Case management: selezione degli articoli pubblicati

Dalla letteratura: selezione di articoli pubblicati sul Case management su Facebook 

CASE MANAGEMENT E IMPATTO ECONOMICO
Il case management (CM) fu principalmente impiegato per gestire al meglio le risorse relativamente alla presa in carico del paziente. Altresì il CM è stato inserito in molti setting assistenziali poiché ha dimostrato l’efficacia nelle fasi di presa in carico e nella dimissione, ma anche perché si è dimostrato un modello funzionale per il contenimento dei costi relativi a tutta la spesa viva del ricovero.
In questo articolo viene illustrato come il CM può migliorare un PDTA, ma con un impatto economico decisamente contenuto sul sistema sanitario. Questa strategia di presa in carico si è dimostrata fondamentale anche per il coordinamento dei servizi territoriali che prima risultava frammentata. Inoltre Questo articolo supporta l’impiego della figura del CM mettendo in evidenza il ruolo finanziario intrinseco del case management.
L’articolo è in pdf libero accesso.

http://www.sciencedirect.com/…/article/pii/S1061925904001328


LO STRUMENTO DEL CASE MANAGER: L’EVIDENCE BASED PRACTICE
In questo articolo utile in particolare per i neo infermieri e neo case manager, si ripercorrono alcune tappe che hanno delineato la medicina basa sulle evidenze, ma come strumento fondamentale per il lavoro del case manager. Uno dei principali motivi fu, certamente, quello nel ridurre la variabilità delle cure, ma anche quello di abbassare il costo dell’assistenza sanitaria in un paese come gli USA nella quale i sistemi sanitari sono sostenuti da agenzie assicurative. Rimane il fatto che L’EBP ha migliorato la qualità degli interventi, ridotto le ampie variabili di presa in carico e ha ricollocato al centro le scelte decisionali del paziente e del clinico.
Inoltre vengono riportati alcuni metodi per la verifica della qualità e la scelta degli studi.

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1061925904001687


CLINICAL PRACTICE GUIDELINES: A TOOL FOR CASE MANAGERS
Un guida per orientarsi nel complesso mondo della presa in carico
È piuttosto consolidato che i case manager necessitano di letteratura scientifica per orientare le cure e migliorare in maniera funzionale la presa in carico. Anche gli standard della società americana di Case Management affermano che per la gestione dei casi (CM) i piani assistenziali dovrebbero avere sempre una base scientifica purché orientata alle specifiche del paziente. Questa linee guida è utile per la pratica clinica (CPG) per orientare i giovani case manager, ma anche agli infermieri e di come agire e costruire con strumenti semplici tutto il processo decisionale del CM.

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1061925904001298


GLI OUTCOME: UN’ATTIVITÀ ESSENZIALE NEL CASE MANAGEMENT
In questo editoriale “free”, si fa una attenta disamina sull’importanza di una cultura della qualità delle cure. Il misurare e il verificare i propri risultati attesi nel processo di case management sono chiaramente essenziali per i case manager.
Una attività che, secondo noi, è chiaramente importante per tutti i professionisti.

http://www.nursingcenter.com/journalarticle?Article_ID=3255852&Journal_ID=54025&Issue_ID=3255482#P17


END OF LIFE CARE: RUOLO ED ETICA NEL CASE MANAGEMENT
Un articolo (open access) che tratta un argomento complesso e difficile come può essere l’accompagnamento alla fine vita. Si Affronta, dettagliatamente, L’evoluzione della End-of-Life Care fino a trattare le implicazioni etiche relative al Case Management. Si discute sulle tappe storiche sulla morte e sulla dignità dell’assistito nel suo rispetto decisionale, si esplorano le implicazioni etiche e legislative e quale caring, relativamente al caso preso in esame, deve attuare un case manager.

http://journals.lww.com/professionalcasemanagementjournal/Fulltext/2016/07000/The_Evolution_of_End_of_Life_Care__Ethical.3.aspx


CASE MANAGEMENT E LEADERSHIP: UNA SIMBIOSI MOLTO RICERCATA
La posizione del case manager è uno dei ruoli di leadership più frequentemente richiesto nelle aziende USA e viene ricercata con molta attenzione prima di ogni assunzione. In questo articolo si affrontano questi elementi: infermiere, case manager e leader.
Una necessaria simbiosi se si desidera creare servizi di alta qualità ed efficienti.

http://journals.lww.com/professionalcasemanagementjournal/Fulltext/2016/07000/The_Evolution_of_End_of_Life_Care__Ethical.3.aspx

Interpretare uno studio clinico

Come interpretare i risultati degli studi clinici. Senza prendere abbagli

Riprendiamo un articolo molto interessante e, diciamola tutta, comodamente tradotto che ci illustra  alcune istruzioni per interpretare i risultati di un studio scientifico. Un prontuario che merita di essere ampiamente diffuso.

di Maria Rita Montebelli – Quotidiano Sanità del 20 settembre 2016

Dal New England Journal of Medicine arrivano le istruzioni per l’uso su come interpretare i risultati di un trial. Un piccolo utilissimo prontuario per non cadere nelle trappole della statistica e nelle forzature di interpretazione, che insegna a leggere i risultati tra le righe, senza arenarsi sull’endpoint primario, che preso da solo può essere fuorviante

I risultati di uno studio clinico vengono in genere interpretati andando subito a vedere se l’endpointprimario è stato raggiunto o meno, cioè se il valore della ‘P’ è inferiore a 0,05, il minimo sindacale per decretare l’esistenza di una differenza tra due trattamenti. Ma per capire se questi risultati rappresentino un reale progresso nella pratica clinica o richiedano invece una conferma da successivi studi clinici è necessario andare oltre la ‘P’ dell’endpoint primario e scavare un po’ più in profondità.

Se i risultati di efficacia e sicurezza del trial sono convincenti, il passo successivo consiste nel valutarne la qualità e la validità. Poi bisognerà capire se quei risultati ottenuti sui pazienti ‘ideali’ (e dunque inesistenti) di un trial clinico siano applicabili anche ai pazienti in carne ed ossa che si incontrano nella pratica clinica quotidiana. Last but not least, ormai nessun trattamento arriva alla pratica clinica se prima non passa le forche caudine della costo-efficacia. Insomma che per ogni nuovo farmaco il percorso dalle pagine di una rivista specializzata, alla realtà clinica quotidiana può essere realmente molto lungo o addirittura del tutto virtuale.

 A spiegare come leggere uno studio clinico e a dare una serie di istruzioni per l’uso sull’interpretazione dei suoi risultati provvedono con un articolo sul New England Journal of Medicine Stuart Pocock del  Dipartimento di Statistica Medica della London School of Hygiene and Tropical Medicine e Gregg Stone del ColumbiaUniversity Medical Center, New York Presbyterian Hospital e Cardiovascular Research Foundation di New York.
Ecco in sintesi, le istruzioni per l’uso degli autori che consigliano ai lettori quali domande porsi di fronte ad uno studio con risultati ‘positivi’.

Tanto per cominciare, la premessa è che il raggiungimento di un outcome primario positivo non è necessariamente una rondine che fa primavera. Non basta cioè accontentarsi di questo risultato per far adottare tout court un nuovo farmaco o per modificare la pratica clinica. Un dato studio, magari insieme ad altri, verrà passato al vaglio da schiere di esperti, redattori di linee guida, payer, autorità regolatorie, medici, società scientifiche e associazioni di pazienti prima di decidere se un nuovo trattamento verrà approvato o meno. Ma intanto, per capire se i risultati di un certo studio sono così interessanti da preludere a probabili ricadute sulla pratica clinica, è bene andare a leggere in maniera più approfondita i risultati. Ponendosi una serie di domande ‘tecniche’.

Un valore della P inferiore a 0,05 è abbastanza buono?
Una P inferiore a 0,05 significa che c’è una probabilità del 5% di un risultato falso positivo (ovvero di una non differenza di risultati tra i due bracci di trattamento). Dunque – ammoniscono gli autori – se si vuole avere un risultato al di là di ogni ragionevole dubbio è bene puntare ad una P molto inferiore (ad esempio < 0,001).
Sono in linea con questo criterio i risultati dello studio PARADIGM-HF, nel quale l’associazione sacubitril-valsartan confrontata con l’enalapril ha raggiunto l’endpoint primario (un composito di mortalità cardiovascolare e ricoveri per scompenso cardiaco) con una P <0,00001 e questo ha portato all’approvazione del sacubritril-valsartan da parte delle autorità regolatorie.

