, ma occorre a mio avviso avere prima almeno l’accortezza di interrogarsi sul sistema attuale e sulle evoluzioni in essere. Dalla parte di chi il sistema formativo lo deve ideare e progettare è bene assicurare e mantenere ferma un’idea di formazione e sviluppo che sia in grado di integrare strategie, soggetti e strumenti per poter attuare così un cambiamento che sia sistemico e finalizzato ai bisogni reali di investimento. In breve: qualsiasi azione formativa, in astratto bella ed utile, se fuori contesto presterebbe il fianco al fallimento dell’idea in sé, di chi la propone e di chi la attua.

Per queste ragioni credo che per generare apprendimento occorra mantenere salda e costante l’interazione e condivisione con i soggetti impegnati nella ideazione e realizzazione degli obiettivi. I sistemi di sviluppo professionale ed organizzativo non si reggono sul mutuo adattamento; agiscono in modo integrato ed i relativi sistemi di coordinamento sono o vanno progettati con cura. La crescita si colloca nel continuum fra modello organizzativo e ruolo e solo in quello spazio la formazione può divenire momento essenziale del cambiamento, in quanto veicolo del cambiamento stesso.

Credo che il valore di un sistema HR e che la valorizzazione del processo formativo necessiti di:

  • consolidare un percorso comune, ampio e differenziato sulle competenze di ruolo, anche trasversali, necessarie ma non necessariamente esaustive della complessità dei ruoli stessi
  • favorire l’acquisizione e/o il consolidamento di quelle competenze che assumono rilievo e valore realmente strategico e direzionale, perché rappresentano le aree di valore a cui tendere
    sostenere attraverso la formazione continua un’occasione di confronto duraturo e strutturato sulle attività da presidiare e gestire e le competenze utilizzate ed utilizzabili
  • alimentare un circolo virtuoso, dove gli indicatori che emergono dall’aula in formazione vengono poi trasformati in variabili oggetto di monitoraggio della performance lavorativa e dunque organizzativa; processo questo che a sua volta alimenta il piano formativo.

 

Il piano formativo non può dunque ridursi ad una mera sommatoria di corsi, ma va programmato e pianificato con cura affinché sia chiaramente rapportato agli obiettivi da raggiungere, va legato al piano strategico, al piano della performance, deve essere integrato con i sistemi di valutazione, con i sistemi diagnostici e con i modelli incentivanti.
In breve, il piano formativo deve operare, con chiarezza e coerenza metodologica, attraverso una responsabilità gestionale e professionale, piena e finalizzata all’organizzazione, deve essere rispondente ai modelli stessi che l’organizzazione si dà, deve essere parte integrante del sistema dei ruoli che il sistema stesso lo presidiano e governano. Tutto ciò senza cadere nella rete della “moda del momento” e per consentire alla formazione di riqualificarsi come strumento di gestione, crescita e cambiamento.

Non so se mai lo sia stata e certamente non lo è stata in modo diffuso, ma credo che la leva formativa debba riprendersi il proprio ruolo di voce, di comunicazione, di anello nobile di congiunzione del sistema e credo debba tornare ad avvalersi di professionisti seri e qualificati che a tutti i livelli, dal manager al formatore d’aula, riqualifichino la leva formativa nel proprio valore reale e nella sua fattiva utilità per l’evoluzione del sistema HR ed organizzativo, nella sua interezza.

 da Senza Filtro Notizie dentro il lavoro,  Associazione FiordiRisorse

Il Case Management: strutture e supporti

Il Case Management: strutture e supporti.

di Jose Fernandez, Bleddyn Davies Pssru/London School of Economics
La traduzione dall’inglese è stata svolta da Chiara Pandolfini (Bacherlor of Arts) e Lorenzo Marco Rossi (Ingegnere).
Adattamento e sinossi a cura di Bascelli Emanuele

Per far si che il case management abbia successo, bisogna che siano attentamente pianificati i supporti necessari per lo svolgimento di tutto il sistema dei servizi. Nel concetto di case management innovativo e di management di secondo livello, si distinguono vari sovrastrutture, quello a livello strutturale, politico, gestionale e di formazione.

in questo articolo tratteremo, in maniera molto sintetica, alcuni dei principali sostegni che regolano i meccanismi efficienti di un team di case management.

I supporti al case management nel sistema dei servizi offerti alla persona

E’ piuttosto consolidato che il case management si basa sulla modalità d’intervento che, in misure diverse, CaseManagementconcentrano autorità e responsabilità dei risultati nello svolgimento delle funzioni fondamentali in persone o piccoli gruppi. Comunque, sarebbe sbagliato definire il case management sulla base di questa concentrazione, poiché essa rappresenta solo uno dei fattori che influenzano l’equità e l’efficienza dei risultati ottenuti dai servizi. L’idea del case management non riguarda solamente lo svolgimento delle funzioni fondamentali nel territorio, ma anche i supporti, presenti nel sistema dei servizi, per la loro effettuazione. Riguarda, in altre parole, le strutture ed i meccanismi che creano un sistema favorevole allo svolgimento di tali funzioni, effettuano un monitoraggio dell’implementazione e ne assicurano la qualità.

Definizione delle politiche

Gli enti, le strutture, i reparti coinvolti nel processo di inserimento devono immediatamente definire i criteri di eleggibilità e l’ampiezza degli obiettivi da perseguire. Le indicazioni a tale proposito differiscono circa il loro livello di astrattezza, andando da principi generali ad obiettivi il cui raggiungimento può essere misurato.

Inoltre, il contenuto e gli obiettivi delle politiche sociosanitarie devono essere efficacemente pubblicizzati. Tra le altre cose, ciò significa la pubblicazione, per gli utenti potenziali e tutti gli attori coinvolti, di criteri di eleggibilità, procedure di valutazione iniziale e rivalutazione, criteri per la partecipazione ai costi degli utenti, politiche di pagamento, tipologie di servizi disponibili, standard di qualità e procedure di reclamo.

Supervisione e management

Il case management comporta  decisamente il decentramento delle responsabilità, con una maggiore attenzione ai risultati ottenuti dai servizi all’interno delle procedure della buona pratica professionale. I responsabili dei servizi devono offrire sostegno ai case manager per i rischi che si assumono, all’interno delle procedure di buona pratica, in risposta ai desideri degli utenti per ottenere esiti più soddisfacenti.

La buona gestione solitamente richiede uno sviluppo di forti sistemi informativi, comprendenti elenchi di servizi (con rispettivi prezzi e qualità), gestione finanziaria, informazioni statistiche sui bisogni della comunità e le caratteristiche degli utenti, meccanismi di feedback con misure di performance per mostrare le carenze nella qualità ai responsabili e per misurare il grado di ottenimento degli obiettivi.

Formazione

La formazione ha lo scopo di fornire ai case manager valori e tecniche adeguati per rispondere meglio ai bisogni degli utenti. Ciò viene raggiunto sviluppando valori condivisi in merito a questioni come i diritti dei cittadini, l’indipendenza, l’autonomia, i diritti di affrontare rischi, la privacy, la dignità e l’individualità, la scelta individuale, la realizzazione delle aspirazioni e delle capacità dell’individuo. La formazione deve fare proprie e sintetizzare conoscenze provenienti da diverse discipline, per esempio quelle infermieristiche e di servizio sociale. La formazione deve inoltre fornire capacità di gestione di budget e di acquisto delle prestazioni.

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Allineare o Responsabilizzare? Alignment or Empowerment ?

