Identificare uno studio: EBN cosa cambia

Selezione degli studio e la piramide di Haynes 6s e la nuova piramide EBM/EBN

Ricordiamo alcuni punti fondamentali: La ricerca bibliografica

Alcuni autori hanno proposto un sistema per organizzare la letteratura scientifica basato sulla gerarchia delle 6 S (Haynes 2007, Di Censo et al, 2009).

Gli studi sono articoli che riferiscono i risultati di nuove scoperte scientifiche, le sinossi dei singoli studi sono brevi descrizioni del singolo studio, il cui scopo è quello di mettere in luce la qualità metodologica e i risultati dello studio, fornendo anche indicazioni per la pratica. Esempi di contenitori che ospitano questi studi sono le riviste quali l’ACP Journal Club, o sistemi come Evidence Update.

Le sintesi combinano, usando una metodologia esplicita e rigorosa, i risultati di singoli studi allo scopo di fornire un unico set di risultati. Comprendono revisioni sistematiche e meta-analisi.

Le sinossi delle sintesi sono descrizioni succinte delle revisioni sistematiche o delle meta-analisi. Idealmente descrivono: il quesito di ricerca, la popolazione in studio, gli esiti e le misure di effetto o altri risultati che concorrano alla costruzione dell’evidenza. Nelle sinossi delle sintesi è discussa la qualità metodologica della revisione e la rilevanza dei risultati per la pratica, lo sviluppo di programmi e le politiche.

I riassunti sono monografie che integrano l’evidenza proveniente da diverse fonti (revisioni sistematiche, studi primari, linee guida) allo scopo di fornire un ampio range di informazioni per gestire un determinato problema di salute.

I sistemi sono strumenti informatici di supporto alla decisione. Sono utilizzati principalmente per la pratica clinica. L’intento con cui è stato proposto questo sistema di organizzazione dell’evidenza scientifica era quello di incoraggiare i decisori ad iniziare la loro ricerca dal livello più alto della piramide, piuttosto che dal basso ovvero dal singolo studio che rappresenta la forma meno sintetica dell’evidenza (Robeson et al, 2010). E’ quindi auspicabile che, per rispondere ad un quesito di sanità pubblica, si ripercorra la piramide partendo dall’alto e scendendo verso il basso. E’ anche importante, nel caso in cui siano presenti linee guida o revisioni sistematiche in grado di rispondere al quesito verificarne l’aggiornamento, se non sono aggiornate occorre accertarsi che non siano stati pubblicati studi che ne abbiano modificato i risultati.

La piramide dell’EBM cambia

Dall’America arriva una proposta di modifica alla piramide delle evidenze, il sistema grafico utilizzato per rappresentare un concetto fondamentale dell’evidence-based medicine (EBM): la gerarchia delle fonti di conoscenza in medicina.

Negli anni sono state proposte diverse versioni della piramide, tutte però con una struttura fondamentalmente simile: alla base troviamo case report  e case series, seguono gli studi caso-controllo e di coorte, e per ultimi gli studi randomizzati controllati. All’apice della piramide delle evidenze si trovano metanalisi e revisioni sistematiche, considerate come gli studi più validi e affidabili.

Un gruppo di autori americani ha messo in dubbio sia la struttura interna della piramide d sia la posizione di primato di revisioni sistematiche e metanalisi. Anche le revisioni sistematiche e le metanalisi hanno infatti un carattere eterogeneo intrinseco e un livello di affidabilità variabile, un concetto che non si riflette correttamente nella rappresentazione grafica.

GRADE

All’inizio del 2000 il gruppo di lavoro GRADE (Grading of Recommendations Assessment, Development and Evaluation) ha proposto di valutare l’affidabilità di un dato scientifico non solo in base al disegno dello studio in cui è inserito, ma considerando un numero di fattori molteplici.

Questo nuovo concetto mina di fatto la struttura della piramide delle evidenze. Per riflettere questo approccio variabile nella valutazione della qualità delle evidenze, i gradini della piramide non dovrebbero essere separati da linee dritte orizzontali ma da linee curve; le linee salgono e scendono per riflettere le variazioni nell’affidabilità dei dati in ogni classe di studio.

Un articolo pubblicato su The Journal of The American Medical Association ha proposto di valutare validità e affidabilità delle revisioni sistematiche e delle metanalisi con un approccio a due stadi.  Il primo step consiste nella valutazione della validità dello studio (che si basa su fattori quali ricerca di letteratura completa, processo di selezione rigoroso, etc…); a seguire viene utilizzato l’approccio GRADE per valutare la qualità dei dati raccolti.

Basandosi su questo concetto le revisioni sistematiche e le metanalisi dovrebbero essere tolte dall’apice della piramide e trasformarsi in una lente di ingrandimento attraverso la quale viene osservata e analizzata la piramide stessa. Questa rappresentazione riflette il ruolo di revisioni sistematiche e metanalisi come strumenti per valutare, sintetizzare e rendere applicabili il resto delle evidenze raccolte.

Implicazioni e limitazioni per l’EBM

Cambiare il modo in cui vengono rappresentate e intese revisioni sistematiche e metanalisi ha implicazioni fondamentali per l’Evidence-Based Medicine.