Qual è l’ordine di grandezza del beneficio derivante da un determinato trattamento?
Al di là della significatività statistica, un’altra fondamentale questione da porsi è la rilevanza clinica dei risultati dello studio; per questo è necessario calcolare gli effetti del trattamento in scala relativa (relative risk o hazard ratio) e assoluta (calcolando ad esempio le differenze nel tasso di eventi che si verificano nelfollow-up e il number needed to treat).

L’endpoint primario è rilevante dal punto di vista clinico?
Endpointsurrogati. Sebbene gli studi di fase 3 abbiano in genere una potenza sufficiente a raggiungere dei risultati di rilevanza clinica, per alcune patologie ci si accontenta dei cosiddetti endpoint ‘surrogati’ (es. riduzione dell’emoglobina glicata come misura surrogata dell’effetto anti-glicemico nei soggetti con diabete). Ma i risultati di alcuni granditrial hanno messo in seria discussione l’affidabilità di questi endpoint surrogati. Restando nel campo del diabete, gli autori citano il caso dello studio ACCORD, dove il braccio trattato in maniera più intensiva, rispetto a quello terapia ‘standard’, otteneva una maggiore riduzione dell’emoglobina glicata. Peccato però che era anche gravato da una maggior mortalità.

Endpoint compositi.Di fronte ad un endpoint composito, gli autori raccomandano una lettura separata delle sua diverse componenti, per capire qual è quella che ha maggiormente generato il risultato. Nel trial RITA-3, che ha valutato gli effetti del trattamento interventista rispetto ad uno conservativo in una popolazione di pazienti con sindrome coronarica acuta, un numero inferiore di pazienti del gruppo ‘trattamento interventista’ ha presentato l’endpoint primario, un composito di mortalità, infarto del miocardio, angina refrattaria a 4 mesi. Un risultato tuttavia ‘trascinato’ dal dimezzamento dei casi di angina refrattaria, mentre nessuna differenza era stata rilevata nei tassi di infarto o di mortalità. Sulla base di questo studio non era dunque possibile concludere che la strategia interventista fosse un intervento ‘salva-vita’. Ma in seguito uno studio con un follow–up di 5 anni ha evidenziato una riduzione del 22% nel tasso di infarti e mortalità tra i pazienti del gruppo di intervento, dato confermato anche da successive metanalisi. Tutto ciò ha dunque portato ad adottare la rivascolarizzazione coronarica precoce nei soggetti con sindromi coronarie acute per migliorarne la prognosi.

Gli outcome secondari sono d’aiuto?
L’impressione che i risultati di uno studio siano ‘positivi’ viene rinforzata dalla presenza dioutcome secondari prespecificati che mostrino anch’essi un beneficio del trattamento in esame. Al contrario se gli outcomesecondari risultano negativi, nel lettore si insinua il dubbio della validità dell’intero studio.
L’esempio questa volta viene dal trial EMPA-REG OUTCOME (empagliflozin versus placebo nel diabete di tipo 2). Il beneficio di empagliflozin rispetto all’endpoint primario composito (mortalità cardiovascolare infarto, stroke) presentava un hazard ratio (HR) di 0.86 (95% CI, 0.74 to 0.99; P=0.04). Un risultato molto solido tuttavia in quanto generato da una riduzione della mortalità cardiovascolare (HR 0.62; 95% CI, 0.49 to 0.77; P<0.001) e rinforzato da un risultato simile per la mortalità per tutte le cause (P<0.001) e per i ricoveri per scompenso cardiaco (P=0.002). In altre parole i risultati maggiormente significativi dal punto di vista statistico empagliflozin li ha ottenuti negli endpoint secondari, ma i risultati positivi dell’endpointprimario avevano dato un imprinting di credibilità a tutto lo studio.

I risultati dello studio sono confermati per tutti i sottogruppi importanti?
Gli effetti di un farmaco possono essere diversi a seconda delle caratteristiche dei pazienti, oppure essere più evidenti in alcuni sottogruppi ad alto rischio, come nel caso delle statine nei soggetti con diversi fattori di rischio cardiovascolari. E’ questo il motivo per cui le statine in prevenzione primaria vengono riservate ai pazienti ad alto rischio.
Più complesso è il caso di un trial ‘positivo’ a favore di un farmaco, nell’ambito del quale però l’analisi per sottogruppi non evidenzia un beneficio dall’assunzione di questa terapia. La prudenza è d’obbligo – ammoniscono gli autori – nell’interpretare i risultati delle analisi per sottogruppi. E’ anche ragionevole però ‘risparmiare’ ad alcuni pazienti un trattamento probabilmente per loro inefficace o potenzialmente dannoso. E’ il caso dello studio PLATO su pazienti con sindrome coronarica acuta, trattati con ticagrelor o con clopidrogrel; il trial ha prodotto un endpoint primario composito (mortalità cardiovascolare, infarto e stroke) inferiore del 16% con il ticagrelor. Tra i pazienti in terapia con aspirina ad alte dosi tuttavia il rischio è risultato maggiore del 45% nel gruppo ticagrelor, rispetto a quello clopidogrel, mentre nei soggetti in terapia con aspirina a dosaggio standard, il rischio è stato del 21% inferiore per il ticagrelor. Sebbene ancora si discuta sulla validità di questi risultati, l’FDA ha emesso un warning sul fatto che un dosaggio di aspirina superiore a 100 mg riduca l’efficacia del ticagrelor e vada pertanto evitato in questi pazienti.

Il trial è sufficientemente grande da essere convincente?
Quando a raggiungere la significatività statistica per l’endpoint primario è un trial di piccole dimensioni, la prudenza nell’interpretazione del risultato è d’obbligo. Un buon esempio viene da uno studio con N-acetilcisteina nella prevenzione della nefropatia da mezzo di contrasto. In questo trial il danno renale si è verificato in un paziente sui 41nel gruppo in trattamento con N-acetilcisteina e in 9 pazienti sui 42 del gruppo di controllo. In questo caso, dire che l’N-acetilcisteina è un farmaco efficace nel prevenire la nefropatia da mezzo di contrasto è un’affermazione esagerata che andrebbe mitigata in un ‘potrebbe essere efficace’. Idealmente questo dato andrebbe confermato da uno studio più ampio, che non è mai stato realizzato. Per contro, una metanalisi di 10 trial randomizzati (su 1.916 pazienti) ha stabilito che le evidenze a favore dell’N-acetilcisteina sono troppo deboli per supportarne l’uso per questa indicazione.

Il trial è stato interrotto troppo presto?
Capita a volte che uno studio venga interrotto precocemente perché l’analisi ad interim evidenzia una forte superiorità di un trattamento rispetto ad un altro. Purtroppo questa pratica – ammettono gli autori – porta spesso a sopravvalutare l’efficacia di un trattamento, oltre a rischiare di far perdere dati preziosi sugliendpoint secondari e di safety.

Le preoccupazioni relative alla safety controbilanciano i risultati positivi sull’efficacia?
Di fronte ad un farmaco nuovo con un’efficacia maggiore dei precedenti, bisogna immediatamente andare a vedere i risultati di safety. Benefici e rischi assoluti vanno presentati in termini di differenze percentuali. Di utilità sarebbe anche avere a disposizione il NNT (number needed to treat) e il NNH (number needed to harm).

Il bilancio efficacia-sicurezza è paziente-specifico?
Il bilancio clinico netto di un nuovo trattamento potrebbe risultare declinato in maniera diversa a seconda delle categorie di pazienti (cioè vantaggioso per alcuni, ma deleterio per i pazienti ad aumentato rischio di eventi avversi). Fare un bilancio rischi-benefici individualizzato per il singolo paziente però non è facilissimo, anche se di certo rappresenterebbe un importante passo verso una terapia realmente su misura.

Ci sono errori nel disegno o nell’esecuzione del trial?
Un risultato altamente significativo nell’endpoint primario già rassicura molto sul fatto che quel risultato non può dipendere dal caso. Tuttavia bisogna anche andare a vedere che non vi siano bias di disegno o di conduzione dello studio, prima di accettare che il trattamento testato apporti un reale beneficio.
Un esempio di questo viene dal SYMPLICITY HTN-2, il primo trial randomizzato sulla denervazione renale nell’ipertensione resistente. Lo studio ha dimostrato che a 6 mesi, la sistolica risultava nettamente inferiore nel gruppo sottoposto a denervazione, rispetto al gruppo di controllo (differenza media 31 mm Hg; P<0.0001). Ma non era un trial in cieco e questo ha comportato una serie di problemi. Così quando si è andati ad effettuare un successivo studio controllato, il SYMPLICITY-HTN-3, la denervazione renale è risultata del tutto inefficace. Di qui il monito di Pocock e Stone di diffidare dei trial non controllati.