Allineare o Responsabilizzare? Alignment or Empowerment?

di Doriano Marangon

Qualche giorno fa ho ricevuto la visita di un tecnico per riparare la linea ADSL. Mentre lo osservavo il tecnico ha cominciato a dire al collega con cui era in contatto telefonico: “il modem si sta allineando… adesso, … ecco … ora è allineato.” Osservando lo scambio tra i due tecnici ho avuto quel che si dice un’illuminazione!

Quella parola, allineare, che mi è sempre stata ostica, tanto da farne materia dei miei corsi, è usata molto spesso nelle organizzazioni; n inglese fa aligning people with strategy, o detto in modo più semplice dai manager italiani con i quali mi trovo a lavorare, bisogna che le persone siano allineate. Ecco che questa locuzione che troviamo in inglese o in italiano nei siti di moltissime società, spesso nell’area People o HR, per illustrare il modo in cui le persone vengono gestite, ritrova il suo vero senso: allineare è un vocabolo che esprime uniformità, conformismo, disciplina, una minore possibilità di intervento. Parole che mi fanno tornare a contesti dimenticati, ma in cui la libertà d’azione è estremamente limitata: la scuola materna o elementare (da cui si usciva allineati per ordine di altezza) e il servizio militare (stare allineati e coperti). Due mondi caratterizzati dall’avere comportamenti che devono essere standardizzati nell’abbigliamento, indossando le divise, e nell’obbedienza agli ordini, che offrono solo la costrizione ad agire in modo predeterminato. Soggiacenti a un’autorità che si applica mediante il comando e il controllo. In sintesi, organizzazioni gerarchiche.

Torniamo alla mia storia; il tecnico dopo qualche altro controllo alla fine mi disse: “il modem adesso è allineato … ma la linea adsl non funziona!“.
Nelle imprese spesso avviene lo stesso: le persone vengono allineate alla strategia, con norme, regole e obiettivi ma i risultati non arrivano.
Forse piuttosto che allineare le persone, dovremmo dire loro in modo chiaro e ripetuto, dove l’organizzazione vuole andare (la cara vecchia visione) e soprattutto il perché (l’attenzione al senso e al significato dei comportamenti lavorativi e dei contributi richiesti), che sono le cose di cui ci si dimentica più facilmente quando si è presi dalle frenetiche attività quotidiane.

Credo che il problema sia dovuto al fatto che l’allineamento prevede un ordine, un comando, una struttura gerarchica e che le persone agiscano per dovere, ma il dovere è alimentato da un’autorità. Ora l’autorità è stata eliminata dalla nostra società ormai qualche decennio fa. I giovani che entrano nelle aziende, quando ci riescono, non sanno cosa sia un ordine, né un comando, né un dovere.
In un mondo e in una società sempre più individualizzata, come ci ricorda Ulrich Beck, sarebbe utile passare dal dovere alla responsabilità, due parole che non sono sinonimi. La responsabilità richiede forti motivazioni interne e diversamente dal dovere non può essere originato ad un comando o da un consenso ricercato. È tutta a carico dell’individuo.
A questo proposito, è utile cogliere come i capi e i manager reagiscano nelle aule e nei workshop quando dico loro che gli individui oggi ricercano responsabilità e autonomia. Convinti dalla loro esperienza che al contrario i giovani millenari, e non solo, cerchino di sfuggire le responsabilità. L’idea di fondo che emerge da queste opinioni è che i collaboratori sono concepiti come dei dipendenti, o nella versione più gerarchica dei sottoposti e in quella più simpatica come i miei ragazzi. Persone inferiori, che non sono allo stesso livello e non hanno le stesse possibilità d’intervento. Una considerazione evidentemente antiquata e fuori dalla realtà odierna. Essere responsabili è una faccenda da persone adulte, da persone indipendenti e per persone che sanno assumersi la responsabilità nei confronti degli altri.

Responsabilizzazione è un termine poco elegante e non esplicito in italiano, che è usato in genere come traduzione del termine americano empowerment (dare potere). Responsabilizzare quindi consiste nell’attribuire potere alle persone che lavorano con noi, il potere di fare, di agire e soprattutto di decidere. È solo in questo modo che i nostri collaboratori, impiegati, quadri, operai e, sì a volte anche dirigenti, saranno capaci di portare a casa i risultati agognati.

Smettiamola di allinearli come delle spie accese su un modem. Facciamo del vero empowerment organizzativo in cui comunichiamo la visione del futuro, permettendo loro così di prendere le decisioni, e lasciamo che siano loro a trovare le strategie e il modo migliore per raggiungere i risultati con la loro intelligenza, le loro competenze e capacità, i loro talenti, la loro passione.

Tratto da www.aidp.it hronline periodico di risorse online

Qualità di vita degli anziani e interazione sociale

La qualità di vita delle persone anziane e l’importanza di una interazione sociale

Sinossi a cura di Emanuele Bascelli

Dal punto di vista sociale ancora molto deve essere fatto per riconoscere valore alle persone anziane, resta estremamente importante, per invecchiare bene, che gli uomini e le donne mantengano un’iniziativa individuale positiva e propositiva sulla scia dell’active ageing. Questo comprende la capacità dell’anziano di mantenersi fisicamente attivo, prolungando la propria presenza tra le forze lavoro, mantenendo un ruolo partecipativo anche a livello sociale e culturale e partecipando a varie attività come il volontariato e l’associazionismo. E’scientificamente provato che chi ha una personalità allegra e affabile, che conduce una vita sociale attiva, con incontri, riunioni e passatempi, ha un più basso livello di stress e una probabilità di sviluppare una forma di demenza del 50% inferiore rispetto ai loro coetanei più burberi, irascibili e solitari.

AnzianiI risultati del Global Age Watch Index, realizzato da HelpAge International, network globale dedicato alle fasce anziane della popolazione mondiale, in collaborazione con l’Onu (Organizzazione nazioni unite) pone come qualità della vita delle persone ‘anziane in  l’Italia al 27esimo posto nella  classifica mondiale su 91 Paesi. L’Italia si piazza dopo Cile, Slovenia, Uruguay e Argentina. Gli over 60 residenti in Sveziavivono meglio e risultano essere al primo posto come nazione più “ageing-friendly” della Terra, con pensioni e welfare generosi, trasporti affidabili e forte senso della comunità. Seguono sul podio Norvegia e Germania.

Terza età e contributi inestimabili per l’intera società futura

Il contributo di esperienza che gli anziani possono apportare al processo di umanizzazione della nostra società e della nostra cultura è quanto mai prezioso e va sollecitato, valorizzando quelli che potremmo definire carismi propri della vecchiaia:

La gratuità: La cultura dominante misura il valore delle nostre azioni secondo i parametri di un efficientismo che ignora la dimensione della gratuità. L’anziano, che vive il tempo della disponibilità, può riportare all’attenzione di una società troppo occupata l’esigenza di abbattere gli argini di una indifferenza che svilisce, scoraggia e arresta il flusso degli impulsi altruistici.

La memoria: Le generazioni più giovani vanno perdendo il senso della storia e con esso la propria identità. Una società che minimizza il senso della storia elude il compito della formazione dei giovani. Una società che ignora il passato rischia di ripeterne più facilmente gli errori. La caduta del senso storico è imputabile anche a un sistema di vita che ha allontanato e isolato gli anziani, ostacolando il dialogo tra le generazioni.

L’esperienza: Oggi viviamo in un mondo nel quale le risposte della scienza e della tecnica sembrano aver soppiantato l’utilità dell’esperienza di vita accumulata dagli anziani nel corso di tutta l’esistenza. Questa sorta di barriera culturale non deve scoraggiare le persone della terza e quarta età, perché esse hanno molte cose da dire alle giovani generazioni, molte cose da condividere con loro.

