La responsabilità della corretta somministrazione dei farmaci è dell’infermiere

È  RESPONSABILITÀ DIRETTA DELL’INFERMIERE NELLA SOMMINISTRAZIONE DEI FARMACI

Le riforme normative dell’ultimo ventennio hanno permesso di ricavare ambiti di autonomia e responsabilizzazione diretta dell’infermiere che conducono per converso a ritenere, in alcuni casi, insussistente una responsabilità del medico per omessa vigilanza.

Rientrano certamente nell’ambito dell’esclusiva responsabilità e cura dell’infermiere le prestazioni consistenti nella somministrazione dei farmaci. In particolare, l’autonomia e la responsabilità dell’infermiere riguardano le procedure e le VALUTAZIONI necessarie per GARANTIRE la CORRETTEZZA DELL’APPLICAZIONE DELLA CURA.

La prescrizione, per contro, costituisce ancora atto proprio ed esclusivo del medico, che deve individuare la scelta del farmaco più appropriato sulla base della diagnosi e della indicazione terapeutica ritenuta più idonea al trattamento della patologia, MA L’INTERPRETAZIONE DELLA TERAPIA, COSÌ COME LA (eventuale preparazione e) SOMMINISTRAZIONE DELLA STESSA, SONO ATTI PROPRI DELL’INFERMIERE.

A fronte dell’autonoma responsabilità dell’infermiere, nell’ambito della fattispecie di somministrazione dei farmaci, ARRETRA, evidentemente, la POSIZIONE DI GARANZIA DEL MEDICO con riferimento all’obbligo di vigilanza dell’operato del predetto professionista sanitario.

(Fonte Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net)
http://www.dirittosanitario.net

Le infermiere sono maggiormente a rischio di infortuni

Le infermiere sono la categoria più esposte a rischio di infortunio sul lavoro

Sinossi a cura di Emanuele Bascelli

L’estrema varietà e complessità delle mansioni e dei compiti svolti da questa categoria di lavoratrici espone le infermiere ad innumerevoli rischi, sia di carattere generale, connessi cioè alle precarie condizioni ambientali della struttura, sia di carattere specifico come quelli traumatici dovuti agli sforzi da sollevamento e spostamento di pazienti o quelli legati a radiazioni, apparecchiature elettromedicali, chemioterapici e antiblastici, rifiuti speciali. È quanto emerge da uno Studio condotto da ANMIL “Prendersi cura di chi cura” che ci riporta una chiara evidenza dei pericoli presenti del panorama sanitario italiano in merito al fenomeno infortunistico.

image1Come descritto nel report, la maggior parte degli infortuni sul lavoro, il 54,9 % del totale avviene nelle Strutture Ospedaliere e nelle Case di cura, per il resto, il 10,8% del totale si verifica tra le attività di Assistenza sociale in forma non residenziale ed il 9,2% in forma residenziale, l’8% del totale tra le Attività di assistenza infermieristica residenziale. Sulla base delle risultanze statistiche ufficiali, si può affermare che, in generale, per la donna che lavora la probabilità di subire un infortunio in itinere è superiore di ben il 50% rispetto a quella del collega uomo.image2

Ulteriore conferma che per la donna che lavora il pericolo più grave e più diffuso è rappresentato proprio dal percorso che si effettua per recarsi o tornare dal posto di lavoro. Anche per quanto riguarda gli eventi mortali verificatisi nel lavoro femminile nella Sanità, la quota di quelli avvenuti nel tragitto casa-lavoro-casa rappresenta una quota molto rilevante con valori che variano tra il 50% e l’80% del totale. La media del quinquennio si attesta intorno al 70% del totale.
image4Dai dati elaborati da ANMIL e INAIL, è sempre l’Infermiera l’operatrice sanitaria che in assoluto risulta colpita da infortuni in misura maggiore rispetto a tutte le svariate figure professionali che operano nelle strutture sanitarie o comunque nell’ambito dell’as- sistenza sanitaria o sociale. Nel 2013 (ma la situazione è sostanzialmente analoga per gli altri anni) le Infermiere hanno subito oltre 10.000 infortuni, pari al 31,9% del totale. In pratica su tre operatrici sanitarie infortunate una è Infermiera.

Quasi la metà delle donne infortunate nella Sanità è di età media: infatti circa 14.000 operatrici infortunate, pari al 46,7% del totale di infortunati nel 2013, appartiene alla classe di età compresa tra i 35 e i 49 anni.