Innanzitutto viene meno l’associazione tra metanalisi e revisioni sistematiche e livello ‘A’ di evidenza, il massimo livello di rating utilizzato nelle linee guida per definire le raccomandazioni cliniche più forti.  Secondo l’approccio GRADE infatti, anche un’evidenza classificata come ‘A’ può essere di qualità media, alta o bassa, in funzione di molteplici variabili.

In secondo luogo la nuova piramide può essere usata come strumento  di insegnamento. Confrontandola con il modello vecchio può servire a spiegare come funziona la valutazione di qualità e affidabilità dei dati scientifici. Inoltre, può aiutare a chiarire come possono essere usate revisioni sistematiche e metanalisi nella pratica, e descrivere l’evoluzione del pensiero dell’EBM nel tempo.

approfondimenti

Murad MH, Asi N, Alsawas M, Alahdab F. New evidence pyramid. Evid Based Med. 2016 Aug; 21(4): 125–127.

 

Transitional Care e modello GEDI WISE

GEDI WISE:  Geriatric Emergency Department Innovations in Care through Workforce, Informatics, and Structural Enhancements

L’emergenza pronto soccorso nel periodo invernale non riguarda solo l’Italia ed è esercizio comune a tutti i Paesi quello di trovare possibili soluzioni a questo problema di anno in anno più grave.

Dagli Stati Uniti arrivano i risultati di uno di questi tentativi. Alla luce del fatto che un paziente su tre di quelli con più di 65 anni che accedono al pronto soccorso, finiscono poi ricoverati, un gruppo di ricercatori americani della Northwestern University (Chicago) del Mount Sinai Medical Center (New York) e del St. Joseph Regional Medical Center hanno messo a punto un programma di PS (GEDI, Geriatric Emergency Department Innovations) focalizzato sulle cure geriatriche di transizione che ha prodotto una riduzione dei ricoveri del 33% tra gli anziani. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati su Journal of the American Geriatrics Society. (scarica articolo in lingua inglese).

L’intervento di GEDI WISE TCN consiste nella gestione affidata agli infermieri adeguatamente formati per facilitare le transitional care degli anziani che accedevano nell’ED (PS-emergency department)  alla comunità con l’obiettivo di evitare l’ammissione al ricovero quando possibile. Ciò includeva la valutazione del deterioramento funzionale e cognitivo, della fragilità fisica e delle complessità mediche comuni di questa popolazione vulnerabile che spesso obbligano queste persone a presentarsi presso le strutture di emergenza in quanto spesso abbandonano le visite ambulatoriali. Lo scopo principale era di fare in modo non solo di dimettere questi pazienti dal PS ma di far sì che non dovessero essere poi ricoverati nuovamente a breve per qualche problema prevedibile, come una caduta”.

Nello studio Geriatric Emergency Department Innovations: Transitional Care Nurses and Hospital Use, delle infermiere specializzate nella cura di pazienti in età geriatrica sono state chiamate a valutare se i pazienti ultra-65enni accettati in PS presentavano alterazioni fisiche o cognitive, se erano in grado di prendersi cura di loro stessi a casa o se presentavano condizioni comorbili multiple, comuni a questa età. In alcuni casi l’infermiera poteva decidere di avviare direttamente il paziente in una RSA, anziché rimandarlo a casa.

Ove possibile, questi pazienti (che da noi sarebbero etichettati al triage come ‘codice argento’) venivano spostati in ambienti più tranquilli, dotati di porte, pavimenti con superfici non riflettenti e non scivolose, televisioni e luce naturale. Dopo essere stati opportunamente valutati e dimessi i pazienti venivano seguiti attraverso contatti telefonici e venivano offerti loro appuntamenti con assistenti sociali, se necessario.

I soggetti anziani che dopo l’accesso al PS ricevevano questo tipo di attenzioni, venivano ricoverati nel 36% dei casi, mentre nei controlli di pari età il ricovero avveniva nel 53% dei casi.

Lo studio appena pubblicato traccia un bilancio di questa fase sperimentale che appare decisamente interessante: negli anziani assistiti col GEDI il numero dei ricoveri si è ridotto del 33% e sembrerebbe facilmente applicabile anche in altri constesti.

CDC Update CVC 2017

CDC: raccomandazioni sull’uso delle medicazioni con clorexidina sul sito di inserzione del CVC

Le nuove raccomandazioni suggeriscono l’utilizzo di una medicazione a lento rilascio di clorexidina con specifica indicazione FDA nella riduzione delle infezioni del sangue catetere-correlate per proteggere il sito di inserzione dei cateteri venosi centrali a breve termine non tunnellizzati nei pazienti di età superiore a 18 anni.