Un altro punto molto importante da tener presente è il grado di aderenza al trattamento dei soggetti arruolati nello studio oltre al tasso dei drop-out che può andare ad inficiare la validità dello studio. Problemi questi che sono costati al rivaroxaban l’ indicazione per le sindromi coronariche acute da parte dell’FDA, visto che nello studio ATLAS ACS 2–TIMI 51 il 27,6% dei pazienti aveva interrotto precocemente il trattamento e che mancavano una serie di dati importanti per il 7,2% dei pazienti.

I risultati di questo studio sono applicabili ai miei pazienti?
I risultati di qualsiasi trial, a voler essere rigorosi, sono applicabili solo alla tipologia di pazienti arruolata per quel determinato studio. La questione se sia possibile estrapolare questi risultati ad altri pazienti non è banale. Nel caso dello studio SPRINT (che ha valutato i risultati di un trattamento antipertensivo intensivo versus quello standard relativamente ad un endpoint primario composito comprendente infarto, sindromi coronariche acute, ictus, scompenso cardiaco e mortalità cardiovascolare) ad esempio erano stato esclusi tutti i pazienti sotto i 50 anni d’età e quelli con diabete o con una storia di ictus. Dunque, a voler essere precisi, i risultati di questo studio riguardano solo il 20% dei pazienti ipertesi.

Altra considerazione importante da fare è la ‘geografia’ dello studio, cioè le popolazioni studiate. Nel caso dei trial internazionali comprendenti diversi paesi nei vari continenti, questo è un punto a favore della generalizzabilità dei risultati. Per ragioni opposte, vanno presi con grande attenzione i risultati di studi monocentrici, che raramente possono avere un impatto sulle linee guida. A meno che non fungano da studio pilota con risultati confermati da successivi studi con arruolamento multicentrico.

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Intensità di cura e strumenti di classificazione

111sinossi a cura di  Roberto Cagnazzo

Sempre più diffusa è l’organizzazione dell’ospedale in un nuovo modello che prevede aree distinte, secondo l’intensità di cura e di assistenza, allo scopo di aumentare l’appropriatezza dei ricoveri.

L’aumento della domanda di salute, il modificarsi dei bisogni della popolazione e lo sviluppo della rete territoriale ha portato ad una profonda revisione del ruolo dell’ospedale che diviene sempre più luogo di gestione delle acuzie.

All’ospedale “moderno”, organizzato per livelli di intensità di cura e di assistenza, si chiede di mettere al centro la persona e le sue necessità e di aprirsi al territorio per permettere la continuità delle cure per periodi di lunga durata.

L’Ospedale per intensità di cura intende la presa in carico dei pazienti in termini di complessità del quadro clinico e di intensità di assistenza e vede la presenza di “setting” non più suddivisi in reparti secondo le discipline dei vari professionisti, ma organizzati in base alle esigenze di cura dei pazienti.

Il trattamento ai vari pazienti, consegue ad una valutazione di instabilità clinica associata a determinate alterazioni dei parametri fisiologici e alla complessità assistenziale.

Entrambi sono parametri interconnessi tra loro, ma non sempre sovrapponibili.

Difatti alcuni pazienti clinicamente stabili hanno una complessità assistenziale molto alta; al contrario pazienti ad elevata instabilità clinica, presentano invece una bassa complessità assistenziale.

E’ quindi necessario che siano identificati criteri di passaggio, accesso ed esclusione per i diversi livelli di cura nonché  strumenti di valutazione in grado di permettere una prima differenziazione della criticità, complessità, dipendenza assistenziale e valutazione del rischio di un rapido deterioramento clinico, in modo da individuare coloro che necessitano di cure ad alta, media e bassa intensità e favorire l’allocazione iniziale nel setting più  adeguato e i successivi trasferimenti in relazione al cambiamento delle condizioni del paziente.

 

L’Instabilità clinica è correlata all’alterazione dei parametri fisiologici  (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura corporea, livello di coscienza, saturazione dell’Ossigeno) e permette di identificare il rischio di un rapido peggioramento clinico o di morte.

Viene in genere valutata con gli Early warning scores. Raffigurata in figura la scala MEWS (MODIFIED EARLY WARNING SCORE) in cui i pazienti  vengono stratificati in:

  • BASSO/STABILE (score 0-2)
  • MEDIO/INSTABILE (score 3-4)
  • ALTO RISCHIO/CRITICO (score 5).

 

 

Altra variante è data dalla scala NEWS (NATIONAL EARLY WARNING SCORE) che pone attenzione sul riconoscimento tempestivo della gravità e dell’appropriatezza di intervento.

Il NEWS, come tutti i sistemi EWS e come si evince dalla figura rappresentata di seguito, si fonda su sei misurazioni di parametri fisiologici, ovvero:

  • frequenza respiratoria
  • saturazione dell’ossigeno
  • temperatura corporea
  • pressione sistolica
  • frequenza cardiaca
  • stato di coscienza

 

 

Layout 1

 

 

Il punteggio è determinato però da sette parametri complessivi a cui viene attribuito un valore numerico a seconda di quanto ci si discosta dalla fisiologia normale; ai sei già citati va ad aggiungersi l’eventuale utilizzo di O2 tp.
In definitiva, ad ognuno dei sei parametri fisiologici si attribuisce un punteggio che ne riflette la compromissione. I sei punteggi vengono quindi sommati e, nel caso sia necessaria l’ossigenoterapia, si aggiunge il valore numerico di 2.

 

Il punteggio NEWS fornisce 3 livelli di allerta clinica:

  • basso: punteggio da 1 a 4
  • medio: punteggio da 5 a 6, oppure un punteggio pari a 3 per un singolo parametro che significa la variazione estrema di quel parametro che viene segnalato in “rosso” della carta di osservazione
  • alto: punteggio ≥7.

La regione Toscana ha tradotto il documento originale sul NEWS che il Royal College of Physicians ha commissionato all’Acute Medicine Task Force, stilando un documento regionale di indirizzo nell’ambito della collana “Linee Giuda-Regioni”, che rappresenta un importante strumento di lavoro per l’implementazione di questo score di allerta precoce, nell’ambito dei progetti di riorganizzazione per intensità di cura.

 

Per quanto riguarda la complessità assistenziale studi fatti in questi anni hanno dato luce a diversi metodi di misurazione.

Riportiamo di seguito i principali strumenti a nostra disposizione.

IDA (Indice di dipendenza assistenziale): determina l’impegno assistenziale  su di una serie di variabili di dipendenza determinate da un punteggio in grado di valutare la complessità attraverso l’impegno del professionista in base ad un cut-off che individua  i pazienti ad alta complessità assistenziale se rientrano nel punteggio da 7 a 11, a media complessità da 12 a 19, a bassa complessità se invece il punteggio è compreso tra 20 e 28.

 

L’utilizzo sinergico della scala MEWS e della scala IDA va a costituire il sistema Tri-Co (Triage di corridoio) in cui come già detto la valutazione del grado di gravità e di dipendenza viene misurata grazie a due sistemi a punteggio, uno medico (MEWS – Modified Early Warning Score) ed uno infermieristico (IDA, Indice di Dipendenza Assistenziale).

ICA (Indice di Complessità Assistenziale ideata da Bruno Cavaliere) I parametri presi in considerazione per lo sviluppo dello studio in argomento, si identificano con le prestazioni di competenza infermieristica, indicate dal modello delle prestazioni e ne misurano la complessità in relazione all’espressione del continum salute/malattia; in altre parole individuano le finalità che l’infermiere deve realizzare rispetto alla prestazione stessa, mediante la sua comparazione con la condizione dell’individuo rispetto al soddisfacimento dei bisogni di assistenza infermieristica.

Lo strumento consiste nella compilazione di un gruppo di schede di “Rilevazione dell’Indice di Complessità Assistenziale”, cui è unito un protocollo di linee guida, nonché nell’elaborazione dei dati ricavati.

Il metodo ICA è un sistema integrato multidimensionale capace di rispondere efficacemente al problema della misurazione della complessità assistenziale intesa come: classe di gravità  dell’utente (problema di salute), complessità dell’offerta assistenziale (obiettivi e interventi di cura ) e grado di “criticità organizzativa” (risorse necessarie e tipologia degli interventi).

Nella metodologia ICA la complessità assistenziale viene misurata indagando l’utente che riceve le cure, il professionista che garantisce gli interventi e la struttura organizzativa in cui devono essere garantite le cure.