Per quanto riguarda le altre figure professionali femminili che operano in campo sanitario ed assistenziale, incidenze infortunistiche di un certo rilievo si riscontrano per le Operatrici socio-sanitarie, che contano nel 2013 circa 3.200 infortuni pari al 10,1% del totale; seguono le Operatrici socio-assistenziali (circa 2.100 infortuni pari al 10,1% del totale), le Ausiliarie ospedaliere (1.700 infortuni pari al 5,3% del totale) e le Portantine con 1.300 infortuni e il 4,1% del totale. A seguire tutte le altre svariate figure professionali con percentuali oscillanti intorno all’1%.Tra queste anche le Addette alle pulizie che, nell’anno 2013, hanno fatto registrare poco più di 200 infortuni pari ad appena lo 0,7% del totale: si tratta di una categoria che generalmente presenta alti tassi infortunistici ma che in questo contesto risultano poco rappresentate in quanto in ospedali e case di cura tali servizi (come pure quello di addetti alla cucina) vengono generalmente affidati a ditte esterne alla struttura.

A livello territoriale, la distribuzione degli infortuni occorsi ad operatrici sanitarie è strettamente correlato alla maggiore o minore presenza di strutture ed attività sanitarie e quindi risulta più consistente in quelle regioni che hanno il maggiore peso demografico, essendo il rischio infortunistico per queste operatrici abbastanza trasversale alle varie aree geografiche. Ed infatti al primo posto si trova la Lombardia, con quasi 6.000 infortuni che rappresentano il 18,7% del totale nazionale; seguono l’Emilia-Romagna con circa 3.800 infortuni e l’11,9% del totale, la Toscana con 3.200 infortuni e il 9,9% del totale, il Lazio con 2.800 infortuni e l’8,9% del totale, il Veneto con quasi 2.800 infortuni e l’8,7% del totale ed il Piemonte con 2.200 infortuni pari al 6,9% del totale nazionale. Via via a seguire le altre, con quote sempre decrescenti, fino al piccolo Molise che conta poche decine di infortuni l’anno.

Principali cause di infortunio sul lavoroimage5

La prima causa di infortunio per le donne che operano nella Sanità è rappresentata dalla Caduta di persona che conta nel 2013 circa 5.500 infortuni pari al 23,3% del totale: in pratica, quasi un quarto degli infortuni è riconducibile a questa causa. Si tratta per lo più di eventi dovuti a scivolamenti, inciampamenti, urti, perdita di equilibrio, ecc. connessi alle innumerevoli “barriere architettoniche” che si possono incontrare in ambienti e strutture così complessi. Una causa che potremmo definire “generica” in quanto comune a molti altri settori di attività, così come anche generica si può ritenere la Perdita di controllo di attrezzature o macchinari, che ha determinato circa 4.400 infortuni pari al 18,8% del totale. Una causa specifica del settore, come il sollevamento di pazienti o lo spostamento degli stessi dal letto alla carrozzina o ad altri ambienti, è alla base, invece, di gran parte dei circa 4.000 infortuni (16,8% del totale) dovuti a Movimenti sotto sforzo fisico. Circa 3.000 infortuni (13,1% del totale) sono causati da Movimenti scoordinati, mentre 1.100 operatrici sanitarie (4,8%) sono state colpite dalla Rottura di attrezzature o macchinari. Ma esiste anche un altro rischio di natura molto particolare e diffuso soprattutto tra le operatrici di questo settore causato da “Aggressione o violenza da parte di estranei”. Dei circa 4.000 infortuni indennizzati complessivamente dall’INAIL nel 2013 per questa particolarissima tipologia di eventi, circa 1.200 (quasi un terzo del totale) sono avvenuti nella Sanità e di questi ben il 71% (851 casi) ha interessato la componente femminile. Si tratta in genere di aggressioni da parte di pazienti (per lo più psicolabili), da parte di parenti o da altri utenti per motivi vari o di casi similari.

Tratto da “LA SICUREZZA E LA TUTELA SUL LAVORO DELLE DONNE CHE OPERANO NEL CAMPO DELL’ASSISTENZA SANITARIA” Uno studio realizzato per ANMIL da Franco D’Amico e Maria Giovannone Con il contributo del Prof. Domenico Della Porta

La Cassazione qualifica l’infermiere

La Cassazione “qualifica” l’Infermiere

La Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere specializzato precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato di autonomia decisionale e organizzativa.