L’interdipendenza: Nessuno può vivere da solo, ma l’individualismo e il protagonismo dilaganti celano questa verità. Gli anziani, con la loro ricerca di compagnia, contestano una società nella quale i più deboli sono spesso abbandonati a se stessi, richiamando l’attenzione sulla natura sociale dell’uomo e sulla necessità di ricucire la rete dei rapporti interpersonali e sociali.

Una visione più completa della vita: La nostra vita è dominata dalla fretta, dall’agitazione, non raramente dalla nevrosi. È una vita distratta, dimentica degli interrogativi fondamentali sulla vocazione, la dignità, il destino dell’uomo. La terza età è anche l’età della semplicità, della contemplazione. I valori affettivi, morali e religiosi vissuti dagli anziani sono una risorsa indispensabile per l’equilibrio delle società, delle famiglie, delle persone. Essi vanno dal senso di responsabilità, all’amicizia, dalla non-ricerca del potere, alla prudenza di giudizio, alla pazienza, alla saggezza, dall’interiorità al rispetto della creazione, alla edificazione della pace. L’anziano coglie bene la superiorità dell’“essere” sul “fare” e sull’“avere”. Le società umane saranno migliori se sapranno beneficiare dei carismi della vecchiaia.

Socializzare in maniera intergenerazionale: dalla letteratura scientifica

Diversi studi sono riusciti a dimostrare una forte correlazione tra l’interazione sociale, la salute e il benessere tra gli anziani e hanno suggerito che l’isolamento sociale può avere notevoli ripercussioni negative. Le relazioni sociali sono costantemente associate con biomarcatori della salute.

Alcuni indicatori rilevati e definiti positivi di benessere sociale vengono associati a più bassi livelli di interleuchina-6. L’interleuchina-6 è un fattore infiammatorio responsabile di alterazioni legati all’età, come dell’Alzheimer, l’osteoporosi, l’artrite reumatoide, malattie cardiovascolari e alcune forme di cancro.
Studi effettuati su alcuni nonni hanno evidenziato che la relazione con i bambini ed i loro nipoti li renderebbe più sani e più attivi, avevano un beneficio nel migliorare la pressione sanguigna e ridurre il rischio di malattia e morte precoce.
Le persone anziane che avevano avuto un’attività relazionale diretta con i bimbi erano notevolmente migliorati sia sul piano dell’interazione sociale conducendoli ad adottare stili di vita più attivi, con una alimentazione adeguata e fatta di pasti più sani. È consolidato che L’isolamento sociale costituisce un importante fattore di rischio per morbilità e mortalità e la solitudine rappresenta il primo rischio di depressione. Pertanto gli studi attuali sono riusciti a dimostrare che socializzare in maniera intergenerazionale aumenta il numero dei sorrisi giornalieri e la successiva conversazione tra gli stessi anziani.
Certamente Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere le correlazioni tra il miglioramento della salute e l’interazioni sociale in particolare sulla disabilità, la riduzione delle cadute, il potenziamento della memoria, e tutti i benefici riscontrati nella salute totale.
Naturalmente anche i bambini che entrano precocemente in contatto con gli anziani vedono migliorare il proprio sviluppo sociale e personale, inoltre hanno meno probabilità di vedere queste persone come inutili o addirittura come un peso per la società e imparano a sentirsi a loro agio anche con i disabili dato che molti anziani sono sulla sedia a rotelle o soffrono di altre problematiche invalidanti.

 Bibligrafia essenziale

Research Suggests a Positive Correlation between Social Interaction and Health g Living Long & Well in the 21st Century Strategic Directions for Research on Aging link al pdf

Le infermiere sono maggiormente a rischio di infortuni

Le infermiere sono la categoria più esposte a rischio di infortunio sul lavoro

Sinossi a cura di Emanuele Bascelli

L’estrema varietà e complessità delle mansioni e dei compiti svolti da questa categoria di lavoratrici espone le infermiere ad innumerevoli rischi, sia di carattere generale, connessi cioè alle precarie condizioni ambientali della struttura, sia di carattere specifico come quelli traumatici dovuti agli sforzi da sollevamento e spostamento di pazienti o quelli legati a radiazioni, apparecchiature elettromedicali, chemioterapici e antiblastici, rifiuti speciali. È quanto emerge da uno Studio condotto da ANMIL “Prendersi cura di chi cura” che ci riporta una chiara evidenza dei pericoli presenti del panorama sanitario italiano in merito al fenomeno infortunistico.

image1Come descritto nel report, la maggior parte degli infortuni sul lavoro, il 54,9 % del totale avviene nelle Strutture Ospedaliere e nelle Case di cura, per il resto, il 10,8% del totale si verifica tra le attività di Assistenza sociale in forma non residenziale ed il 9,2% in forma residenziale, l’8% del totale tra le Attività di assistenza infermieristica residenziale. Sulla base delle risultanze statistiche ufficiali, si può affermare che, in generale, per la donna che lavora la probabilità di subire un infortunio in itinere è superiore di ben il 50% rispetto a quella del collega uomo.image2

Ulteriore conferma che per la donna che lavora il pericolo più grave e più diffuso è rappresentato proprio dal percorso che si effettua per recarsi o tornare dal posto di lavoro. Anche per quanto riguarda gli eventi mortali verificatisi nel lavoro femminile nella Sanità, la quota di quelli avvenuti nel tragitto casa-lavoro-casa rappresenta una quota molto rilevante con valori che variano tra il 50% e l’80% del totale. La media del quinquennio si attesta intorno al 70% del totale.
image4Dai dati elaborati da ANMIL e INAIL, è sempre l’Infermiera l’operatrice sanitaria che in assoluto risulta colpita da infortuni in misura maggiore rispetto a tutte le svariate figure professionali che operano nelle strutture sanitarie o comunque nell’ambito dell’as- sistenza sanitaria o sociale. Nel 2013 (ma la situazione è sostanzialmente analoga per gli altri anni) le Infermiere hanno subito oltre 10.000 infortuni, pari al 31,9% del totale. In pratica su tre operatrici sanitarie infortunate una è Infermiera.

Quasi la metà delle donne infortunate nella Sanità è di età media: infatti circa 14.000 operatrici infortunate, pari al 46,7% del totale di infortunati nel 2013, appartiene alla classe di età compresa tra i 35 e i 49 anni.

Per quanto riguarda le altre figure professionali femminili che operano in campo sanitario ed assistenziale, incidenze infortunistiche di un certo rilievo si riscontrano per le Operatrici socio-sanitarie, che contano nel 2013 circa 3.200 infortuni pari al 10,1% del totale; seguono le Operatrici socio-assistenziali (circa 2.100 infortuni pari al 10,1% del totale), le Ausiliarie ospedaliere (1.700 infortuni pari al 5,3% del totale) e le Portantine con 1.300 infortuni e il 4,1% del totale. A seguire tutte le altre svariate figure professionali con percentuali oscillanti intorno all’1%.Tra queste anche le Addette alle pulizie che, nell’anno 2013, hanno fatto registrare poco più di 200 infortuni pari ad appena lo 0,7% del totale: si tratta di una categoria che generalmente presenta alti tassi infortunistici ma che in questo contesto risultano poco rappresentate in quanto in ospedali e case di cura tali servizi (come pure quello di addetti alla cucina) vengono generalmente affidati a ditte esterne alla struttura.