Fornisce un sistema completo d’informazioni per supportare i professionisti nella stesura dei “Piani di assistenza personalizzati”.

In particolare fornisce informazioni per migliorare la qualità delle cure attraverso un approccio “managed care”, impiegando lo strumento del Clinical Pathway, attraverso i “modelli di pianificazione”.

Questo approccio consente di definire con maggiore precisione l’offerta assistenziale e il  monitoraggio dell’esito del “prodotto” raggiunto (prescrizione, esecuzione e raggiungimento degli obiettivi). Propone un metodo di calcolo per analizzare il “carico di lavoro” e la determinazione del fabbisogno, proponendo un indicatore rispetto alla “priorità d’intervento”. Valuta la tipologia dei “costi” fornendo informazioni dettagliate che consentono di realizzare progetti di riorganizzazione dell’efficienza dei modelli organizzativi rispetto agli standard di cura proposti rendendoli maggiormente sostenibili.

 

ica

La metodologia degli indici di complessità assistenziale è data da:

  • Strumenti di sistema: Dizionari degli interventi, modelli di raccolta dati e modelli di pianificazione
  • Indicatori: Indice di Complessità Assistenziale (ICA), Classe di Gravità (CdG), Peso intervento (PI), Livello di Priorità intervento (P), Indice di Criticità di Struttura (ICS)
  • Strumenti gestionali: carico di lavoro, determinazione del fabbisogno di personale, pesatura degli interventi e valutazione del ricovero
  • Strumenti operativi: pianificazione ed esecuzione interventi e programmazione del carico di lavoro per priorità di intervento

Questo metodo si fonda sui dizionari degli interventi e senza questo elemento la metodologia non può essere implementata.

Ogni disciplina (infermieristica, riabilitativa, ostetrica, etc.) e/o settore di macro-attività (inteso come ambulatoriale, sala operatoria, etc) ne definisce uno proprio.

I dizionari degli interventi hanno la seguente struttura:
• un titolo, che ne definisce la disciplina di riferimento e il campo di applicazione

  • le categorie, che consentono di definire le macro-attività (bisogni, modelli di salute, prestazioni infermieristiche, i domini, etc). Per ognuna di esse vengono definiti gli interventi o le azioni di assistenza.

Ogni intervento (derivante da una tassonomia validata, come ad es la Nursing Intervention Classification) è associato a diversi elementi che consentono di descriverne le caratteristiche. Ad ogni intervento viene attribuito un Peso Intervento (PI) che viene determinato attraverso un algoritmo esclusivo ed originale proprio della metodologia, con otto items che analizzano le seguenti caratteristiche:

  • il livello di competenza
  • il tempo
  • il livello di priorità esecutiva
  • la tecnica esecutiva,
  • l’organizzazione e la logistica
  • il rischio clinico
  • la tecnologia/apparecchiature
  • la tecnica relazionale.

L’ICA viene calcolato attraverso la sommatoria degli interventi a maggior peso di ogni categoria del dizionario defli interventi utilizzato.

Un dizionario con 11 categorie ha un valore ICA massimo pari a 55, mentre un dizionario con 5 categorie ha un valore massimo pari a 25, ma tutti e due i dizionari utilizzano la stessa codifica per determinare la Classe di Gravità (CdG), che può assumere sempre un valore tra 1 e 5.

Questo metodo è stato implementato ad oggi anche in molte aziende ospedaliere italiane poiché offre, attraverso il software, la valutazione di diversi parametri tra cui anche l’analisi dei costi.

 

–  IIA (INDICE DI INTENSITÀ ASSISTENZIALE)

Questo modello focalizza l’attenzione sui concetti di bisogno specifico di assistenza di prestazione infermieristica nonché di azione e di atto infermieristico che la compongono esplicitando le finalità a cui tendere nel soddisfacimento del bisogno della persona (indirizzare, guidare, sostenere, compensare e sostituire).

L’IIA è formato da 10 differenti dimensioni ciascuna valutata con un punteggio da 1 a 4 per “sintetizzare” la condizione del paziente (da autonoma a dipendente) dal punto di vista infermieristico. La scheda di rilevazione è così costituita:

1) nella parte iniziale sono richiesti i dati dell’Azienda Ospedaliera, la data di rilevazione e le informazioni identificative del paziente;
2) seguono 10 caselle in cui sono state dettagliate le condizioni del paziente che determinano la presenza di un bisogno di assistenza infermieristica. Ogni elemento è contraddistinto da un numero (1, 2, 3, 4) che ne identifica immediatamente l’intensità assistenziale specifica;
3) in ogni casella è previsto uno spazio (altro) in cui è possibile annotare elementi diversi da quelli predefiniti, senza l’inserimento di alcun punteggio. Alle 10 caselle segue un griglia riassuntiva finale dove viene indicato, per ogni bisogno di assistenza infermieristica, il valore più alto rilevato durante la valutazione del paziente.

Nell’ultima riga viene riportato il numero di volte che il parametro è stato indicato e l’IIA complessivo attribuito al paziente risulterà essere quello che ricorre con maggior frequenza.

iia

Il progetto sopradescritto prevede che per ogni paziente l’IIA sia valutato due volte nel corso della degenza:

La prima valutazione nelle prime 24 ore dal ricovero, la seconda valutazione il terzo giorno del ricovero.

Secondo gli autori di questo strumento l’IIA consente di fornire una visione della persistenza della dipendenza della persona assistita in quanto, finché tutti i singoli bisogni non sono risolti, l’IIA continua ad indicare la necessità di intervento infermieristico. Potrà diminuire solo se i punteggi più frequenti si riducono, indicando così il miglioramento delle condizioni del paziente.

L’IIA può variare da 1 a 4, indicando i seguenti livelli dipendenza dall’assistenza infermieristica:

Indice 1= la persona è autonoma nel soddisfacimento del bisogno → intensità assistenziale bassa

Indice 2= dipendenza minima della persona → intensità assistenziale medio-bassa

Indice 3= dipendenza elevata della persona → intensità assistenziale medio-alta

Indice 4= forte grado di dipendenza o dipendenza totale → intensità assistenziale alta

 

MAP (Modello Assistenziale Professionalizzante): è il modello proposto dalla Federazione Nazionale Collegi IPASVI, che pone l’attenzione sul paziente e sulle variabili cliniche che incidono sulla complessità.

Il metodo MAP nasce in Italia nel 2007 dal lavoro di tre giovani Dottori Magistrali di Scienze Infermieristiche, supportati da un metodologo, uno statista ed un informatico.

Lo studio pilota, condotto nel 2007 nella Regione Piemonte, ha coinvolto pazienti ricoverati in regime ordinario e di one-day surgery.

In seguito, tra il 2008 e il 2009, grazie anche al sostegno della Federazione Nazionale dei collegi IPASVI, si è avviata una sperimentazione multicentrica “MAP” che ha interessato oltre 126 Presidi tra Aziende Sanitarie pubbliche e private del territorio Nazionale.

Il MAP è un sistema per la classificazione dei pazienti basato sulla analisi della complessità, in grado di fornire una visione globale della persona, della sua malattia, delle sue risorse individuali e dell’ambiente più favorevole al suo recupero con il fine ultimo di garantire il raggiungimento del massimo grado di autonomia possibile.

Formato da due strumenti di valutazione, il MAP consente di individuare il carico assistenziale (attraverso uno score che distingue pazienti a complessità BASSA, MEDIO-BASSA, MEDIO-ALTA, ALTA)  ed il correlato numero di risorse umane (Infermieri ed OSS) utile ad erogare le prestazioni necessarie.

È uno strumento di valutazione articolato, che indaga la COMPLESSITÀ DELLA PERSONA analizzandone le oltre 60  DIMENSIONI che la connotano (suddivise in DIMENSIONE DELLA STABILITA’ CLINICA, DIMENSIONE DELLA RESPONSIVITA’ E DIMENSIONE DELL’INDIPENDENZA) ed il CONTESTO in cui si situa, consentendo di:

– definire le condizioni di salute dell’assistito

– identificare i bisogni assistenziali e definire gli interventi appropriati

– definire le azioni proprie dei “professional” e quelle attribuibili ad altri operatori

– definire il grado di INTEGRAZIONE professionale

-definire il grado di coinvolgimento del Caregiver.

Con questo metodo di calcolo, in cui  i dati vengono inseriti in una tabella e successivamente sommati, è possibile quindi ottenere una misura non solo della complessità assistenziale di ogni singola persona ricoverata, ma anche del tempo da dedicare alle prestazioni clinico-assistenziali e di conseguenza, delle risorse umane necessarie a garantire il servizio.