Commento a Cassazione Penale N. 2541 del 21 gennaio 2016

Mai come nell’attuale momento storico la figura dell’infermiere è posta al centro delle attenzioni. Da un lato, c’è chi continua a ricondurre l’infermiere alla figura di fedele assistente del medico nelle esecuzioni di compiti di cura della “persona” malato. Dall’altro, vi sono le associazioni professionali e molti singoli professionisti, che reclamano a gran voce un ruolo più centrale, il riconoscimento di una professionalità assolutamente unica e specifica, la cancellazione di ogni concetto di “asservimento” al medico, al management sanitario, e alle Asl.

Ebbene, a parere di chi scrive, è indubbio che l’infermiere sia da considerarsi quale vero e proprio professionista e protagonista del sistema sanitario. Esso è depositario di conoscenze specifiche, di professionalità, di un know-how che non è solo nozionistico, ma si basa su anni di rapporto diretto, stretto, unico, con il paziente. Tutto ciò lo rende un soggetto attivo nelle fasi di cura e, soprattutto, un ottimo osservatore e, quindi, un ottimo consigliere nel miglioramento e nella risoluzione di tutti gli aspetti inerenti i processi assistenziali.

Naturalmente, tale ruolo centrale, oltre a portare con sé l’onore del riconoscimento, grava l’infermiere dell’onere della responsabilità.

avvocatosanitarioE’ questo il concetto alla base della decisione in discorso che, sul solco di un orientamento costante in tema di responsabilità sanitaria omissiva, riconosce l’infermiere quale legittimato passivo di una richiesta di risarcimento danni con conseguente responsabilità penale dello stesso, al posto del medico. Ciò mostra come sia ormai scardinato quel meccanismo che riconduceva sempre e comunque al medico la responsabilità di ciò che accadeva nei reparti ed ai propri pazienti, a favore di una personalizzazione degli addebiti sulla base, appunto, delle specifiche qualità professionali delle singole figure.

Il caso

Ma andiamo con ordine. Il caso prende le mosse dalla morte di un paziente ricoverato in un reparto di terapia intensiva cardiologica. Il malcapitato, era stato collegato ad un nuovo macchinario per la rilevazione dei parametri vitali che prevedeva l’attivazione manuale degli allarmi che, se non attivati, restavano in stand-by. Ebbene, la mancata attivazione dei detti allarmi, fece sì che pur in presenza di un arresto cardiaco, il macchinario non segnalò alcuna anomalia con conseguente decesso del detto paziente.

Naturalmente, venne accusato il medico (primario) per la commessa omissione riscontrabile non solo nel mancato controllo dell’operato degli ausiliari, ma anche per la mancata organizzazione di corsi specifici sul nuovo macchinario. Ebbene, in primo grado il detto medico venne assolto, salvo poi essere condannato per omicidio colposo in secondo grado.

Gli ermellini, nel dirimere la vicenda, hanno analizzato la figura dell’infermiere specificando che, lo stesso non è considerabile come semplice ausiliario del medico, ma al contrario, è egli stesso un professionista sul quale grava ogni forma di responsabilità. Fra queste, rientra senza dubbio la responsabilità omissiva che deriva dalla particolare posizione di garanzia che l’infermiere ha nei confronti del paziente e che è autonoma rispetto alla posizione del medico.

Con la sentenza in discorso, quindi, la Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere specializzato precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato, soprattutto in reparti come la terapia intensiva, di autonomia decisionale e organizzativa, oltre che di conoscenze specifiche che lo rendono in grado di intervenire senza l’ausilio del medico in caso di comparsa di situazioni di crisi per il paziente.

Da tale autonomia, discende in maniera diretta e non mediata, la responsabilità degli infermieri stessi.

A chiusura della sentenza, gli Ermellini, chiariscono che la preparazione degli infermieri sui macchinari non è responsabilità dei primari che non hanno obblighi formativi da far rispettare o da assolvere nei confronti del personale sanitario. Ci si potrebbe chiedere, allora, a chi spetti tale responsabilità? Ebbene la risposta, a parere del sottoscritto, si trova in una norma specifica, ovvero, la Legge n°412/91 che riguarda i compiti e le responsabilità del Direttore Sanitario. Ad esso spetta, infatti, la verificazione non solo del corretto funzionamento dei macchinari, ma anche del possesso dei titoli e delle conoscenze specifiche del personale in servizio presso la struttura. Da ciò dovrebbe derivare anche l’obbligo di prevedere apposita formazione sull’utilizzo dei macchinari in dotazione presso la struttura o la scelta di personale che sia fornito a priori di certificazioni riguardanti l’utilizzo dei macchinari stessi.