 

Link all’articolo in lingua inglese:  https://www.cdc.gov/infectioncontrol/guidelines/pdf/bsi/c-i-dressings-H.pdf

approfondimenti in rete medicazione https://www.infermieriattivi.it/tecniche-e-tecnologie/tecnologie-infermieristiche/3867-3m-tegaderm-chg-medicazione-di-fissaggio-i-v-con-clorexidina-gluconata-e-l-unica-medicazione-trasparente-a-soddisfare-le-nuove-raccomandazioni-cdc-per-la-riduzione-delle-infezioni-del-sangue-catetere-correlate.html

Delirium: lo strumento RADAR

DELIRIUM: LO STRUMENTO RADAR (Recognizing acute delirium as part of your routine) PER RICONOSCERLO TEMPESTIVAMENTE

Nella pratica clinica quotidiana spesso il delirium non è riconosciuto tempestivamente. Un gruppo di lavoro canadese ha messo a punto lo strumento “(RADAR)” e ne ha verificato il tempo di somministrazione e la facilità d’uso da parte del personale infermieristico su pazienti anziani, con o senza diagnosi di demenza, ricoverati in ospedali per acuti e di lungodegenza

Perché un nuovo strumento? Anche se esistono strumenti affidabili come il Confusion Assessment Method (CAM), tradotto anche in italiano, il delirium “non viene individuato nel 53-75% dei casi nei reparti per acuti, nel 49-87% dei casi nei reparti di lungodegenza e nel 46% dei casi nell’assistenza domiciliare”.

Le caratteristiche. Lo strumento è composto da tre quesiti ai quali basta rispondere sì o no, senza il coinvolgimento diretto del paziente:

Quando sei passato dal/dalla paziente per la medicazione
Il/la paziente presentava sonnolenza?
Il/la paziente aveva problemi a seguire le tue istruzioni?
I movimenti del/della paziente erano rallentati?

Sono necessari in media solo 7 secondi per rispondere alle tre domande, il che consente di impegnare meno di un minuto nell’arco delle 24 ore per eseguire quattro valutazioni nel corso della giornata. Anche i tempi per imparare a usare lo strumento sono molto brevi: sono infatti necessari meno di 15 minuti, escludendo l’addestramento al letto del malato.

Se somministrato dalle 3 alle 4 volte in 24 ore, il RADAR si è dimostrato abbastanza sensibile (73%) e moderatamente specifico (67%), sulla base dei criteri del DSM-IV-TR.

La valutazione del personale infermieristico: secondo la grande maggioranza delle persone intervistate, i quesiti erano ben comprensibili ed era facile rispondervi; infine la compilazione del modulo non comportava un notevole incremento del carico di lavoro.

Dal momento che RADAR è uno strumento efficiente, affidabile, sensibile e accolto favorevolmente da parte del personale infermieristico” concludono gli autori, “può essere considerato una nuova opzione appropriata per lo screening del delirium nelle persone anziane con o senza compromissioni cognitive, sia negli ospedali, sia nelle case di riposo.

qui di seguito è possibile scaricare l’articolo completo di validazione  “Recognizing acute delirium as part of your routine [RADAR]: a validation study“, free in lingua inglese

https://link.springer.com/content/pdf/10.1186%2Fs12912-015-0070-1.pdf

Delirium

Sinossi Delirium: un approccio evidence

Introduzione

Il delirium (D) è una condizione comune e grave nell’anziano, ma frequentemente sottostimata. La sua prevalenza nei soggetti ospedalizzati va dall’11 al 42% 1 2 e si accompagna ad un prolungamento del ricovero, ad elevata mortalità e ad un alto rischio di istituzionalizzazione 3 . Nelle linee guida riguardanti l’Elderly Care dell’American Geriatric Society, il D si trova al primo posto, accanto alla demenza, fra le sindromi geriatriche da eziologia multipla; nonostante ciò, il suo riconoscimento è raro nelle diagnosi di dimissione. In più il suo reale impatto andrebbe valutato in diversi setting, oltre all’ospedale: la casa di riposo, la struttura protetta, il domicilio. Può essere causa di ricovero, ma può anche insorgere durante la degenza. Nelle strutture è molto frequente ed è legato agli innumerevoli fattori di rischio che si sovrappongono; non raramente è trattato con farmaci impropri o con metodi di contenzione fisica. Le linee guida dovrebbero fornire indicazioni non solo sui metodi diagnostici, ma anche sulle decisioni da adottare quando un anziano presenta un episodio di confusione mentale acuta. Esistono numerosi studi randomizzati e controllati (RCT) che studiano l’effetto dei farmaci sull’andamento del D, mentre sono ancora pochi i RCT che forniscono un buon grado di evidenza sull’approccio non farmacologico, che è quello prettamente geriatrico; l’attenzione verso questa metodologia è comunque documentata dalla presenza in Letteratura di molti lavori con gradi di evidenza più bassi 4 . Da un punto di vista clinico l’argomento risente dello scarso interesse dei Geriatri per questa sindrome: le metodologie diagnostiche sono molto varie ed applicate a pazienti anziani in setting diversi. Eden et al. hanno identificato due motivi del mancato riconoscimento del D in un’unità di terapia intensiva: 1) la non conoscenza da parte del personale infermieristico dei criteri e dei metodi di identificazione del D e 2) l’assenza di comunicazione tra i membri dello staff sull’insorgenza di sintomi indicativi di confusione mentale acuta.