Essendo costituita da circa 216 voci, i tempi per la compilazione risultano piuttosto lunghi

map-rTuttavia, dal momento che la raccolta dati è molto dettagliata, può  sostituirsi all’ accertamento infermieristico all’ ingresso del paziente o in alcuni casi può essere modificata e ridotta (MAP-r) a seconda delle peculiarità dei vari setting.

 

Con questo metodo di calcolo, in cui  i dati vengono inseriti in una tabella e successivamente sommati, è possibile quindi ottenere una misura non solo della complessità assistenziale di ogni singola persona ricoverata, ma anche del tempo da dedicare alle prestazioni clinico-assistenziali e di conseguenza, delle risorse umane necessarie a garantire il servizio.

 

NEMS: (Nine Equivalent of Manpower Score): metodo veloce e semplice nella compilazione adatto per le Terapie Intensive. Permette di misurare il carico di lavoro identificando le risorse infermieristiche necessarie in rapporto alle effettive necessità di ogni paziente.

nemsComposto da nove indicatori a punteggio va da 9 a 46 e deve essere rilevato attraverso tre calcoli giornalieri e a fine turno lavorativo (1 punto equivale a 10 minuti di assistenza per turno da otto ore mentre 46 punti equivalgono ad una necessità giornaliera di 1440 minuti di assistenza).

Dalla somma degli indicatori deriva un punteggio collocato nei tre livelli assistenziali; si identifica così il rapporto infermiere/paziente ottimale per quel malato.

 

strumenti-di-valutazioneMolti altri sono gli strumenti di classificazione a nostra disposizione che possono essere d’aiuto per individuare il livello di cura previsto per quel paziente.

 

 

 

 

Quello che è bene ribadire è che è importante collocare il paziente giusto nel setting più adeguato, graduando l’intensità di cura ad ogni persona assistita, modulando così risorse, competenze e professionalità, in modo da rispondere ai differenti gradi di instabilità clinica e di complessità assistenziale ricordandosi nel contempo, che una buona gestione del carico di lavoro permette di erogare la giusta assistenza, al paziente giusto e nel momento in cui è necessaria.

 

 

AcademyCM al Congresso Fadoi-Animo Triveneto 2016

Congresso Interregionale FADOI-ANÍMO Triveneto

Due rappresentanti di Academy Case Management Italia sono stati invitati a relazionare a tre sessioni del congresso interregionale congiunto Fadoi-Animo Triveneto che si terrà a Rovereto presso l’Hotel Nero Cubo il giorno 11 novembre 2016.

Il primo intervento si terrà nella sessione congiunta Fadoi-Animo, “Dentro l’ospedale: i modelli organizzativi” con la relazione “L’evoluzione del case manager nei nuovi assetti organizzativi” esposta Emanuele Bascelli.

Nella Sessione Animo, Emanuele Bascelli relazionerà sul tema “Lean Thinking e l’assetto organizzativo snello per un’appropriata presa in carico” per poi lasciare spazio all’interessante intervento del nostro responsabile Academy  Management Italia area Veneto, Renato Moresco su “PDTA: cosa sono e come si costruiscono”.

INFORMAZIONI

Sede

Hotel Nero Cubo Via per Marco 16 – Mori Stazione 38068 | Rovereto | Italia T. +39 0464 02 20 22 www.nerocubohotel.it

Iscrizioni Congresso FADOI per i Medici

L’iscrizione può essere effettuata compilando la scheda on-line all’indirizzo www.planning.it/eventi selezionando poi l’anno 2016 e l’evento inserito tra quelli in programma nel mese di novembre. I crediti ECM verranno garantiti ai primi 80 soci FADOI iscritti al congresso. La partecipazione è gratuita per i Soci FADOI in regola con la quota associativa 2016. È possibile iscriversi all’associazione FADOI o rinnovare la quota 2016 in sede congressuale presso il desk della segreteria.

Iscrizioni Congresso ANÍMO per gli Infermieri

L’iscrizione al congresso è riservata a 40 Infermieri, può essere effettuata compilando la scheda on-line all’indirizzo www.planning.it/ eventi selezionando poi l’anno 2016 e l’evento inserito tra quelli in programma nel mese di novembre. Quota di iscrizione ANÍMO La partecipazione è gratuita per i Soci ANÍMO in regola con la quota associativa 2016. È possibile iscriversi o rinnovare la quota associativa 2016, di € 30, in sede congressuale solo se i posti sono disponibili. La quota di partecipazione per i non iscritti ANÍMO è di € 100.

Scarica programma

Link diretto iscrizioni

Il Presidente IPASVI di Bologna intervista Emanuele Bascelli per AcademyCM

“Conoscenza e scambio”. L’ Academy Case Management Italia
Il Presidente IPASVI di Bologna, dott. Pietro Giurdanella, intervista Emanuele Bascelli per Academy Case Management Italia.

Il futuro della cultura fatto di condivisione scientifica e di scambio delle conoscenze, in una piattaforma completamente libera, open access, senza scopi di lucro e senza sponsor, tutto questo per rafforzare solo le competenze specialistiche, dare visibilità agli infermieri italiani e tentare di migliorare la qualità delle cure. Certamente un difficile percorso, ma tutti insieme dobbiamo almeno provarci.

Questo è ciò che emerso dall’intervista. A voi la lettura.

photo Bascelli Emanuele
Emanuele Bascelli

Dall’idea di un gruppo di professionisti che quotidianamente opera nei percorsi di cura prende forma Academy Case Management ITALIA. Per conoscere questa nuova realtà associativa professionale, abbiamo rivolto alcune domande al Fondatore ed editor in Chief Emanuele Bascelli, amico e stimato professionista.

Emanuele, perché si è costituito Academy Case Management Italia e quale è la mission?

Intanto vorrei ringraziare il Collegio IPASVI di Bologna, per la sempre dimostrata possibilità e apertura mentale a temi che riguardano la nostra professione

Academy Case Management Italia, come un’Accademia dell’antica Grecia, si propone come luogo “cloud” di conoscenza e piattaforma di scambio rispetto a quella che è la presa in carico della persona. Un luogo dove approfondire logiche del case management, ma anche di Infermieristica di famiglia e di-comunità, dell’assistenza infermieristica domiciliare, ambulatoriali e ospedali di comunità per tentare di ridare la centralità alla cura delle persone e visibilità ai professionisti nella più ampia totalità. Questo è già possibile perché Academy collabora con vari centri internazionali di case e care management ed è ampiamente distribuita con un comitato editoriale nelle varie regioni italiane.

Il vostro target di riferimento quindi sono le persone insieme ai professionisti?

spillaAssolutamente si. Academy Case Management oggi non vuole essere affatto un’associazione, ma attraverso il modello internazionale della libera circolazione dell’informazione scientifica vuole raggiungere tutti i professionisti che ogni giorno sono nelle corsie, al fianco dei pazienti, offrendo articolo e spunti evidence based nursing per il miglioramento delle conoscenze e della pratica. Quindi i beneficiari saranno le persone di cui noi quotidianamente ci prendiamo cura e, con una umanizzazione dei modelli organizzativi, farli diventare a misura delle persone che assistiamo.

Cosa offrite ai professionisti?

AcademyCM è tutto ciò che può essere informazione e innovazione relativamente ai temi dell’assistenza, dei modelli di presa in carico, dell’EBP, di nuovi pensieri culturali di lavoro, ma anche dei meccanismi di management innovativi e che pensiamo possano essere utili per gli infermieri e ad altri professionisti della salute.

Per noi di AcademyCM la diffusione e la conoscenza delle nuove applicazioni tecnologiche checartaintestataACM interagiscono con le cure e l’assistenza è di primaria importanza poiché ci permette di mantenere il passo con l’evoluzione della tecnologia che cambia rapidamente. Il balzo culturale può avvenire solo con un approfondimento culturale totale, proveniente dalla letteratura scientifica e non solo. Sulla nostra piattaforma web, la redazione editoriale seleziona attentamente articoli dall’organizzazione alla clinica, mentre sulla nostra pagina facebook sono dedicati brevissimi spazi di scrittori, pensatori classici e moderni solo con l’intento di tentare di incuriosire l’utente. Questo perché desideriamo dare sostegno alle professioni sanitarie e alla ricerca, in particolare ad oggi, relativamente a quella infermieristica.