A livello territoriale, la distribuzione degli infortuni occorsi ad operatrici sanitarie è strettamente correlato alla maggiore o minore presenza di strutture ed attività sanitarie e quindi risulta più consistente in quelle regioni che hanno il maggiore peso demografico, essendo il rischio infortunistico per queste operatrici abbastanza trasversale alle varie aree geografiche. Ed infatti al primo posto si trova la Lombardia, con quasi 6.000 infortuni che rappresentano il 18,7% del totale nazionale; seguono l’Emilia-Romagna con circa 3.800 infortuni e l’11,9% del totale, la Toscana con 3.200 infortuni e il 9,9% del totale, il Lazio con 2.800 infortuni e l’8,9% del totale, il Veneto con quasi 2.800 infortuni e l’8,7% del totale ed il Piemonte con 2.200 infortuni pari al 6,9% del totale nazionale. Via via a seguire le altre, con quote sempre decrescenti, fino al piccolo Molise che conta poche decine di infortuni l’anno.

Principali cause di infortunio sul lavoroimage5

La prima causa di infortunio per le donne che operano nella Sanità è rappresentata dalla Caduta di persona che conta nel 2013 circa 5.500 infortuni pari al 23,3% del totale: in pratica, quasi un quarto degli infortuni è riconducibile a questa causa. Si tratta per lo più di eventi dovuti a scivolamenti, inciampamenti, urti, perdita di equilibrio, ecc. connessi alle innumerevoli “barriere architettoniche” che si possono incontrare in ambienti e strutture così complessi. Una causa che potremmo definire “generica” in quanto comune a molti altri settori di attività, così come anche generica si può ritenere la Perdita di controllo di attrezzature o macchinari, che ha determinato circa 4.400 infortuni pari al 18,8% del totale. Una causa specifica del settore, come il sollevamento di pazienti o lo spostamento degli stessi dal letto alla carrozzina o ad altri ambienti, è alla base, invece, di gran parte dei circa 4.000 infortuni (16,8% del totale) dovuti a Movimenti sotto sforzo fisico. Circa 3.000 infortuni (13,1% del totale) sono causati da Movimenti scoordinati, mentre 1.100 operatrici sanitarie (4,8%) sono state colpite dalla Rottura di attrezzature o macchinari. Ma esiste anche un altro rischio di natura molto particolare e diffuso soprattutto tra le operatrici di questo settore causato da “Aggressione o violenza da parte di estranei”. Dei circa 4.000 infortuni indennizzati complessivamente dall’INAIL nel 2013 per questa particolarissima tipologia di eventi, circa 1.200 (quasi un terzo del totale) sono avvenuti nella Sanità e di questi ben il 71% (851 casi) ha interessato la componente femminile. Si tratta in genere di aggressioni da parte di pazienti (per lo più psicolabili), da parte di parenti o da altri utenti per motivi vari o di casi similari.

Tratto da “LA SICUREZZA E LA TUTELA SUL LAVORO DELLE DONNE CHE OPERANO NEL CAMPO DELL’ASSISTENZA SANITARIA” Uno studio realizzato per ANMIL da Franco D’Amico e Maria Giovannone Con il contributo del Prof. Domenico Della Porta

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a cura di Bascelli Emanuele 

Green Therapy. Ortoterapia e benessere psicofisico

Da un’indagine redatta dall’Università di Chicago, rivela come le persone anziane residenti in quartieri con un’alta concentrazione di spazi verdi abbiano aspettative di vita sensibilmente migliori. è stato accertato che, a parità di altri fattori, i pazienti che durante la loro degenza possono godere di una camera affacciata su un giardino o su un parco guariscono più in fretta, assumono una quantità inferiore di antidolorifici e presentano meno complicazioni rispetto a chi, invece, passa la sua convalescenza in una camera orientata verso un muro di mattoni.
Da questo concetto di verde come strumento di cura nascono i giardini terapeutici, impiegati da tempo in molti Paesi e più recentemente giunti anche in Italia. Una definizione spiega come il giardino terapeutico sia “uno spazio aperto appositamente progettato per incontrare i bisogni fisici, psicologici e sociali delle persone che ne usufruiscono, così come dei loro familiari, amici e del personale di assistenza.“
Della Green therapy e dell’ortoterapia ne parleremo prossimamente in una nostra news dedicata a come il verde della natura può aiutare sensibilmente la qualità di vita dei pazienti.

Brain implant helps paralysed man regain partial control of his hand

Un ragazzo di 24 anni, tetraplegico ha recuperato alcuni movimenti grazie a un chip nel cervello. Il dispositivo raccoglie i segnali nervosi prodotti dalla corteccia motoria e li invia ai muscoli della mano, delle dita e del polso. Il giovane si chiama Ian Burkhart, rimasto parzialmente paralizzato all’età di 19 anni dopo una lesione al midollo spinale al livello della quinta e sesta vertebra cervicale a causa di un incidente in mare. Due anni fa gli è stato impiantato un chip nel cervello, che gli ha permesso di fare alcuni movimenti. Il dispositivo è stato ulteriormente sviluppato ed ora raccoglie i segnali prodotti dalla corteccia motoria e li invia ai muscoli della mano, delle dita e del polso tramite 130 elettrodi. Dopo un allenamento di 15 mesi è riuscito a compiere alcuni movimenti, come prendere una bottiglia, versarne il contenuto e mescolarlo. Il dispositivo, creato per un caso specifico di paralisi, potrebbe essere adattato ad altri pazienti anche con un diverso residuo di attività mobili.
La ricerca è progresso.

Total and Cause-Specific Mortality of U.S. Nurses Working Rotating Night Shifts

Uno studio, pubblicato nel 2015 dall’American Journal of Preventive Medicine mette in evidenza il rischio di chi lavora di notte. Per ben ventidue anni sono state studiate, osservate ed analizzate 75.000 infermiere, i risultati emersi dicono che un’alterazione dei regolari ritmi del sonno anche per un periodo di solo cinque anni, accresce il rischio di cancro al polmone e di malattie cardiovascolari, con un aumento della mortalità dell’ 11%. Nel dettaglio, i ricercatori hanno constatato che le donne che avevano lavorato con turni per un periodo dai 6 ai 14 anni, avevano un rischio di morte per malattie cardiovascolari del 19%, percentuale che sale al 23% se i periodi lavorativi sono più lunghi di 15 anni.Il rischio oncologico a seguito di lavoro notturno è noto già dal 2007, quando l’International Agency for Research on Cancer di Lione, ha inserito il lavoro su turni tra i possibili fattori che agevolano la carcinogenesi. Gli infermieri non reintrano mella categoria dei lavori usuranti. er far parte della categoria dei lavori usuranti dovremmo lavorare 64 notti all’anno, e noi ne facciamo 50/54 in media.
Una vera assurdità poiché non vengono considerata alcune variabili dipendenti del lavoro notturno di un infermiere e quindi i carichi di lavoro, lo stress psicofisico che genera alcuni ambiti di cure.