Cause

Cause di Delirium Si distinguono in Letteratura due tipi di fattori che incidono sull’insorgenza di D: scatenanti e precipitanti 17 18. A seconda delle situazioni i primi possono diventare gli ultimi. Identificate le probabili cause di D, è possibile programmare la prevenzione e le cure; gli studi di questo tipo forniscono un ottimo grado di evidenza (grado 1a) 19 20. L’acronimo «VINDICATE» è stato creato per meglio ricordare le possibili cause di D (Vascular, Infections, Nutrition, Drugs, Injury, Cardiac, Autoimmune, Tumors, Endocrine) 21. Le cause di D sono elencate nella Tabella IV. L’ictus induce D in pazienti predisposti, soprattutto se colpisce le zone temporo-occipitale inferiore, parietale destra e prefrontale destra, che sono tutte correlate alla funzione attentiva 23 24. Le infezioni aumentano la produzione di Interleuchina 1, che inibisce la funzione colinergica delle zone ippocampali 12. I farmaci rappresentano la causa più frequente di D nell’anziano, affetto solitamente da numerose patologie (polipatologia) trattate con altrettanti farmaci (politerapia). Si può affermare che praticamente tutte le sostanze farmacologiche sono in grado di causare D, ma soprattutto i farmaci con attività anticolinergica (Tab. V), utilizzati per trattare patologie frequentemente presenti nell’anziano, quali il morbo di Parkinson, la depressione, la sindrome da dolore cronico, i sintomi comportamentali della demenza e la confusione mentale stessa. Cause psicologiche si possono sommare nello stesso paziente: l’ospedalizzazione, la depressione, il dolore, la paura, la deprivazione sensoriale e l’interruzione del sonno, soprattutto nelle unità di terapia intensiva, sono fattori di rischio di D i cui effetti possono essere ridotti con interventi preventivi sull’ambiente e con l’educazione dello staff. Il D post-operatorio ha un’incidenza fra il 10 e il 60% a seconda dei criteri diagnostici utilizzati 27. Pochi sono gli studi su questo importante problema, e spesso sono condotti con metodologie imperfette (evidenza di grado 3 e 4). La prevalenza è più elevata dopo interventi ortopedici piuttosto che dopo quelli di chirurgia generale. Lo studio di Brauer et al. raggiunge un buon grado di evidenza (2a) e si avvale di una casistica molto numerosa: 54 pazienti su 571 svilupparono D dopo intervento per frattura di femore (9,5%); il 61% di essi presentava più di un fattore di rischio di D 22. Nella Tabella VI sono indicate le cause dell’insorgenza di D post-operatorio.

Trattamento NON farmacologico

Prima del trattamento farmacologico è corretto mettere in atto principi generali validi per tutti i pazienti con D, qualunque sia la causa sottostante:

1) fornire adeguata idratazione e regolare apporto nutritivo, anche per via parenterale; esso deve comprendere, oltre ai liquidi, proteine, sali minerali e vitamine, importanti se si sospetta una sindrome di astinenza da alcool (grado di evidenza 3) 31;

2) supporto con ossigeno (utile quando il D è associato a broncopneumopatia cronica o enfisema), in quanto l’ipossia riduce le prestazioni cerebrali;

3) ambiente adatto ed approccio multidisciplinare (grado di evidenza 1a) 19 32 33. La Reality Orientation Therapy è consigliabile per prevenire il D in soggetti anziani ricoverati soprattutto nelle strutture, nei quali coesistono più fattori di rischio e deficit cognitivo 34;

4) staff costante; favorire le relazioni sociali del paziente con familiari e amici, che vanno costantemente informati sul motivo dell’agitazione, sulle condizioni cliniche del paziente e sulle caratteristiche degli accertamenti a cui è sottoposto;

5) correzione dei deficit sensoriali con occhiali e protesi acustiche appropriati; 6) favorire l’attività fisica, mobilizzando il paziente per evitare la sindrome da allettamento; 7) non sedare immediatamente il paziente con wandering: allestire spazi protetti dove il soggetto possa muoversi liberamente 35; 8) il dolore e le alterazioni della minzione e della defecazione possono essere da soli causa di D: è necessario trattare il dolore e regolarizzare la funzione urinaria e quella intestinale.

scarica lo studio in pdf e in italiano

delirium

Linea Guida in Italiano per la richiesta appropriata dei test pre-operatori nella chirurgia elettiva

Linee guida per la richiesta appropriata dei test pre-operatori nella chirurgia elettiva

Grazie alla traduzione della Fondazione GIMBE, diffondiamo la linea guida NICE per la richiesta appropriata dei test pre-operatori.

Le linee guida del Nice prendono in considerazione lo stato fisico del paziente secondo le classi di rischio Asa (American Society of Anesthesiologists) e la complessità dell’intervento chirurgico (minore, intermedia, maggiore), forniscono le raccomandazioni per i test diagnostici con un pratico schema che utilizza i colori del semaforo: rosso (non di routine), giallo (raccomandato in casi particolari), verde (sempre raccomandato).

Le linee guida Nice raccomandano di includere i risultati di tutti i test pre-operatori effettuati dal medico di famiglia quando si richiede un consulto chirurgico, oltre che considerare tutti i farmaci assunti dal paziente prima di effettuare qualsiasi test pre-operatorio, al fine di evitare inutili duplicazioni di esami, in particolare quelli eseguiti per specifiche comorbidità o terapie assunte dal paziente.