A cura Avv. Gianluca Mari

Intervento malriuscito

Intervento malriuscito: pagano tutor e specializzando

tratto da Il Sole 24 ore Sanità, Sentenze. di Paola Ferrari 25 marzo 2016.

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È connotato da colpa grave e costituisce danno erariale e disciplinare il comportamento del tutor della clinica universitaria che deleghi a eseguire un intervento un medico frequentatore o specializzando privo del titolo, anche se con competenze adeguate. Questa è l’opinione dei giudici della sezione Toscana della Corte dei conti espressa nella sentenza n. 58/2016 del 9 marzo.

Connotato da colpa grave e costituisce danno erariale e disciplinare il comportamento del tutor della clinica universitaria che deleghi a eseguire un intervento un medico frequentatore o specializzando privo del titolo, anche se con competenze adeguate. Connotato da colpa grave e costituisce danno erariale e disciplinare il comportamento del tutor della clinica universitaria che deleghi a eseguire un intervento un medico frequentatore o specializzando privo del titolo, anche se con competenze adeguate. sentenza n. 58/2016
Il Procuratore aveva contestato al tutor e al medico dottorando, che avevano eseguito l’intervento, un danno arrecato all’ente quantificato in complessivi euro 492.996.

Negligenze e incompetenze

La Corte dei conti, valutata la situazione, ha accolto solo parzialmente la domanda considerando il fatto come grave negligenza che aveva determinato la decisione dell’azienda sanitaria universitaria di giungere a un accordo con i parenti della defunta, ma in considerazione della concorrenza causale degli altri aspetti concomitanti ravvisati nella gestione complessiva dell’azienda che nel tempo aveva sempre tollerato comportamenti simili, la Corte ha ritenuto di applicare il potere riduttivo, condannando il dottorando al risarcimento di euro 20mila e di euro 45mila a carico del tutor.

Negligenze e incompetenze

Secondo l’accusa, la paziente era deceduta in seguito alle complicanze di un intervento di “ernia discale lombare”, la quale aveva delegato come primo operatore un medico che non solo aveva malamente eseguito l’intervento, ma addirittura non possedeva alcun titolo per la sua esecuzione, atteso che lo stesso era un mero frequentatore, presso la clinica universitaria, di un dottorato triennale di ricerca in patologia vascolare tratto testa-collo, diversa rispetto a quella specifica per l’intervento eseguito.

In sede di primi accertamenti, la Direzione aziendale aveva appurato che il tutor aveva autorizzato il dottorando sulla base della convinzione che gli fosse utile «una conoscenza e formazione teorica e pratica delle patologie di tutta la colonna vertebrale».

Il medico inoltre risultava adeguato dal momento che aveva già in curriculum cinque anni di specializzazione in neurochirurgia e tre di dottorato, in ragione dei quali aveva già effettuato «da solo o con l’affiancamento di specializzandi e/o di professori associati della struttura ben 374 interventi su pazienti ricoverati». Come si legge nella sentenza: «Interventi tutti a perfetta conoscenza dell’Azienda, del direttore sanitario e comunque della struttura sanitaria senza che fosse sollevata alcuna obiezione e/o contestazione da parte di tutti gli organi direttivi». Nello specifico di quell’intervento, inoltre, non erano stati commessi errori ed era stato eseguito secondo le linee guida (circostanza avvalorata dalla consulenza tecnica in ambito penale che mandò assolti i medici).

Le competenze tecniche adeguate, secondo i giudici, non esimevano i medici da responsabilità conseguente alla violazione consapevole di precisi, puntuali, quanto inequivoci, obblighi di servizio rispetto ai quali i due medici si erano discostati dal modello procedurale previsto, anzi rivendicando, la giustezza consuetudinaria di tale divergente procedura, la cui violazione non può trovare giustificazione nell’asserita sua costante conoscenza da parte degli organi di vertice dell’Azienda ospedaliera.

E proprio tale scostamento dal modello comportamentale previsto ha esposto la stessa Azienda alla rivalsa risarcitoria prospettata dagli eredi della defunta, risolta in sede transattiva e in proceduta temporalmente ravvicinata anche in conseguenza di questa oggettiva posizione di manchevolezza da parte della struttura.

Abbiamo selezionato questa sentenza della corte di cassazione per affrontare e porre una riflessione piuttosto ampia sulle competenze professionali e tecniche, sulla capacità di eseguire un’operazione o intervento con delega, ma  nel rispetto di evidenze scientifiche e linee guida.