Chi può far parte di Academy

Tutti i professionisti possono entrare nell’accademia AcademyCM perché crediamo fermamente nel pensiero “Open Access” e senza legami a sponsor. Ogni sei mesi apriamo un bando per nuovi redattori aperto a tutti e la partecipazione prevede due nette prerogative: non onerosa e che rispetti sempre il meccanismo di distribuzione della condivisione internazionale “common creative 4.0“, ove non vengono riportate specifiche di diritto.

Futuro della piattaforma AcademyCM?

Riuscire a non perdere mai la forza di crederci e poi tanta Tecnologia, innovazione, sostegno alle competenze specialistiche, diffusione dei modelli innovati di presa in carico dell’assistenza e, chissà, magari una “Italian Academy School, e, senza presunzione ma solo per farmi comprendere meglio, nello stile della conferenza TED (Technology Entertainment Design) e, come dicono gli inglesi, solo per parlare di noi professionisti su “ideas worth spreading” (idee che val la pena diffondere), ma ci stiamo lavorando.

 

Intervista di Pietro Giurdanella

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Ipasvi Bologna link all’articolo originale

L’Italia non è un paese per meritevoli

L’Italia non è un paese per meritevoli
Potere del merito anziché criterio del merito: ecco perché, nel nostro Paese, si fatica a premiarlo.

di Marika Nesi, da SenzaFiltro, 2016 – www.informazionesenzafiltro.it

Prefazione della redazione di Academy case Management Italia. Ebbene si. Se ne parla da sempre con i “cervelli in fuga” nel nostro bel paese, a tutti livelli organizzativi. E’ una percezione che insiste nella nostra vita osservando alcune dinamiche professionali con avanzamenti di carriera e premi senza un plausibile motivo. Un meccanismo che innesca una terribile forma di demotivazione e, a sentire molti, sembra essere questo uno scenario che spesso si ripete a tutti i livelli. Purtroppo mentre questo accade, assistiamo alla fuga o ancor peggio alla demotivazione dei cosiddetti talentuosi e competenti che potrebbero veramente fare la differenza. Un articolo interessante che fa riflettere.

Dalla politica alle organizzazioni sindacali, passando attraverso la scuola, l’azienda e la pubblica amministrazione. Potere al merito è oggi il leitmotiv dell’occidente post-crisi che, fra biasimi ed entusiasmi, continua a dividere la società in meritevoli e immeritevoli, persone di successo e soggetti mediocri.

Non tutti sanno però che, nell’elaborazione originaria, l’espressione meritocrazia (dal latino merēre, «guadagnare» e dal greco kratos, «potere») è intrisa di valore distopico. Sì, perché il saggio di Michael Young del 1958, The Rise of the Meritocracy, individua in principio una forma di governo, dispotico appunto, nella quale la posizione sociale dell’individuo viene determinata dal QI e dall’attitudine al lavoro.

Insomma, potere al merito e onore al merito, ma senza entrare nel merito degli elementi costitutivi e dei significati del discusso termine. E, mentre l’Italia della Buona Scuola, del Jobs Act e della riforma Madia invoca il patibolo per fannulloni e scansafatiche, ci si chiede se la rottamazione dei vecchi istituti riuscirà davvero a dare vita a una società più equa.

Merēre contro kratos
Ma le differenze fra prestazioni dipendono davvero dalla buona volontà? Secondo il sociologo Carlo Barone, autore del saggio Le trappole della meritocrazia, le cose stanno diversamente. E decenni di letteratura scientifica smentiscono un approccio meramente volontaristico. «Le competenze, le prestazioni e i titoli di studio — commenta Barone — dipendono da fattori come l’origine sociale, etnica e di genere. Fare quindi un discorso individualistico e basato solo sulla buona volontà significa mettere da parte le cause che sono all’origine della possibilità di acquisire determinate competenze».

Nonostante ciò, le ragioni che determinano le differenze fra performance sembrano passare in secondo piano. La ragione? «Nel DNA italiano è assente di fatto una reale attenzione all’equità sociale», sottolinea Barone. «Emblematicamente, l’Italia è fra i Paesi che investe meno nel diritto allo studio. Esiste, quindi, una vera e propria contraddizione fra la retorica del merito, secondo cui la performance dipende da intelligenza e buona volontà e la realtà di un Paese, che non mette in campo politiche atte a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e che, come il genere, l’etnia e l’origine sociale, rischiano di compromettere l’acquisizione del sapere». Ergo, l’esito della performance.

Insomma, merito e pari opportunità non sono concetti di segno opposto. Al contrario. Ed ecco perché, è sempre necessario operare una distinzione fra contesti che promuovono le pari opportunità de iure e situazioni che contrastano atteggiamenti discriminatori de facto.

Secondo Andrea Rapini, Ricercatore Universitario di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, la differenza consiste nelle possibilità di accesso. «I Paesi che sostengono reali politiche di pari opportunità — commenta Rapini — garantiscono anche l’accesso a posizioni di élite a un elevato numero di persone. Nei contesti meno vantaggiosi, al contrario, le élite tendono a riprodursi. Si pensi alla élite accademica: solo l’impiego di dispositivi di pari opportunità, come le borse di studio, può consentire all’individuo di non rimanere inchiodato alla propria classe di provenienza. E di fare sì che, per diventare docente universitario, non si debba essere necessariamente figlio di un altro docente universitario».

«Ma l’Italia è un paese bloccato — prosegue Rapini — e la composizione attuale del nostro Parlamento, che si è chiuso progressivamente, ne è il segno più evidente. Benché in passato il Parlamento italiano fosse costituito da rappresentanti di ceti diversi oggi, invece, è composto in massima parte dai figli delle élite. Tanto che, quando un operaio vi accede, la questione fa notizia. Come nel caso di Antonio Boccuzzi, operaio specializzato alla ThyssenKrupp di Torino negli anni del rogo, che diventò parlamentare in seguito all’incidente che si verificò in fabbrica: Boccuzzi, non entrò in Parlamento come operaio sic et simpliciter, bensì in quanto testimone di un incidente».

Un esempio ulteriore di disattenzione nei confronti di politiche incentivanti nel campo dell’istruzione è rappresentato dal testo sulla Buona Scuola. «La riforma tocca una serie di temi, che spaziano dalla professionalizzazione delle scuole, ai rapporti col territorio, al reclutamento degli insegnanti», puntualizza Barone. «Un tema, però, è totalmente assente: è quello delle politiche sulle pari opportunità, della necessità di garantire pari opportunità di studio a chi proviene da contesti svantaggiati. Si noti: questo tipo di approccio non è caratteristico del governo Renzi, ma si pone in una dimensione di continuità con i governi italiani precedenti. Di destra, ma anche di sinistra».

Diverse competenze, im-pari opportunità
«Oggi il ragionamento sul merito viene portato avanti in modo astratto», prosegue Rapini. «Chi potrebbe negare che è più giusto che progredisca chi è più meritevole, rispetto a chi lo è meno? Bisognerebbe, però, ri-definire nel contempo il concetto di merito, indagando sulle chance reali che le persone hanno nelle loro traiettorie di vita per diventare meritevoli. Nel nostro Paese le diseguaglianze di tipo economico, sociale, culturale, geografico sono tali che, parlare di merito astrattamente e senza calarlo in queste situazioni, comporta un ragionamento di pura retorica».

«Viviamo in un Paese in cui le scuole materne e dell’infanzia — le prime istituzioni formative nella vita dell’individuo — quando presenti sono talvolta parcheggi, attorno ai quali sono presenti situazioni di disagio: tassi di disoccupazione vicini al 30%, istituzioni poco inclusive. Se la realtà del Paese è questa, le chance concrete che certe persone hanno di diventare meritorie sono inferiori rispetto a quelle di persone che nascono in contesti socio-economici che funzionano», chiarisce Rapini.

Ecco perché non è possibile fare un ragionamento concreto sul merito, che non tenga conto delle condizioni su cui il merito si fonda. «Perché il merito si fabbrica, si costruisce socialmente. E non esistono persone che nascono meritevoli», sottolinea Rapini. «Un ragionamento sensato sul merito deve quindi tenere conto delle condizioni tramite cui questo può essere costruito, impegnandosi parallelamente nella rimozione degli ostacoli che impediscono a chi proviene da contesti svantaggiati di emanciparsi». In conclusione, premiare sì il più competente, ma fornendo a tutti pari possibilità di acquisire competenze e titoli di studio.