Altro aspetto rilevante è la necessità di accertare lo stato di gravidanza, visti i rischi per la madre e per il feto determinato dagli anestetici e dalla procedura chirurgica, associati ad un aumentato rischio di aborto spontaneo: infatti, il 5,8% delle gravide ha un aborto spontaneo dopo un intervento chirurgico e la percentuale sale al 10,5% se l’intervento viene effettuato durante il primo trimestre. Paradossalmente, nella chirurgia elettiva il sovra-utilizzo dei test di routine convive con il sotto utilizzo di procedure standardizzate per accertare lo status di gravidanza, incluso il test nei casi dubbi.

link per scaricare la linea guida NICE in italiano

Review Cochrane sulla prescrizione dei farmaci da personale infermieristico

Review della  Cochrane, farmacisti e infermieri sanno prescrivere i farmaci come i medici

In vari Paesi (fin dal 2006, nel Regno Unito) è stata introdotta la possibilità di prescrivere farmaci da parte di figure professionali non mediche, quali infermieri e farmacisti. Obiettivo: favorire l’accesso ai farmaci, liberare tempo per i clinici e sfruttare al meglio le capacità del personale non medico. Sono già stati pubblicati molti studi di confronto sulla capacità dei “prescrittori indipendenti” rispetto ai camici bianchi, valutandone la capacità di iniziare, cambiare o sospendere un trattamento senza una stretta supervisione medica. Esce ora una revisione Cochrane di 46 studi di questo tipo – condotti nel setting delle cure primarie, in relazione alla gestione di malattie croniche – con l’arruolamento di infermieri in 26 casi e di farmacisti nei restanti 20. La maggior parte delle ricerche sono state condotte in Usa (25), seguite da Uk (6), Australia, Canada, Irlanda e Olanda. Quattro studi sono stati condotti in Paesi a basso reddito: Colombia, Sud-Africa, Uganda e Tailandia.

Dall’analisi dei dati è emerso che gli outcome dei pazienti, dopo prescrizione operata da infermieri o farmacisti, erano simili a quelli successivi a prescrizione medica. Viene inoltre offerto qualche dettaglio su misure specifiche. In relazione all’ipertensione, i pazienti trattati con farmaci ricevuti da infermieri e farmacisti hanno fatto registrare livelli pressori inferiori rispetto ai soggetti in terapia con medici (-5,31 mmHg in 12 trial per un totale di 4.229 pazienti). Situazioni analoghe si sono registrate riguardo ai valori di colesterolemia-Ldl (-0,21 mmol/L in 7 trial, per un totale di 1.469 partecipanti) ed emoglobina glicata (-0,62%) in 6 trial, con 775 arruolati). L’adesione al trattamento, la soddisfazione del paziente e la qualità di vita correlata alla salute sono risultate simili nei soggetti in terapia con farmaci prescritti tanto da medici quanto da infermieri o farmacisti. Non sono state invece riscontrate sufficienti evidenze per affermare con certezza se i prescrittori indipendenti abbiano effettivamente usato meno risorse, fatto risparmiare tempo ai medici o ridotto la comparsa di effetti avversi.

Conclusioni degli autori

Secondo gli autori, la revisione offre sufficienti rassicurazioni sul fatto che i prescrittori indipendenti, appropriatamente sottoposti a training, possano prescrivere in modo altrettanto efficace quanto i medici nel caso di pazienti in condizioni a lungo termine. In particolare, si suggerisce che infermieri e farmacisti potrebbero essere un utile supporto nei centri per la gestione di patologie croniche, quali per esempio cliniche diabetologiche o per il trattamento dell’ipertensione. Peraltro, si rileva, non è noto se tale attività prescrittiva indipendente determini un risparmio complessivo di costi considerando anche il training necessario e la sua durata. Infine, si ricorda come, sotto il profilo metodologico, la disomogeneità delle misure utilizzate nei vari studi abbia reso non sempre possibile o agevole il loro diretto confronto.

link allo studio: Cochrane Database Syst Rev, 2016 Nov 22;11:CD011227. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27873322

Se il tuo impegno non viene riconosciuto, lavorerai meno e peggio

Se il tuo impegno non viene riconosciuto, lavorerai meno e peggio

Immaginate di lavorare duramente a una presentazione, in vista di un pitch per un’idea di business della vostra azienda. Vi ci mettete giorno e notte, saltate la visione di Rogue One cui tenevate tanto e vi chiudete in casa persino nel weekend, per gli ultimi ritocchi. Finalmente lunedì mattina vi presentate dal responsabile di progetto con l’ultima versione e lui vi dice: “Ottimo lavoro, però la presentazione è cancellata. Comunque non preoccuparti, ci saranno presto altre occasioni”.

Il vostro stipendio, alla fine del mese, arriva come sempre e il vostro contratto non è in discussione, eppure provate a rispondere sinceramente a questa domanda: non vi sentireste demotivati dopo un episodio del genere? È più o meno probabile che, la sera di quel lunedì, usciate dall’ufficio prima del solito? Se siete come la stragrande maggioranza delle persone, sicuramente questa situazione vi avrà scornato al punto giusto e non è improbabile che, appunto, quella sera decidiate di andarvene prima e che, magari, seguiate lo stesso comportamento per un po’ di tempo.