Documentare correttamente

La documentazione clinica assistenziale

Dal 1973, ad opera della legge n. 795, si viene ad affermare che “è funzione essenziale dell’infermiere professionale osservare le condizioni o gli stati fisici o emotivi che provocano importanti ripercussioni sulla salute e comunicare tali osservazioni agli altri membri del gruppo sanitario”.

L’abrogato mansionario (D.P.R 14 marzo 1974, n. 225) si limitava, invece, a stabilire che l’infermiere doveva “provvedere alla registrazione su apposito diario delle prescrizioni mediche, delle consegne e delle osservazioni eseguite durante il servizio”.

Con il D.P.R. n. 384 del 28 novembre 1990, veniva stabilito che “deve attivarsi un modello di assistenza infermieristica che, nel quadro di valorizzazione della specifica professionalità consenta, anche attraverso l’adozione di una cartella infermieristica, un progressivo miglioramento delle prestazioni al cittadino”.

Il D.M. n. 794 del 1994 stabiliva poi che l’infermiere “pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico”, pertanto la cartella infermieristica diveniva un fondamentale strumento di lavoro.

La legge n. 42 del 1999, abrogando il mansionario dell’infermiere e la dizione “professione sanitaria ausiliaria” in ogni precedente disposizione di legge relativamente alle professioni infermieristiche, ostetriche, riabilitative, tecniche sanitarie e della prevenzione, ne permetteva finalmente una vera autonomia professionale.

Autonomia rafforzata dalla L. 251 del 2000 che, è utile ricordare, richiama l’impiego per la professione infermieristica e ostetrica di metodologie di pianificazione per obiettivi dell’assistenza, pianificazione che non può certamente avvenire senza una adeguata documentazione assistenziale. Anche la deontologia dei professionisti sanitari si occupa dell’informazione tra professionisti e della documentazione assistenziale (ad esempio articoli 23, 26 e 27 del Codice deontologico dell’infermiere).

Requisiti di una documentazione corretta:

La veridicità. È il più significativo dei requisiti e indica l’effettiva corrispondenza fra il dato registrato e il fatto, ovvero tra quanto osservato, percepito, pianificato, eseguito e quanto scritto.

La completezza e la precisione. I dati riportati devono essere il più possibile capaci di descrivere quello che è accaduto, dandone una visione completa, per cui non si deve trascurare o omettere elementi che possano essere essenziali.

La chiarezza e la comprensibilità. La registrazione (grafia e comprensione del testo) deve essere chiaramente leggibile da parte di chiunque senza possibili interpretazioni. L’articolo 92 del D.Lgs 196/2003 prevede che i dati personali devono essere comunicati all’interessato in forma intellegibile, ad esempio nel caso di copie di cartelle cliniche, pertanto la comprensione dei dati deve essere agevole.

La tempestività. La registrazione di ogni annotazione deve essere effettuata contestualmente al verificarsi dell’evento. Anche in casi eccezionali (urgenze e/o emergenze) i fatti devono essere registrati il prima possibile: “i fatti devono essere annotati conformemente al loro verificarsi” (Cassazione, 22694/2005).
La pertinenza e la non eccedenza. La documentazione non deve contenere informazioni non in relazione con il paziente e la sua situazione clinica, oppure dati eccessivi e non utili alla gestione dell’assistenza (ad esempio commenti personali o critiche sull’operato di altri professionisti). In caso di necessità si possono però segnalare reclami o conflitti col paziente e/o coi parenti virgolettando le frasi sentite senza l’aggiunta di alcun commento.
La rintracciabilità. Ci deve essere la possibilità di poter risalire a tutte le attività, agli esecutori, ai materiali e ai documenti che costituiscono le componenti dell’episodio di ricovero, secondo una precisa linea cronologica.

Estratto da “Professione infermiere Umbria” Bollettino Ipasvi Anno XV-N°2-2015 di Marco Zucconi e Rosita Morcellini 

Infermieri e demansionamento 

 Dal Sole24 ore sanità: Gli Infermieri, un profilo a metà

Di Stefano Simonetti

Il Sole24 ore Sanità – 23 marzo 2016

Una recente sentenza della magistratura del lavoro ha fornito una lettura piuttosto interessante del demansionamento o, meglio, del rifiuto del dipendente pubblico di svolgere mansioni inferiori a quelle che lui doveva compiere. La vicenda riguarda un infermiere di una grande Azienda.

Quando si parla di mansioni del dipendente pubblico normalmente ci si riferisce alla problematica dello svolgimento di mansioni superiori per il quale, come è noto, vige una disciplina speciale del tutto diversificata da quella del codice civile, contenuta nell’articolo 52 del decreto legislativo 165/2001.