UK cancer surgery to be live-streamed via virtual reality technology

Noi di Academy abbiamo scritto tempo fa un articolo sull’utilizzo della realtà virtuale nella cure di particolari patologie e come un possibile mezzo di perfezionamento per apprendere tecniche assistenziali in relazione agli scenari clinici. In Inghilterra è stato eseguito un intervento su un malato di cancro in live-streaming e riprodotto in tutto il mondo utilizzando la tecnologia della realtà virtuale progettato per riprodurre direttamente sui propri smartphone, a tutti i discenti collegati, l’esecuzione dell’intervento operatorio come se fossero loro stessi in sala operatoria.
Eseguito da Shafi Ahmed, un chirurgo di Londra il primo chirurgo nella pionieristica tecnologia della realtà virtuale in chirurgia, e che ha descritto il funzionamento come un GameChanger per l’innovazione di tutta la sanità e dell’istruzione. i discenti hanno potuto assistere all’intervento direttamente utilizzando uno smartphone, un auricolare e un caschetto in realtà virtuale comodamente seduti nella hall di un albergo. Immaginiamo ulteriori possibilità nella creazione di scenari ad hoc e magari per la nostra formazione specialistica in relazione a tecniche e assistenza particolari.

Irregular periods could boost ovarian cancer risk

Nelle giovani ragazze che hanno periodi mestruali irregolari possono essere maggiormente esposte al rischio di sviluppare un tumore ovarico è quanto è emerso da uno studio condotto retrospettivamente di 50 anni su donne dell’area della California. Questo studio fornisce per la prima volta una correlazione con cicli anormalmente lunghi o di ritardo o di assenza con un rischio di sviluppare un cancro ovarico. Avere un minor numero di cicli ovulatori è ampiamente visto come un fattore protettivo contro il cancro ovarico. “Questo studio è certamente particolare, perché contraddice quello che pensavamo di sapere sul cancro alle ovaie e sui cicli ovulatori”, dice Mitchell Maiman, Ginecologa presso Staten Island University Hospital di New York.

Anche se il cancro ovarico rappresenta solo il 3% di tutti i tumori nelle donne, è la principale causa di decessi per cancro ginecologico. Meno della metà di tutte le donne con diagnosi di cancro ovarico sopravvivono più di 5 anni. I primi sintomi, tra cui dolori addominali e gonfiore, spesso passano inosservati o sono mal diagnosticati come sindrome dell’intestino irritabile. Poiché non ci sono test di screening di routine e alcuni marcatori per identificare i gruppi ad un aumentato rischio di tumori ovarici, maggior parte dei casi si riscontrano quando sono già in stadio avanzati. L’età è un fattore-rischio più della metà di tutti i tumori ovarici sono diagnosticati nelle donne di età superiore ai 63. L’ereditarietà è un altro fattore, 10% al 15% delle donne con diagnosi di tumore ovarico hanno uno o più noti fattori di rischio genetici.

Effects on Blood Pressure of Reduced Dietary Sodium and the Dietary Approaches to Stop Hypertension (DASH) Diet

I ricercatori hanno arruolato un gruppo di persone con pressione sanguigna alta e le hanno incluse in uno studio randomizzato di tre diete: una dieta di controllo che assomigliava a una tipica dieta americana, una dieta arricchita di frutta e verdura e povera di dolci, e una dieta combinata di frutta e verdura con basso contenuto di grassi latticini e carne. Entrambe le diete noncontrol avevano abbassato la pressione sanguigna, ma la dieta DASH aveva notevolmente contribuito ad abbassare la pressione sanguigna, entro le 2 settimane inoltre riesce a mantenere costante i parametri pressori bassi. Oggi, questa dieta, associato a stili di vita sani e ad un con esercizio fisico, è riconosciuto come uno dei principali modelli alimentari per la difesa contro la pressione alta.
DASH é l’acronimo di Dietary Approaches to Stop Hypertension, tradotto: Approcci Dietetici per Bloccare l’Ipertensione.

Alcohol, Processed Meats and Obesity Ups Stomach Cancer Risk

A ribadire i pericoli per la salute sulle carni lavorate viene da altro report pubblicato da American Institute for Cancer Research e World Cancer Research Fund, che ha esaminato retrospettivamente 89 studi, con dati su 17,5 milioni di adulti tra cui 77mila con un cancro allo stomaco, alla ricerca dei fattori di rischio per il tumore. Le conclusione del report riportano che ha più probabilità di avere un cancro allo stomaco chi assume tre porzioni di alcol al giorno, 50 grammi di carni lavorate o mangia cibi conservati con il sale. Anche il peso ha una sua influenza, con il rischio che cresce del 23% ogni cinque unità di indice di massa corporea.

Lo schema Skills-Rules-Knowledge

Skills-Rules-Knowledge (SDK). Capacità, regole, conoscenze.
Progressione verso lo status di infermiere esperto.

Sinossi a cura di Emanuele Bascelli

L’efficacia della risposta a una situazione critica dipende spesso dal grado di familiarità dell’operatore con situazioni simili. L’esperienza e la familiarità con una circostanza permettono all’operatore di utilizzare, in una gerarchia concettuale, le sue “capacità, regole e conoscenze” (Skills, Rules, Knowledge, SRK; Rasmussen, 1983, 1987).

HumanErrorsLa tassonomia SRK suddivide le operazioni cognitive in tre livelli di astrazione, e definisce tre modi di processare le informazioni, per procedere poi con le azioni. Questa distinzione si è rivelata particolarmente utile per caratterizzare i meccanismi cognitivi alla base delle diverse categorie di errori. Di fronte a un evento, le persone cercano generalmente di fare affidamento a comportamenti di livello più routinario correlato principalemte alle proprie capacità. Questo consente un utilizzo essenziale delle risorse, limitate in termini di attenzione e pensiero cosciente; però, quando il livello ordinario (capacità) non è efficace o pertinente, l’operatore deve cercare un livello più alto per risolvere il problema (cioè, le regole e le conoscenze).

Comportamento basato sulle capacità (skills)
Un comportamento basato sulle capacità rappresenta il tipo di azione che richiede un controllo cosciente minimo o nullo per la sua esecuzione, una volta costituita l’intenzione. Questo tipo di comportamento, anche noto come comportamento sensorimotorio, è lineare e consiste in schemi di esecuzione integrati. È caratterizzato dal fatto di richiedere pochi pensieri coscienti o verbalizzazioni, perché è “automatizzato”. L’automaticità (cioè, l’abilità di eseguire i compiti senza assegnare elevati livelli di attenzione) permette agli umani di liberare risorse cognitive, da utilizzare per funzioni superiori, come la risoluzione dei problemi. Poiché ci sono, durante una situazione critica, molte azioni di routine che richiedono un comportamento basato sulle capacità (intubazione facile, posizionamento di accessi venosi, toracentesi, massaggio cardiaco), è prevedibile quando e come alcune abilità saranno necessarie. Questi comportamenti basati sulle capacità possono diventare un problema in situazioni critiche, se gli operatori non possiedono le abilità in questione, se non sono disponibili all’interno di un’équipe, se sono applicati in modo sbagliato oppure se il comportamento non può essere applicato per qualsiasi ragione. Comunque, se queste capacità sono disponibili, i requisiti sono un’esecuzione impeccabile e un controllo costante per eventuali deviazioni.

Comportamento basato sulle regole (rules)
Il comportamento basato sulle regole è un’attività cosciente, caratterizzata dall’utilizzo di regole e procedure, per selezionare una serie di azioni, in una comune situazione di lavoro (Rasmussen, 1983). Si possono acquisire le regole con l’esperienza o da istruzioni date da supervisori e insegnanti. Comportamenti basati sulle regole sono necessari nelle situazioni in cui le funzioni basate sull’abilità sono inappropriate o insufficienti. Se le regole sono conosciute, non è necessario trovare una soluzione unica al problema. In questo caso, l’operatore è dotato di una serie di risposte corrette e il comportamento basato sulle regole segue una logica “se-allora”: “se questo è A, allora fai B; se un paziente smette di respirare, inizia immediatamente la sequenza A, B, C di rianimazione”. Se il sanitario riconosce correttamente una situazione o una condizione, può di seguito applicare una regola memorizzata, per orientarsi verso un obiettivo conosciuto. Nella medicina critica in ambiente ad alto rischio, il tempo per pensare è poco e azioni sbagliate possono provocare danni al paziente; di conseguenza, il personale sanitario deve rispettare più regole possibili per evitare potenziali problemi.