Un esperimento con i Lego ha provato che è la motivazione il motore della costruzione: vedere concluso il proprio progetto spinge a lavorare meglio.

Il fatto è che il riconoscimento del nostro lavoro, o la parola ‘fine’ su un progetto cui lavoriamo, è un importante detonatore della nostra motivazione, che è un puzzle più complesso di quello che si possa pensare. L’incentivo monetario, lo stipendio insomma, è sicuramente un fattore importante, importantissimo anzi, nello spingerci a fare qualcosa. Ma non è tutto e, anzi, sempre più è importante, soprattutto nel mondo frenetico del digital e delle start up, tenere in considerazione altri aspetti altrettanto fondamentali e meaningful.

La motivazione è un ombrello sotto cui stanno tante cose: c’è sicuramente il denaro (perché no?), ma ci sono anche l’orgoglio, il significato appunto di ciò che si fa, il senso di lavorare in un ambiente sereno, lo scopo. Ognuna di queste dimensioni concorre a fare di noi delle persone motivate e non attraverso una semplice somma delle componenti, ma con effetti che si sovrappongono gli uni agli altri. Nelle scienze sociali, molti studi hanno dimostrato l’esistenza di meccanismi peculiari: si parla di effetto Lego proprio per dire quanto vedere concluso un proprio lavoro sia importante. E si chiama così perché alcuni ricercatori, per misurarlo, hanno chiesto a due gruppi di studenti di partecipare a un esperimento.

Il task, per usare un linguaggio tecnico, consisteva nell’assemblare, seduti comodamente su un tavolo davanti allo sperimentatore, dei Bionicles. La remunerazione era strutturata in modo che, per il primo Bionicle assemblato, si venisse pagati 3 dollari; per il secondo 2,7; per il terzo 2,4 e così via.

I membri del primo gruppo, nel cosiddetto trattamento meaningful, svolgevano il compito in modo che, finito di assemblare un robottino, lo stesso veniva posto dal ricercatore in una scatola. Le persone in questa condizione potevano quindi decidere di costruirne un secondo e, successivamente, un terzo e così via.

Il secondo gruppo, invece, era sottoposto al trattamento cosiddetto di Sisifo, in omaggio alla figura della mitologia greca che rappresenta le fatiche inutili per antonomasia. In cosa differiva questo secondo setting? Di fronte allo sperimentatore, ogni soggetto poteva montare un Bionicle e ricevere 3 dollari, come nel primo caso. Quando, però, finiva di montare il robot e passava al secondo, pagato 2,7 dollari, il primo Bionicle veniva immediatamente smontato dal ricercatore davanti agli occhi dello sfortunato studente. Se, dunque, quest’ultimo avesse deciso di assemblare il terzo bionicle, di fatto avrebbe finito per montare il primo, in un circolo vizioso. Pensate ad alcune pratiche di mobbing, in virtù delle quali si chiede a un lavoratore di eseguire ripetutamente operazioni completamente inutili e prive di significato. Alcune attività di chi è costretto ai lavori forzati assumono questa caratteristica di inutile crudeltà: scavare buche per ricoprirle e ricominciare a scavarne in un altro punto del terreno.

I risultati dello studio sono molto interessanti e mostrano che chi si trovava nel trattamento di Sisifo assemblava in media quattro robottini in meno di chi era nell’altra situazione. Quattro bionicle sono veramente molti e il dato interessante è che anche osservatori esterni, chiamati a predire l’esito dell’esperimento con i due diversi setting, non erano in grado di valutare correttamente la diversità di performance nelle due diverse situazioni. Chi guardava dall’esterno, cioè, era sì in grado, a priori, di stabilire che i soggetti del trattamento ‘dotato di significato’ avrebbero montato più bionicle, ma sbagliava completamente a stimare la differenza.

Da un punto di vista economico e delle sue implicazioni, l’effetto Lego ci dice che la mancanza di significato, di fatto, agisce in modo che il salario di riserva del lavoratore, l’ammontare minimo di denaro richiesto per accettare di svolgere una certa mansione, aumenta quando la propria attività è percepita come priva di significato.

Nel mondo inevitabilmente rapido e disruptive delle start-up i cambi di programma sono all’ordine del giorno: le idee nascono e muoiono continuamente, anche perché, come diceva Bertold Brecht, ‘sono come le palle di neve e se le tieni in tasca, si sciolgono’. Il fatto è, però, che bisogna comunque di qui le presentazioni interne negli spazi di coworking o la fase di beta continua, che non hanno soltanto lo scopo di testare il prodotto o il servizio per affinarlo al meglio, ma consentono sempre di vivere in una dimensione di ricerca perenne del significato. Al di là delle gratifiche monetarie, poi, seppure decisamente importanti, nulla può essere più salutare di una cena di gruppo con il proprio team, di una visita collettiva a una mostra: esperienze che cementino le relazioni e creino quel cuscinetto emotivo in grado di far fronte ai più che probabili incidenti di percorso nel growth hacking.