Quando si parla di mansioni del dipendente pubblico normalmente ci si riferisce alla problematica dello svolgimento di mansioni superiori per il quale, come è noto, vige una disciplina speciale del tutto diversificata da quella del codice civile, contenuta nell’articolo 52 del decreto legislativo 165/2001.

Meno frequente è l’occasione di trattare il tema delle mansioni inferiori rispetto alle quali, nel silenzio del citato articolo 52, si applica invece la medesima normativa civilistica ex articolo 2103 che, peraltro, è stato recentemente modificata in modo decisamente innovativo nel nuovo sesto comma da parte di uno dei decreti delegati del Jobs Act (articolo 3 del Dlgs 81/2015).
In tale contesto, una recente sentenza della magistratura del lavoro ha fornito una lettura piuttosto interessante del demansionamento o, meglio, del rifiuto del dipendente pubblico di svolgere mansioni inferiori. La vicenda riguarda un infermiere di una grande Azienda ospedaliera ma, per i contenuti e i richiami normativi, è del tutto estensibile alla totalità dei lavoratori pubblici.

La pronuncia è quella della Corte di appello di Roma – II sezione lavoro del 17 novembre 2015 con la quale è stata annullata la sentenza di I grado che aveva dato ragione all’infermiere che si era rifiutato di confezionare i Rot (rifiuti ospedalieri tossici) in caso di assenza di personale ausiliario – come prescritto da una circolare interna della quale con il ricorso si chiedeva la disapplicazione – ritenendo che la mansione non rientrasse tra le sue attribuzioni.
Il giudice del lavoro adito aveva deciso che la mansione di cui si tratta non spetta agli infermieri bensì al personale Ota (sic). In appello è stato invece ricordato che per aversi demansionamento è «necessario il prevalente e costante svolgimento di compiti afferenti a un livello di inquadramento inferiore a quello di assunzione».

Per giungere alle conclusioni la Corte di appello ha valutato le osservazioni delle controparti che si erano essenzialmente fondate su di una questione formale.
L’azienda ricorrente richiamava infatti l’articolo 49 del codice deontologico della professione infermieristica che sancisce il principio della compensazione dei compiti correlato alla responsabilità su tutti gli aspetti igienico sanitari del reparto.

L’infermiere convenuto, da parte sua, aveva controbattuto che tale attività di supplenza deve in ogni caso riferirsi alla qualifica immediatamente inferiore che, secondo la parte appellata, è quella di infermiere generico. È stato agevole per la Corte ricordare che l’infermiere generico è una figura abolita per cui «a tutt’oggi la qualifica di ausiliario risulta essere immediatamente inferiore a quella di infermiere professionale».

In disparte dalla confusione sui profili (l’aggettivo “professionale” non esiste più, anche l’Otaa – e non l’Ota! – è a esaurimento, si dimentica del tutto il profilo dell’Oss) e dalla esigibilità giuridica del Codice deontologico nell’ambito del rapporto di lavoro contrattualizzato, la decisione è stata affidata, come si diceva, a un mero formalismo consistente nella verifica di quale sia il profilo immediatamente inferiore a quello dell’infermiere al fine di ritenere o meno legittima la compensazione delle mansioni.
La difesa dell’Azienda, tra l’altro, non ha nemmeno ricordato che lo stesso contratto collettivo di categoria prevede tale fattispecie, peraltro in modo ben più chiaro e sostanziale. Infatti l’articolo 13, comma 5, del Ccnl del 7 aprile 1999 stabilisce testualmente che «ciascun dipendente è tenuto a svolgere anche attività complementari e strumentali a quelle inerenti lo specifico profilo attribuito i cui compiti e responsabilità sono indicati a titolo esemplificativo nelle declaratorie…».
Orbene, risulta evidente che svolgere saltuariamente e per necessità organizzative motivate mansioni proprie di un profilo inferiore – ma anche superiore, evidentemente – non costituisce violazione dell’articolo 52 del Dlgs 165/2001 e rientra nei compiti istituzionali e nei doveri di ufficio.