Comportamento basato sulle conoscenze (knowledge)
La mancanza di familiarità può avere molte cause: insufficiente esperienza, preparazione clinica inadeguata, semplice dimenticanza. La maggior parte del tempo, però, sono la complessità e l’associazione inusuale di eventi a creare una combinazione inaspettata, dando così al personale sanitario uno spiacevole effetto di sorpresa. Poiché sono causate da fattori casuali e non immediatamente riconoscibili, le situazioni critiche come queste non possono essere anticipate e le regole memorizzate sono inadeguate. Invece, un livello più avanzato di ragionamento, quello della risoluzione dei problemi, è necessario per gestire con successo tali situazioni. Gli operatori devono costruire un modello completo della situazione, formulare obiettivi espliciti basandosi sulla loro analisi della situazione, elaborare un piano di azione ed eseguirlo. Il carico di lavoro cognitivo, necessario per trovare analogie a un livello più alto o analizzare le relazioni astratte tra struttura e funzione, è molto maggiore rispetto all’applicazione di comportamenti basati su abilità o su regole. L’utilizzo con successo del proprio sapere e la risoluzione dei problemi dipendono pesantemente dalle conoscenze di base dell’operatore, dalle sue capacità di analisi e di diagnosi, e dalla sua esperienza nella gestione di situazioni critiche. Dal momento che molte situazioni critiche emergono senza preavviso, l’effetto sorpresa è importante. Errori nella gestione di questi eventi derivano da un’interazione complessa tra razionalità imperfetta, modelli mentali errati della situazione, forti componenti emotive (Tversky e Kahneman, 1974; Kahneman et al., 1982) e lavoro di gruppo insufficiente. Poiché queste situazioni critiche richiedono una risposta rapida da una parte ma non possono, dall’altra, essere affrontate con risposte precompilate, possono rapidamente trasformarsi in una minaccia immediata per la sicurezza e il benessere del paziente. Fortunatamente, è possibile allenarsi alla risoluzione dei problemi sotto stress, confrontando équipe sanitarie e insegnanti con svariati tipi di emergenze. Con l’addestramento regolare e la pratica ripetuta di comportamenti basati sull’abilità e sulle regole in situazioni critiche, una quantità maggiore di risorse cognitive potrà essere applicata ai comportamenti basati sulle conoscenze, di fronte a un evento imprevisto.

Bibliografia essenziale

  1. Rasmussen J (1983) Skills, rules, knowledge: signals, signs and symbols and other distinctions in human performance models. IEEE Trans Systems, Man and Cybernetics 13(3): 257−267 Rasmussen J (1987) Cognitive control and human error mechanisms.
  2. Rasmussen J, Duncan K, Leplat J (eds) New technology and human error. Wiley, Chichester, pp 53−61
  3. Rasmussen J, Lind M (1981) Coping with complexity. Technical Report Riso-M-2293. Riso National Laboratory, Roskilde, Denmark

 

Considerazioni e motivazioni di questo articolo

In relazione a questa evidenza psico-cognitiva correlata ai modi di processare le risposte per le cure, AcademyCM sostiene con forza l’infemiere specializzato ed esperto in quanto è uno dei principali meccanismi di sicurezza per l’assistenza dei pazienti. Oggi non è più possibile pensare ad un infermiere che “ruoti” su più aree specialistiche di cura se pur omogenee in quanto questo folle meccanismo di uso improprio dell’infermiere inteso come attappabuchi rischia di essere la principale causa si errori umani, un pericolo costante per le cure dei pazienti e degli stessi operatori proprio per i meccanismi sovra espesti che si vengono ad instaurare in condizioni di disagio e criticità.

Le riunioni e i meeting

Ottimizzare le riunioni, gli incontri ed i meeting del case management team

Sinossi a cura di Emanuele Bascelli

Ha sicuramente suscitato scalpore mediatico quando Zuckerberg,  fondatore di Facebook  ha dichiarato che i meeting inutili sono una gran perdita di tempo ed ha più senso ridurre le riunioni e risparmiare al team continue interruzioni, anziché disperdere tempo ed energie.

Magari si possono “migliorare” le riunioni, probabilmente ottimizzarle per renderle poco produttive.

Anche Jason Shah, responsabile di  una famoso sito web interamente dedicato all’ottimizzazione di meeting, propone un breve elenco di metodi per massimizzare un incontro:

  1. Domandatevi se la riunione è veramente necessaria, e se non lo è non esitate a cancellarla.
  2. Chiarite bene lo scopo della riunione.
  3. Fate in modo che le persone arrivino preparate.
  4. Cominciate la riunione all’ora stabilita.
  5. Fate dei report per documentare e condividere gli argomenti affrontati

 

Certamente una riunione è estremamente utile quando le informazioni hanno necessità di essere condivise per poi divenire uno strumento utile ed operativo soprattutto nelle strutture organizzative di media entità.

La distribuzione degli elementi e delle persone in un riunione influisce necessariamente sulla qualità dei rapporti e dei dialoghi che si instaureranno. Robert Dilts la definisce “psicogeografia”, un termine preso in prestito dal quel movimento avanguardista dei primi anni cinquanta che la definisce come “la relazione geografica che si instaura tra i membri di un gruppo ha un’importante influenza non verbale sui processi e sulle interazioni che si verificano al suo interno”. Esso regola il clima della riunione e le sue relazioni.

Disposizione dello spazio, delle persone in relazione alle forme dei tavoli

La disposizione su file con sedie una dietro l’altra  è tipica delle situazioni di formazione o convegni, dove la relazione comunicativa è esclusivamente diretta tra docente-discente, e l’interazione è molto complessa e quasi nulla.

Il tavolo rotondo, o i partecipanti invitati al meeting si troveranno disposti in senso circolare permetterà una maggior interazione tra i partecipanti che si sentiranno tutti coinvolti Un disposizione del genere tenderà ad essere maggiormente coinvolgente e, con molta probabilità i partecipanti, si troveranno più a loro agio e con un atteggiamento più attivo e partecipativo. Questa disposizione massifica la risoluzione dei problemi,è funzionale per la condivisione di informazioni riservate, mantiene bassi i conflitti e tende a migliorare le relazioni.

La disposizione a semicerchio permette a chi vi sta di fronte di trasmettere e condividere l’idea con chi si trova di fianco. E’ una disposizione che agisce sulla forte interazione tra il gruppo verso una direzione, uno scopo comune. Tale disposizione è estremamente funzionale per tutte le attività di pianificazione e programmazione condivisa.

Un tavolo rettangolare fa immediatamente presagire un’idea di forte prevaricazione gerarchia nei rapporti che si dovranno instaurare nella riunione, dove l’attenzione è diretta verso chi siede a capotavola, che normalmente è il “capo” o comunque riveste una certa autorità sul gruppo. Automaticamente le persone si predisporranno in un certo stato di “soggezione” e si metteranno più facilmente in una posizione “difensiva”. Tale disposizione è utile, per esempio, per comunicare decisioni.