Chiedetevi se i vostri collaboratori sono felici e cercate di disegnare un ambiente per loro denso di significato, davvero meaningful.

di Luciano Canova www.centodieci.it

Ridurre gli sprechi

Ridurre gli sprechi e premiare il rigore scientifico nella ricerca biomedica: la campagna Lancet-REWARD

Secondo stime relative al 2010, le spese globali per la ricerca scientifica ammontano ad oltre 240 miliardi di dollari: se questi investimenti hanno indubbiamente determinato rilevanti miglioramenti di salute delle popolazioni, ulteriori traguardi potrebbero essere raggiunti eliminando sprechi e inefficienze nei processi con cui la ricerca viene commissionata, pianificata, condotta, analizzata, normata, gestita, disseminata e pubblicata. Oggi, infatti, la ricerca biomedica è afflitta da un fenomeno imbarazzante e sempre più diffuso: numerose scoperte inizialmente promettenti non determinano alcun miglioramento nell’assistenza sanitaria perché molti studi non riescono a concretizzare robuste evidenze da integrare nelle decisioni che riguardano la salute delle persone (1).

Il quadro sopra descritto consegue a un complesso sistema di azioni e relazioni tra diversi attori della ricerca, ciascuno dei quali agisce in sistemi che presentano rischi e fattori incentivanti. Le azioni risultano dall’interazione tra capacità (intellettive e fisiche del singolo di affrontare azioni specifiche), opportunità (fattori esterni all’individuo che rendono possibili le azioni) e motivazioni (driver che motivano e guidano i comportamenti).

Nel 1994 Douglas Altman nello storico editoriale The Scandal of Poor Medical Research denunciava la scarsa qualità nel disegno e nel reporting della ricerca, affermando che “ogni anno ingenti somme di denaro vengono investite per condurre ricerca gravemente viziata da disegni di studio inappropriati, campioni piccoli e non rappresentativi, metodi di analisi inadeguati e interpretazioni distorte” (2). Da allora le problematiche si sono moltiplicate e si sono accumulate consistenti evidenze del loro impatto, facendo emergere ulteriori preoccupazioni sulla scarsa qualità della ricerca.

Nel 2009 Chalmers et Glasziou identificavano le principali fonti di sprechi evitabili nella ricerca biomedica: quesiti di ricerca irrilevanti, qualità metodologica inadeguata, inaccessibilità dei risultati, studi distorti da reporting selettivi e altri tipi di bias (3). Senza considerare le inefficienze delle fasi di regolamentazione e gestione della ricerca gli sprechi ammonterebbero all’85% degli investimenti, un impatto talmente elevato che la discussione innescata da quell’articolo ha generato numerosi eventi finalizzati a esplorare strumenti e strategie per affrontare una situazione non più accettabile.

Nel 2012 la consapevolezza di questi fenomeni è stata accelerata dalla pubblicazione di Bad Pharma, saggio di Ben Goldacre che ha definito con estrema chiarezza le conseguenze per la salute pubblica che emergono dalla mancata pubblicazione o dal reporting selettivo degli outcome nella ricerca sponsorizzata dall’industria del farmaco (4). Questi problemi sono stati documentati per la maggior parte di aree della ricerca: farmacologica e non, di base e applicata, osservazionale e sperimentale, sugli uomini e sugli animali.

Nel 2013 una maggiore consapevolezza su questi temi ha favorito il lancio della campagna AllTrials (5), che chiede di registrare tutti i trial clinici e di pubblicarne tutti i risultati (6).

Nel gennaio 2014 The Lancet ha pubblicato la serie Research: Increasing Value, Reducing Waste (7) documentando che per aumentare il ritorno degli investimenti della ricerca (value) è necessario stabilire priorità più rilevanti (8), migliorare disegno, conduzione e analisi (9), ottimizzare le procedure di gestione e regolamentazione (10), garantire un adeguato reporting (11) e una migliore usabilità della ricerca (12). È stata quindi costituita la REWARD (REduce research Waste And Reward Diligence) Alliance (13) e lanciata la campagna Lancet-REWARD (14) che ha pubblicato il REWARD Statement (box) e le raccomandazioni con relativi indicatori di monitoraggio su cinque aree di potenziali sprechi della ricerca biomedica (figura): rilevanza della ricerca, adeguatezza del disegno dello studio, dei metodi e delle analisi statistiche, efficienza dei processi di regolamentazione e gestione, completa accessibilità ai dati, usabilità dei report.

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Linea Guida: Emorragia post partum 2016

Linea Guida: emorragia post partum 2016 (fonte SNLG Italia)

Le linee guida rappresentano uno strumento utile a garantire il rapido trasferimento delle conoscenze elaborate dalla ricerca biomedica nella condotta clinica quotidiana. Si tratta di raccomandazioni di buona pratica – formulate da panel multidisciplinari di professionisti – in cui trovano opportuna sintesi le migliori prove disponibili in letteratura e le opinioni degli esperti, a beneficio degli operatori sanitari e degli amministratori, per una migliore qualità e appropriatezza dell’assistenza resa al paziente. Le linee guida non offrono degli standard di cura cui riferirsi acriticamente e in maniera decontestualizzata. Al contrario, tali standard devono potersi esprimere, per ogni singolo caso, sulla base delle informazioni cliniche disponibili, delle preferenze espresse dai pazienti e delle altre circostanze di contesto, accuratamente vagliate alla luce dell’expertise dei professionisti sanitari. Per tale ragione, l’aderenza alle linee guida non rappresenta di per sé la garanzia di un buon esito delle cure. In definitiva, spetta alla competenza e al discernimento dei professionisti, in attento ascolto delle istanze particolari e in considerazione dei valori espressi dai pazienti, stabilire quali procedure o trattamenti siano più appropriati per la gestione dei singoli casi clinici. Tuttavia, ogni significativa deviazione dalle raccomandazioni espresse nelle linee guida – in quanto regole di condotta riconosciute, ben fondate e largamente condivise – dovrebbe sempre poter trovare delle motivazioni basate su solide valutazioni di opportunità, argomentate e chiaramente esplicitate nella documentazione clinica.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che l’emorragia del post partum (EPP) è, a livello globale, la prima causa di mortalità e grave morbosità materna.