Va ricordato in proposito che sono decenni che è stato superato il famigerato mansionario cioè quel modello organizzativo rigido e vincolante che faceva rispondere “non mi compete” ogni qual volta al dipendente fosse stato richiesto qualcosa di più o di diverso. Prima dell’introduzione delle qualifiche funzionali il sistema fortemente gerarchizzato imponeva una organizzazione del lavoro fordista nella quale le competenze erano nettamente separate e avulse da quelle del collega sovraordinato.
Nella tipica organizzazione amministrativa italiana – quella ministeriale – un atto amministrativo veniva adottato secondo questo schema: un funzionario direttivo minutava l’atto, un impiegato esecutivo lo batteva a macchina, il dirigente lo firmava e, ad abundantiam, un commesso portava i fogli da una stanza all’altra per i rispettivi adempimenti. Tale organizzazione postulava la piena occupazione, anzi c’è da credere che gli organici pletorici fossero la causa giustificatrice del sistema.
Quando nei primi anni Novanta la Bocconi si interessò al nascente processo di aziendalizzazione delle Usl – intuendo l’enorme potenzialità del fenomeno – i suoi docenti erano soliti rappresentare il dipendente pubblico come un soggetto con un revolver sempre pronto nella fondina: il mansionario. Veniva estratto ogni qualvolta si chiedeva qualcosa, anche banale ed estremamente contingente, che non fosse espressamente previsto nel mansionario. Era normale la polemica del funzionario direttivo che si rifiutava di scrivere a macchina, di fare fotocopie e altri compiti esecutivi o quella della dattilografa che faceva finta di non capire cosa avesse scritto perché non era una impiegata di concetto.
Con il passaggio dalla direzione per atti a quella per obiettivi lo schema di cui sopra è (si spera) completamente superato anche perché la forte riduzione degli organici non lo permetterebbe più. Tra l’altro un tale sistema rigidamente parcellizzato è assolutamente incompatibile con la natura aziendalistica delle attuali realtà sanitarie nelle quali le parole d’ordine sono flessibilità e lavoro di squadra.
Nello specifico degli infermieri è stata considerata una grande vittoria per la professione l’abrogazione del mansionario contenuto nel Dpr 225/1974 a opera della legge 42/1999 che ha elevato quella dell’infermiere – che perse l’aggettivo “professionale” – a professione sanitaria (non più ausiliaria) con il contestuale riconoscimento del percorso di studi a livello universitario. Tuttavia le competenze e le attribuzioni del “nuovo” infermiere non sono state subito così lineari e definite; lo stesso Dm 14 settembre 1994 n. 739, che definisce il profilo, è francamente troppo generico. Con la conseguenza che da 20 anni la problematica di cosa deve o può fare l’infermiere è di forte attualità tanto da giungere al famoso (o sarebbe meglio dire famigerato) comma 566 della legge 190/2014 che ha ritenuto di risolvere la questione del perimetro delle competenze infermieristiche in relazione all’atto medico mediante un accordo Stato-Regioni che, peraltro, non vedrà mai la luce per la netta e insormontabile ostilità da parte dei medici.

A oggi la norma è servita soltanto per illudere una delle parti in causa dell’imminente nascita dell’infermiere specializzato e, nei confronti della controparte, per dimostrare una volta di più la propria chiusura a qualsiasi innovazione che determini perdita di potere o prestigio per la professione medica.

Nota della redazione scientifica OsNacc e AcademyCM

Al di là di meccanismi politici perversi e di situazioni incomprensibili che non ci riguardano affatto, noi di AcademyCM pensiamo che gli infermieri in ogni turno loro di lavoro, in ogni giornata di assistenza offrono il proprio impegno professionale sempre per il bene del malato, del servizio, della propria azienda e soprattutto per la cura del paziente. Gli infermieri hanno ben chiaro chi è il loro principale interlocutore: una persona che ha bisogno di assistenza, di aiuto e di cure. Come non ricordare i tanti infermieri che, autonomamente e a proprie spese, studiano tutta la propria vita professionale, per migliorarsi, per crescere, per essere sempre pronti ai diversi bisogni innovativi di cure, fino divenire ALTAMENTE SPECIALISTI nei propri ambiti di cura. Nel corso degli anni certamente di strada ne è stata fatta, e se ancora oggi manca qualcosa per ottenere quel riconoscimento reale e probabilmente dignitoso  dalle istituzioni, sappiamo bene che un infermiere, a prescindere, ogni giorno darà sempre e comunque tutto se stesso sempre per il bene del paziente per dell’amor proprio al lavoro.

Ricordatevi:…noi siamo pronti!

Codice deontologico e diritto

Ordini professionali: le norme del codice deontologico non sono assimilabili a quelle di diritto. Lo ha ribadito una sentenza della Cassazione

Le norme presenti in un codice deontologico di un ordine professionale non sono equiparabili a quelle di diritto che operano nell’ordinamento generale, né possono essere considerate tali nell’accezione e ai fini di cui all’articolo 360 n. 3 del Cpc . Lo hanno ribadito i giudici della Suprema corte con la sentenza n. 23017 dell’11 novembre 2015.