L’Italia, però, non è un Paese equo. E l’istruzione in Italia non è uguale per tutti. Secondo uno studio OCSE elaborato nel 2015, Does homework perpetuate inequities in education? la scuola italiana è la più discriminatoria d’Europa. Peraltro l’Italia, a pari merito con la Cina, si colloca al vertice delle diseguaglianze fra studenti di condizione socio-economica svantaggiata e studenti di famiglie abbienti. Inoltre, l’Italia è fra i Paesi europei più iniqui a livello di diseguaglianze sociali. Ed è anche uno dei Paesi in cui il reddito viene distribuito in modo meno equo: secondo dati OCSE del 2015, in Italia l’1% della popolazione più benestante detiene il 14,3% della ricchezza. «E una cultura orientata al familismo e alla solidarietà ristretta, poco incline alla solidarietà universalista, rende estremamente complessa l’introduzione di politiche egualitariste e basate sul welfare state», commenta Barone.

«In Italia lo stato sociale comincia ad affermarsi intorno alla metà degli anni Settanta», prosegue Rapini. «La nostra Costituzione prevede formalmente una ricca gamma di diritti sociali e l’art. 3 impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

«Ciononostante, per larga parte del dopoguerra, la Costituzione non viene applicata. Solo negli anni Settanta alcuni diritti sul lavoro, sulla famiglia e sulla salute iniziano a prendere corpo: lo Statuto dei lavoratori (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975), il sistema sanitario nazionale (1978). Solo l’introduzione di queste misure di pari opportunità hanno potuto rendere più concreto il concetto di merito», chiarisce Rapini. E il loro progressivo smantellamento, oggi, dovrebbe fare riflettere su cosa realmente significhi meritocrazia in questo momento. Tant’è che, la meritocrazia e la sua attuale applicazione non sono esenti da trappole.

Secondo Barone, le trappole della meritocrazia possono essere di tre tipi: «In primo luogo, ci si focalizza sul premiare i più produttivi, senza chiedersi cosa c’è a monte delle competenze. In secondo luogo, il giudizio morale: la meritocrazia tende a essere un discorso moralistico, che si basa sul premiare chi merita e punire il pigro, che non si impegna. Ma questa connotazione, evidente nella letteratura e nella stampa è anche evidentemente un’ipersemplificazione della realtà, pericolosa perché dà giudizi morali sulle persone e divide la società in buoni e cattivi, senza tenere conto di quelle cause, alla base delle differenze di prestazione, che esulano dalla volontà degli individui».

«La terza trappola della meritocrazia — prosegue Barone — è rappresentata dal disegno degli incentivi di prestazione, che non sempre si traducono in una maggiore produttività. Gli schemi di incentivazione si basano sull’assunto ingenuo, secondo cui è necessario aumentare il salario al dipendente produttivo e decurtarlo al dipendente meno produttivo. Molti lavori centrali nel pubblico impiego, però, sono essenzialmente basati sulla cooperazione e sul lavoro di gruppo. Nella scuola, nei servizi sociali, nella sanità: il lavoro di équipe è fondamentale e quindi è altrettanto importante promuovere la cooperazione. Un altro rischio degli schemi di incentivazione è legato all’assunto, secondo cui le decurtazioni salariali dovrebbero essere un incentivo a impegnarsi maggiormente. Eppure, nei contesti in cui è stato portato avanti questo discorso, la punizione non ha spronato de facto i meno produttivi a impegnarsi e ha prodotto, al contrario, tutta una serie di effetti collaterali».

«Ad esempio, negli Stati Uniti sono stati introdotti schemi che punivano gli insegnanti nelle scuole in cui gli studenti avevano livelli di apprendimento più bassi e si è osservato che gli insegnanti hanno reagito agli schemi punitivi barando: ad esempio, durante il giorno della prova hanno suggerito agli studenti le risposte esatte, falsificato i risultati o chiesto agli studenti meno capaci di restare a casa. I dibattito sul cheating è presente anche in Italia e l’esito controverso dei test INVALSI ne è un esempio. Per questa ragione, gli schemi di incentivazione devono tenere conto di questi rischi e operare una diagnosi delle cause alla base della performance», conclude Barone.

Crisi del merito e rappresentanza politica: i populismi   «Negli ultimi vent’anni in Europa, e con una recrudescenza negli anni più recenti, si è affermato il populismo, fenomeno che il vecchio continente aveva conosciuto negli anni Trenta del Novecento», sottolinea Rapini. «Il populismo può essere definito come la tendenza del popolo, visto come massa aggregata indistinta e quindi socialmente poco connotata ad affidarsi a leader salvifici. D’altro canto, rovesciando questo rapporto, populismo è anche la tendenza di leader politici di rivolgersi direttamente al popolo, evitando la mediazione di corpi intermedi che, come i partiti e i sindacati, avvicinano gli individui alle istituzioni. Inoltre, il revival del populismo è contemporaneo alla crisi della democrazia, della rappresentanza politica, delle pari opportunità e delle possibilità di accesso delle classi svantaggiate a posizioni di élite. Insomma, alla crisi dello stato sociale. E non è un caso, quindi, che la crisi dei dispositivi, che avevano tentato di ridurre le diseguaglianze, produca il successo del populismo».

«Il fatto che i cittadini si sentano sempre meno cittadini e sempre più esclusi per la crisi di questi dispositivi fa sì che essi proiettino il legittimo desiderio di cittadinanza e ascesa sociale verso leader che sembrano garantire la soluzione ai propri problemi, evocando l’idea di popolo, criticando la democrazia e i dispositivi democratici e rimandando — nel caso del populismo di destra — a soluzioni di tipo autoritario». Ecco perché il rapporto fra meritocrazia, crisi della rappresentanza e revival dei populismi in Europa è così stretto. «Peraltro, è opportuno ricordare – conclude Rapini – che il welfare state nasce proprio in opposizione ai fascismi che, seppure in modo totalitario, avevano garantito l’inclusione sociale alle masse. Inclusione che lo Stato liberale, invece, aveva loro negato. Soltanto il neoliberismo di Margaret Thatcher metterà in discussione questo sistema». Per combinazione, in concomitanza con l’esaltazione del potere al merito.

Insomma, è nella natura del cittadino ambire all’inclusione e alla rappresentanza, anche quando le élite sono chiuse e continuano a riprodursi su se stesse. Sarà questa la ragione, per cui una città come Torino ha scelto, contro ogni previsione, di convertirsi a un movimento che, secondo i detrattori, è privo di un programma politico definito e di un’ideologia di fondo. Un movimento che, al tempo stesso, fa della rappresentanza la propria bandiera. E sembra quasi che, in quest’Italia così disuguale, l’idea retorica e astratta di meritocrazia offra quell’illusione di eguaglianza che però, nella realtà, è di fatto assente.

Come Pensiamo

Origine del pensiero: riflessioni su John DEWEY

L’origine del pensiero sta sempre in una qualche perplessità, confusione o dubbio. Il pensiero non è un caso di combustione spontanea; non accade punto secondo ‘principi generali’. Vi è qualcosa che lo occasiona e lo evoca. I comuni appelli a pensare, rivolti ad un bambino (come ad un adulto), senza tener conto della esistenza o meno, nella sua esperienza, di una qualche difficoltà che lo turbi o che alteri il suo equilibrio, sono altrettanto futili quanto, per così dire, l’invitarlo a sollevarsi da terra reggendosi con i lacci delle scarpe. Data una difficoltà, ciò che ne segue immediatamente è il suggerimento di una qualche via d’uscita; la formazione in via di prova di qualche piano o progetto, l’accoglimento di qualche teoria che dia ragione della peculiarità in questione, la considerazione di qualche soluzione del problema. I dati a disposizione non possono fornire la soluzione, possono suggerirla. (…)

Si è in grado di pensare riflessivamente solo allorquando si è disposti a prolungare lo stato di sospensione e ad assumersi il fastidio della ricerca. Per molte persone, così la sospensione del giudizio, come la ricerca intellettuale, rappresentano una cosa spiacevole: il loro desiderio è di porvi termine il più presto possibile. Esse coltivano un iperpositivo e dogmatico abito mentale; o forse pensano che una condizione di dubbio debba essere considerata come una prova di inferiorità mentale. Questo momento, in cui l’esame e la prova affiorano nell’indagine, segna la differenza tra il pensiero riflessivo ed un cattivo modo di pensare. Per essere genuinamente pensanti, noi dobbiamo sostenere e protrarre quello stato di dubbio che stimola ad una completa ricerca, in modo da non accettare un’idea o asserire positivamente una credenza finché non si siano trovate fondate ragioni per giustificarla. 