Invece la disposizione a ferro di cavallo attenua le interazioni, perché una parte del gruppo non riuscirebbe ad interagire. Inoltre, vi sarebbe comunque una certa asimmetria tra chi è posto sul lato lungo e chi sul lato corto, i primi di fronte al relatore. E’ una sistemazione molto forte poiché pone al centro il relatore su chi ha il controllo visivo diretto sui partecipanti, ciò che invece no accade tra le due file disposte sui due lati.

approfondimenti

Catarozzo, M.A. “Negoziazione efficace per professionisti” 
Sheryl Sandberg “Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire” 2013 traduzione in italiano ed. Mondadori

La Cassazione qualifica l’infermiere

La Cassazione “qualifica” l’Infermiere

La Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere specializzato precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato di autonomia decisionale e organizzativa.

Commento a Cassazione Penale N. 2541 del 21 gennaio 2016

Mai come nell’attuale momento storico la figura dell’infermiere è posta al centro delle attenzioni. Da un lato, c’è chi continua a ricondurre l’infermiere alla figura di fedele assistente del medico nelle esecuzioni di compiti di cura della “persona” malato. Dall’altro, vi sono le associazioni professionali e molti singoli professionisti, che reclamano a gran voce un ruolo più centrale, il riconoscimento di una professionalità assolutamente unica e specifica, la cancellazione di ogni concetto di “asservimento” al medico, al management sanitario, e alle Asl.

Ebbene, a parere di chi scrive, è indubbio che l’infermiere sia da considerarsi quale vero e proprio professionista e protagonista del sistema sanitario. Esso è depositario di conoscenze specifiche, di professionalità, di un know-how che non è solo nozionistico, ma si basa su anni di rapporto diretto, stretto, unico, con il paziente. Tutto ciò lo rende un soggetto attivo nelle fasi di cura e, soprattutto, un ottimo osservatore e, quindi, un ottimo consigliere nel miglioramento e nella risoluzione di tutti gli aspetti inerenti i processi assistenziali.

Naturalmente, tale ruolo centrale, oltre a portare con sé l’onore del riconoscimento, grava l’infermiere dell’onere della responsabilità.

avvocatosanitarioE’ questo il concetto alla base della decisione in discorso che, sul solco di un orientamento costante in tema di responsabilità sanitaria omissiva, riconosce l’infermiere quale legittimato passivo di una richiesta di risarcimento danni con conseguente responsabilità penale dello stesso, al posto del medico. Ciò mostra come sia ormai scardinato quel meccanismo che riconduceva sempre e comunque al medico la responsabilità di ciò che accadeva nei reparti ed ai propri pazienti, a favore di una personalizzazione degli addebiti sulla base, appunto, delle specifiche qualità professionali delle singole figure.

Il caso

Ma andiamo con ordine. Il caso prende le mosse dalla morte di un paziente ricoverato in un reparto di terapia intensiva cardiologica. Il malcapitato, era stato collegato ad un nuovo macchinario per la rilevazione dei parametri vitali che prevedeva l’attivazione manuale degli allarmi che, se non attivati, restavano in stand-by. Ebbene, la mancata attivazione dei detti allarmi, fece sì che pur in presenza di un arresto cardiaco, il macchinario non segnalò alcuna anomalia con conseguente decesso del detto paziente.

Naturalmente, venne accusato il medico (primario) per la commessa omissione riscontrabile non solo nel mancato controllo dell’operato degli ausiliari, ma anche per la mancata organizzazione di corsi specifici sul nuovo macchinario. Ebbene, in primo grado il detto medico venne assolto, salvo poi essere condannato per omicidio colposo in secondo grado.

Gli ermellini, nel dirimere la vicenda, hanno analizzato la figura dell’infermiere specificando che, lo stesso non è considerabile come semplice ausiliario del medico, ma al contrario, è egli stesso un professionista sul quale grava ogni forma di responsabilità. Fra queste, rientra senza dubbio la responsabilità omissiva che deriva dalla particolare posizione di garanzia che l’infermiere ha nei confronti del paziente e che è autonoma rispetto alla posizione del medico.

Con la sentenza in discorso, quindi, la Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere specializzato precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato, soprattutto in reparti come la terapia intensiva, di autonomia decisionale e organizzativa, oltre che di conoscenze specifiche che lo rendono in grado di intervenire senza l’ausilio del medico in caso di comparsa di situazioni di crisi per il paziente.

Da tale autonomia, discende in maniera diretta e non mediata, la responsabilità degli infermieri stessi.

A chiusura della sentenza, gli Ermellini, chiariscono che la preparazione degli infermieri sui macchinari non è responsabilità dei primari che non hanno obblighi formativi da far rispettare o da assolvere nei confronti del personale sanitario. Ci si potrebbe chiedere, allora, a chi spetti tale responsabilità? Ebbene la risposta, a parere del sottoscritto, si trova in una norma specifica, ovvero, la Legge n°412/91 che riguarda i compiti e le responsabilità del Direttore Sanitario. Ad esso spetta, infatti, la verificazione non solo del corretto funzionamento dei macchinari, ma anche del possesso dei titoli e delle conoscenze specifiche del personale in servizio presso la struttura. Da ciò dovrebbe derivare anche l’obbligo di prevedere apposita formazione sull’utilizzo dei macchinari in dotazione presso la struttura o la scelta di personale che sia fornito a priori di certificazioni riguardanti l’utilizzo dei macchinari stessi.

A cura Avv. Gianluca Mari

Best Practice: sistema di drenaggio toracico

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SISTEMA DI DRENAGGIO TORACICO

Sinossi a cura di Cagnazzo Roberto

Il normale meccanismo della respirazione opera in base al principio della pressione negativa nella cavità toracica, pressione inferiore a quella atmosferica, che determina durante l’inspirazione, lo spostamento dell’aria verso i polmoni.

Tale pressione è variabile rispetto agli atti respiratori e raggiunge la sua massima negatività durante una inspirazione forzata (-25 -50 cm.H2O), mentre può divenire positiva durante un’espirazione forzata.

In condizioni basali si aggira normalmente intorno ai -2 -8 cm.H2O.

Il polmone è rivestito da un foglietto pleurico viscerale e da un foglietto pleurico definito parietale che entra in contatto con la parete toracica.

cavo pleuricoTra la pleura viscerale e la pleura parietale è presente uno spazio detto virtuale, che contiene circa 10-15 ml di liquido che funge da lubrificante che ha il compito di eliminare l’attrito tra i foglietti pleurici stessi.

Se tra essi e per motivi particolari (traumi, malattie oncologiche, infettive, cause iatrogene, ecc.) si vanno a localizzare sostanze differenti rispetto ai pochi ml di liquido pleurico sopra descritto, la cavità da virtuale diventa reale generando le cosiddette “Sindromi da occupazione del cavo pleurico” come può avvenire per esempio in particolari condizioni patologiche come lo pneumotorace, l’emotorace, il chilotorace, il versamento pleurico, l’empiema o nel caso di un intervento chirurgico a livello polmonare.

L’accumulo di tali sostanze (aria, sangue, versamento, pus,  chilo, ecc.) o quando per qualsiasi ragione il torace viene aperto, viene meno la pressione negativa all’interno dello spazio intrapleurico e il polmone si sgonfia, si stacca dalla parete toracica, si collassa, raggiungendo il minimo volume possibile.

Un polmone collassato, non sarà in grado di ventilare in maniera corretta con le ovvie ripercussioni negative per ciò che riguarda la dinamica respiratoria.

pnxIn questi casi la priorità sarà quella di portare all’esterno tutte quelle sostanze che nello spazio pleurico non devono essere presenti, in modo da ripristinare la pressione negativa intratoracica, condizione indispensabile per la riespansione del polmone.