La condizione è infatti responsabile di circa un quarto delle morti che avvengono in gravidanza, al parto o durante il puerperio (WHO 2012), di cui la gran parte si verifica nei paesi del Sud del mondo (Khan 2006).

Una revisione sistematica (Calvert 2012) riporta una prevalenza di EPP con perdita ematica ≥500 ml globalmente pari al 10,8% (IC 95%: 9,6-12,1). Il dato presenta un’ampia variabilità regionale compresa tra il 7,2% (IC 95%: 6,3-8,1) in Oceania e il 25,7% (IC 95%: 13,9-39,7) in Africa. La stessa condizione presenta una prevalenza dell’8% in America Latina e in Asia e del 13% in Europa e Nord America. La prevalenza di EPP maggiore, con perdita ematica ≥1.000 ml, è invece significativamente più bassa, con una stima globale del 2,8% (IC 95%: 2,4-3,2) (Calvert 2012). Anche per l’EPP grave il continente Africano registra la prevalenza maggiore, pari al 5,1% (IC 95%: 0,3-15,3), seguita dal 4,3% in Nord America e dal 3% in America Latina, Europa e Oceania. L’Asia detiene la prevalenza più bassa della condizione pari al 1,9%. Nelle ultime due decadi molti studi hanno riportato un aumento di incidenza dell’EPP anche nei paesi industrializzati nonostante questa condizione sia storicamente meno frequente nei paesi a sviluppo economico avanzato (Ford 2007, Joseph 2007, Knight 2009, Lutomskj 2012, Mehrabadi 2013, Rossen 2010). Su oltre 8 milioni di parti assistiti negli Stati Uniti tra il 1999 e il 2008, l’incidenza di EPP grave è passata da 1.9 a 4,2 casi per 1.000 parti (Kramer 2013). In Canada, Australia e Stati Uniti d’America l’International Postpartum Hemorrhage Collaborative Group ha rilevato un aumento di incidenza di EPP primaria da atonia uterina tra il 1991 e il 2006 (Knight 2009). In Canada l’EPP (Joseph 2007) è responsabile anche di circa il 50% del totale dei casi incidenti di grave morbosità materna. In Australia è stato stimato che per ogni morte materna si verifichino almeno 80 casi di grave morbosità materna da causa emorragica (Royal Women’s Hospital Victoria 2013).

Epidemiologia dell’emorragia post partum in Italia

In Italia il Ministero della Salute ha sostenuto con continuità, tramite finanziamenti del Centro nazionale per la prevenzione e il Controllo delle Malattie (CCM), una serie di progetti multiregionali coordinati dall’ISS con l’obiettivo di raccogliere dati affidabili e di qualità sulla mortalità e grave morbosità materna. Dal 2015 la sorveglianza ostetrica coinvolge 8 regioni (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia) con una copertura del 73% dei nati del paese. La disponibilità di un sistema di raccolta dati stabile e accurato rappresenta un elemento operativo ineludibile per un monitoraggio delle modalità assistenziali che sia in grado di rilevare sia le buone pratiche che le aree critiche suscettibili di miglioramento, con l’obiettivo di abbandonare la cultura della colpevolizzazione.

Il documento è stato organizzato in due grandi sezioni:

una parte principale che riporta per ciascun argomento di interesse i quesiti formulati dal panel, una breve descrizione di carattere generale dell’argomento, l’interpretazione delle prove e le raccomandazioni per la pratica clinica; la bibliografia è riportata in ordine alfabetico a conclusione di ogni capitolo. Questa parte del documento, che si apre con una breve sezione dedicata alla definizione della emorragia del post partum (EPP), permette al lettore di prendere in esame i singoli aspetti della prevenzione e trattamento dell’EPP e accedere all’interpretazione delle prove e alle raccomandazioni formulate dal panel.

tre appendici che riportano per ciascun argomento di interesse i quesiti formulati dal panel, la descrizione degli studi inclusi, i punti chiave dell’argomento e la descrizione narrativa delle prove. Questa parte del documento permette al lettore di accedere alla descrizione narrativa di tutti gli studi inclusi e utilizzati per lo sviluppo della linea guida. Gli esiti giudicati dal panel rilevanti per i quesiti clinici e le tabelle GRADE in cui le informazioni estratte dalla letteratura sono state tabulate per rendere trasparente il livello della prova di efficacia sono disponibili on-line sul sito SNLG-ISS (http://www.snlg-iss. it), all’indirizzo http://www.snlg-iss.it/lgn_EPP.

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