Il metodo della ricerca secondo J. Dewey: presupposti

  1. La ricerca è un metodo per la soluzione di problemi
  2. Continuità tra sapere di senso comune e indagine scientifica
  3. Coincidenza tra indagine e pensiero riflessivo

 

La funzione del pensiero riflessivo è quella di trasformare una situazione in cui si è fatta esperienza di un dubbio, di un’oscurità, di un conflitto, o un disturbo di qualche sorta, in una situazione chiara, coerente, risolta, armoniosa” (Come pensiamo, p. 172)

Coincidenza tra “fare ricerca” e apprendere

  1. Nel processo di ricerca le idee hanno un valore strumentale
  2. Il processo di ricerca nasce dall’esperienza e torna all’esperienza.
  3. Il pensiero va educato.
  4. La ricerca è un metodo per la soluzione di problemi

 

Non si dà ricerca senza problemi, o, almeno, dubbi, perplessità. Si dà ricerca, dunque pensiero intellettuale, sforzo cognitivo, quando l’azione risulta bloccata, non si sa che cosa fare, o quando una certa situazione risulta incomprensibile, quando, cioè l’insieme delle idee e delle esperienze che possediamo non sembrano sufficienti a darle significato.

La ricerca è un metodo per la soluzione di problemi. Indica i passi che dobbiamo fare, le operazioni che dobbiamo compiere per giungere alla soluzione del problema. Il metodo non ci assicura la soluzione ma solo un impiego corretto dei mezzi che abbiamo a disposizione. Tali mezzi sono: l’esperienza pregressa (dell’individuo e della cultura di appartenenza) che comprende anche le idee e le teorie che possiamo ritenere opportune alla soluzione e che si attagliano all’oggetto o al fenomeno su cui stiamo indagando, l’attenta analisi del fenomeno che stiamo indagando, una modalità di pensiero di tipo ipotetico-deduttivo.

Continuità tra sapere comune e sapere scientifico

La ricerca scaturisce sia da bisogni pratici che intellettuali (da leggere i tre esempi proposti da Dewey in Come pensiamo, pp.162-164 )

Il modo con cui tentiamo di risolvere problemi è lo stesso sia che i problemi siano di tipo pratico sia che siano di ordine scientifico. Il tipo di problemi non intacca il metodo che noi dobbiamo seguire. Se caso mai sono i mezzi di cui ci serviamo per la risoluzione che variano. Ma il modo con cui noi impieghiamo tali mezzi, il metodo, è lo stesso. Nel caso dei problemi pratici possiamo ricorrere a un sapere di senso comune, e cioè a quell’insieme e di significati che fanno parte dell’esperienza propria di un certo gruppo culturale in un certo momento della sua storia. Nel caso di problemi scientifici dobbiamo ricorrere alle teorie scientifiche, anch’esse storicamente determinate.

La scelta di prendere una decisione professionale, clinica, oppure per la stessa vita ha un meccanismo simile, alimentato sempre e costantemente dal dubbio.


John Dewey (1859-1952) è stato un filosofo e pedagogista statunitense. È stato anche scrittore e professore universitario. Ha esercitato una profonda influenza sulla cultura, sul costume politico e sui sistemi educativi del proprio paese. È stato anche scrittore e professore universitario. Intervenne su questioni politiche, sociali, etiche, come il voto alle donne e sulla delicata questione dell’ingiusta condanna degli anarchici Sacco e Vanzetti. (da Wikipedia)

LA SODDISFAZIONE LAVORATIVA DEL CASE MANAGER, CARE MANAGER E CARE/CASE MANAGER

La soddisfazione: una survery sulla qualità percepita.

Riceviamo e diamo massima diffusione di una survery che una nostra collega sta realizzando a seguito del master in case/care management. La collaborazione e il sostegno, come in ogni attività della vita di tutti i giorni è certamente importante, anche in questo  progetto di ricerca e invitiamo tutti i case/care a dare un piccolo apporto.

..Basta veramente poco.

La direzione scientifica editoriale AcademyCM | Emanuele Bascelli|


DISEGNO DELLO STUDIO

Introduzione: La figura del Case/Care Manager, è una nuova figura manageriale infermieristica inserita in un contesto multidisciplinare, dove la collaborazione con diverse figure professionali è indispensabile per garantire efficacia/efficienza, qualità dell’assistenza ma con particolare sguardo al contenimento dei costi.
Come per tutte le figure sanitarie manageriali e non, la soddisfazione lavorativa ricopre un ruolo fondamentale per permettere al Case Care Manager di impegnarsi a pieno nel suo lavoro, raggiungere gli obiettivi aziendali, ma soprattutto svolgere in modo completo, professionale ed umano il proprio lavoro.
La soddisfazione lavorativa è un costrutto complesso e multidimensionale perché diverse sono le variabili che lo influenzano: l’individualità professionale (ad es, età, sesso, livello di educazione), quella culturale (ad es. credenze e valori), quelle sociali(ad es. le dinamiche del gruppo, le relazione formali ed informali), quelle organizzative (ad es. le politiche del personale, la struttura dell’organizzazione, la tecnologia, i sistemi di gestione) e quella ambientale.

Obiettivo: valutare la soddisfazione lavorativa negli infermieri case/care managere in che modo le variabili indipendenti di tipo individuali (strategie di coping, variabili socio-demografiche; adattamento emotivo) e di tipo sociali (benessere organizzativo) influenzino la soddisfazione lavorativa del campione identificato.

Metodologia: Questo studio è una ricerca quantitativa esplorativa con disegno di tipo trasversale. Verrà somministrato un questionario al nostro campione di ricerca attraverso Google Drive, verrà distribuito in modalità diretta e verrà pubblicato sui siti della Associazioni Nazionali Case e Care Manager. L’analisi dei dati avverrà con l’ausilio di Microsoft Excel, SSPS 20 e analisi descrittive inferenziali delle variabili

Risultato atteso: Misurazione della modalità in cui le variabili individuali e le variabili sociali influenzino il livello di soddisfazione lavorativa dell’ infermiere CCM.


Buongiorno!

Faccio parte di un gruppo di infermieri che sta frequentando il master di Case Care management all’università di Parma.
Stiamo indagando sulla soddisfazione lavorativa del Case manager/Case Care Manager/Care Manager.
Se ricopre una di queste posizioni, potrebbe darci una mano compilando il nostro questionario?
Il questionario è on line e richiede circa 10 minuti.
Non esistono risposte giuste o sbagliate, ma solo risposte che rispecchiano (o che si avvicinano a) la sua personale opinione ed esperienza.
Le garantiamo che i questionari compilati saranno ricevuti e analizzati in forma ANONIMA.

Grazie della vostra preziosa collaborazione e ad Academy Case Management che mi ha permesso di pubblicarlo sulla loro pagina!

Ivana Marinoni

il link al questionario: clicca qui

Linea guida NICE per la gestione del fine vita. In Italiano

Linea guida NICE in italiano per il fine vita nel paziente adulto

Le decisioni terapeutiche e assistenziali nel fine vita sono assolutamente personali e, di conseguenza, devono essere prese individualmente con la massima libertà dalle persone. Anche se la Costituzione afferma che nessuno può essere obbligato ad trattamento sanitario contro la propria volontà, nei fatti l’Italia continua a rimanere molto indietro rispetto ad altri paesi europei, perché non esistono leggi che regolano l’affermazione della volontà della persona in fine vita.
Accanto al vuoto legislativo sul tema, professionisti e organizzazioni sanitarie non dispongono di linee guida recenti e credibili per la gestione clinico-assistenziale di un momento della vita dove, indipendentemente dal setting dove è assistito il paziente (ospedale, domicilio, hospice, ecc.), la cura (cure) deve lasciare il posto all’assistenza (care), nel pieno rispetto delle scelte con la persona.

Grazie all’impegno congiunto della Fondazione GIMBE e dell’ANT Italia ONLUS è disponibile, tradotto interamente in Italiano, la linea guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) per l’assistenza agli adulti nel fine vita.

Questa Linea guida offre un approccio sistematico e integrato alla gestione del fine vita nei soggetti adulti: dal riconoscimento della condizione alle strategie di comunicazione, dalle modalità per mantenere l’idratazione alla terapia farmacologica, dalla gestione della sintomatologia (dolore, respiro affannoso, nausea e vomito, ansia, delirium e agitazione, secrezioni respiratorie rumorose), alla prescrizione anticipatoria.


qui il link per scaricarla: http://www.evidence.it/articoli/pdf/e1000143.pdf 

qui il link NICE in inglese: https://www.nice.org.uk/guidance/NG31