Da qui l’importanza del sistema di drenaggio toracico, ovvero quel sistema costituito da un tubo che sarà collocato in ambiente endopleurico e che verrà raccordato ad un sistema di raccolta chiuso e/o aspirazione.

 

Sistema di drenaggio toracico

Per sistema di drenaggio toracico intendiamo un tubo di drenaggio che sarà collocato in ambiente intrapleurico che verrà poi connesso ad un sistema di raccolta.

Per definizione un drenaggio è un presidio atto ad eliminare liquidi generalmente patologici da cavità naturali o neoformate.

In chirurgia toracica il drenaggio toracico è un presidio atto ad eliminare qualsiasi eventuale accumulo di materiale biologico all’interno dello spazio pleurico, permettendo la riespansione polmonare e gli scambi gassosi.

 

Le indicazioni al posizionamento del drenaggio toracico a scopo evacuativo come già detto in precedenza sono:

  • PNX spontaneo o secondario (traumatico, iatrogeno) dovuto alla presenza di aria tra la pleura viscerale e quella parietale
  • Emotorace (da trauma, post operatorio) per accumulo di sangue nello spazio pleurico
  • Empiema pleurico o piotorace per raccolta purulenta sostenuta da flora batterica
  • Versamento pleurico
  • Controllo della cavità dopo intervento di chirurgia toracica

Il tubo di drenaggio toracico è unito mediante un raccordo particolare, ad un sistema di raccolta, dotato di un meccanismo valvolare unidirezionale, connesso il più delle volte ad un sistema di aspirazione.
I cateteri toracici più comunemente usati sono rappresentati dal:

trocar– TROCAR, catetere armato e non, con tre quarti metallico, costituito da  materiale plastico (P.V.C.), trasparente, termosensibile (cioè dotato di plasticità che aumenta alla temperatura corporea), lungo da 25 a 40 cm a seconda del calibro, con indicatori di profondità di 5 cm nella parte terminale del tubo, con due fenestrature in prossimità della punta ed una stria radiopaca per facilitare il riscontro radiologico. Può essere monolume o a doppio lume per eseguire lavaggi o per introdurre farmaci intrapleurici.

 

pigtail    – PIGTAIL, catetere di piccolo calibro che assume una forma particolare definita a coda di maiale. Ha il vantaggio di essere poco traumatico e di facile gestione al                 domicilio nonché di consentire l’introduzione di  farmaci. Essendo molto piccolo come calibro, può facilmente ostruirsi.

 

 

Ovviamente l’utilizzo dell’uno o dell’altro sistema dipende da quello che è il materiale da drenare: se il problema clinico è uno PNX si può utilizzare un catetere di calibro più piccolo, al contrario per raccogliere liquidi può essere necessario un catetere di calibro più grosso.

Nel primo caso il tubo sarà inserito nella porzione antero-superiore del torace a livello del 2°/3° spazio intercostale sulla linea emiclaveare, poiché l’aria tende a salire nella cavità pleurica. Nel secondo caso sarà inserito più in basso, a livello del 5°/6° spazio intercostale sulla linea ascellare media poiché i liquidi tendono a stazionare verso il basso.

 

La peculiarità del polmone come detto in precedenza, è che all’interno dello spazio pleurico è presente una pressione inferiore a quella atmosferica. Per tale motivo non è consentito di connettere al tubo di drenaggio un sistema di raccolta qualsiasi come potrebbe succedere per un drenaggio collocato in addome dove vi è invece una pressione positiva. Pertanto al tubo endopleurico sarà collegato un particolare sistema di raccolta chiuso che deve garantire l’unidirezionalità dell’intero sistema in modo che aria e liquidi una volta drenati nel sistema di raccolta, non ritornino nuovamente nello spazio pleurico.

 

Uno dei sistemi di raccolta più conosciuti è dato dalla bottiglia di Bulau che prende il nome dal medico che alla fine del 1800 descrisse per primo il “drenaggio per sifonamento per empiema pleurico”.

Ho sempre ritenuto che il principale vantaggio del drenaggio-sifone sia di ridurre la pressione endopleurica, favorendo pertanto la riespansione polmonare”.

Gotthard Bulau

Nel drenaggio a bottiglia è presente una  camera di raccolta fluidi ed una camera contenente la valvola ad acqua la quale garantisce l’unidirezionalità del sistema di raccolta.

Al suo interno vi è un’asticella la cui estremità distale deve rimanere immersa nella valvola, mentre l’estremità prossimale deve essere connessa al tubo  endopleurico.

L’aria dallo spazio pleurico viene veicolato per gravità nella bottiglia, nello specifico nella valvola ad acqua e da qui  per gorgogliamento nell’atmosfera attraverso l’apposito sfiato.

La stessa cosa accade per  i liquidi che invece stazioneranno nella camera di raccolta fluidi.

 

valvolaOltre alla bottiglia può essere utilizzata anche la valvola di Heimlich che rappresenta il più semplice dispositivo antireflusso intrapleurico.

Altro non è che una valvola unidirezionale che permette di connettere al tubo endopleurico un semplice sacchetto di raccolta. Tale valvola detta anche a dito di guanto, consente durante l’espirazione il passaggio di aria e di eventuali secrezioni verso il sacchetto, mentre in fase inspiratoria si chiude impedendone il ritorno nello spazio pleurico.

La valvola di Heimlich offre il vantaggio di permettere una più semplice deambulazione dell’assistito nonché di poter essere facilmente gestita al domicilio tanto da consentire la dimissione del paziente con il drenaggio in situ.

 

Abbiamo per finire, la possibilità di collegare il tubo endopleurico ad un sistema compatto chiuso con sistema di aspirazione.

Il principio di funzionamento di tale presidio è quello delle tre bottiglie di boulau ovvero viene sempre garantita la unidirezionalità, con il vantaggio del collegamento ad una fonte di aspirazione al vuoto in modo da consentire una più rapida eliminazione delle sostanze da drenare e quindi in modo da avere una più veloce riespansione del polmone.

Tali sistemi sono costituiti da tre camere comunicanti tra loro. Nello specifico abbiamo:

  • camera di raccolta fluidi dove vengono veicolati i liquidi drenati
  • camera della valvola ad acqua che funge da valvola unidirezionale permettendo l’uscita dell’aria dallo spazio pleurico e l’osservazione del grado di perdita d’aria
  • camera del controllo della aspirazione che permette di collegare il sistema di raccolta al sistema di vuoto centralizzato impostando una pressione. negativa variabile.

Rispetto a quest’ultima camera possiamo avere sistemi con valvola di aspirazione a secco in cui la forza aspirante viene regolata attraverso una valvola meccanica e sistemi di aspirazione ad acqua in cui invece viene regolata in base a quanta acqua sterile vado ad inserire nella camera stessa. L’aggiunta di acqua sterile determina l’aumento dell’intensità di aspirazione.

aspirazione meccanica a seccoaspirazionead acqua

 

 

 

 

 

 

Gestione del sistema di drenaggio toracico

Il sistema di drenaggio toracico ha bisogno di un’attenta gestione, condizione indispensabile per il corretto funzionamento.

Per ottenere un buon management del presidio, sintetizziamo quanto presente in letteratura rispetto la sua corretta gestione per ciò  che riguarda la:

  • Medicazione
  • Il tubo toracico
  • Il sistema di raccolta
  • Le complicanze e le disconnessioni accidentali
  • La rimozione del tubo

 

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