Un principio consolidato – In particolare, viene richiamata in motivazione nella pronunzia in rassegna, la sentenza della Cassazione del 23 gennaio 2007 n. 1476, secondo cui le norme del codice deontologico di un ordine professionale, al di fuori dell’ambito disciplinare, non sono assimilabili a norme di diritto operanti nell’ordinamento generale, né possono essere considerate tali nell’accezione e ai fini di cui all’articolo 360 n. 3, del Cpc.
Analogamente, nell’ambito della violazione di legge – in relazione alla quale (oltre che per incompetenza ed eccesso di potere) le decisioni del Consiglio nazionale forense sono ricorribili per cassazione (art. 56 del regio decreto – legge 27 novembre 1933 n. 1578 e articolo 111 della Costituzione) – va compresa anche la violazione delle norme del codice deontologico dell’Ordine professionale, trattandosi di norme giuridiche obbligatorie valevoli per gli iscritti all’albo degli avvocati che integrano il diritto oggettivo ai fini della configurazione dell’illecito disciplinare, Cassazione, sentenza 23 marzo 2004, n. 5776.
Sempre nel senso che nell’ambito dei giudizi disciplinari le norme del codice deontologico di un ordine professionale assumono il rango di norma di diritto ai fini del sindacato di legittimità, Cassazione, sentenze 3 marzo 2011 n. 5116 (resa con riguardo all’articolo 29 del codice deontologico degli architetti), sezioni Unite, 7 luglio 2009 n. 15852 (secondo cui le previsioni del codice deontologico forense hanno la natura di fonte meramente integrativa dei precetti normativi e possono ispirarsi legittimamente a concetti diffusi e generalmente compresi dalla collettività) e 14 luglio 2004 n. 13078, secondo cui il codice disciplinare dei geometri assume il rango di norma di diritto e, quindi, l’interpretazione della norma appartenente al codice deontologico costituisce una questio iuris, come tale prospettabile dinanzi al giudice di legittimità come violazione di legge, e non una quaestio facti, in ordine alla cui soluzione il sindacato della cassazione è limitato al controllo sull’esistenza e la legalità della motivazione.
In tema di tutela della riservatezza – Al riguardo – peraltro – in molteplici occasioni – specie in tema di tutela della riservatezza – la Suprema corte ha affermato che il codice deontologico dei giornalisti costituisce fonte normativa integrativa (ad esempio, Cassazione, sentenze 6 giugno 2014, n. 12834, secondo cui la pubblicazione su un quotidiano della foto di una persona ritratta al momento del suo arresto è legittima se sia rispettosa – tra l’altro – anche delle particolari cautele imposte a tutela della persona ritratta, previste dall’articolo 8, primo e secondo comma, del codice deontologico dei giornalisti, che costituisce fonte normativa integrativa, e 24 aprile 2008 n. 10690, nonché 25 giugno 2004 n. 11864, ove – in entrambe – il rilievo che il rispetto delle previsioni deontologiche è condizione essenziale per la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali e, se tali presupposti non sussistono, il consenso dell’interessato è imprescindibile e la diffusione del dato senza quel consenso è suscettibile di essere apprezzata come fatto produttivo di danno risarcibile ai sensi dell’articolo 18 della legge n. 675 del 1996)

Consenso informato e opuscolo informativo

Il consenso informato non può presumersi se l’opuscolo informativo è generico e incompleto

Il consenso deve essere pienamente consapevole e completo, ossia deve essere “informato”, dovendo basarsi su informazioni dettagliate fornite dal medico, ciò implicando la piena conoscenza della natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili negative.
Non adempie all’obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico il quale ritenga di sottoporre al paziente, perché lo sottoscriva, un modulo del tutto generico, da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni.
Il medico deve informare correttamente il paziente e fornirgli dettagliate informazioni sulla natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati, delle possibili conseguenze negative e il consenso informato non può provenire dalla consegna al paziente di un modulo generico da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni.
Questo è il principio che emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 2177/2016, la quale consente di fare qualche riflessione sulla responsabilità civile connessa all’attività medico chirurgica.

Corte di Cassazione n. 2177/2016 

Il fatto
Una paziente si è rivolta al giudice ordinario con domanda risarcitoria, in quanto dopo essersi sottoposta ad un intervento chirurgico al fine correggere la miopia, ha iniziato ad avere un peggioramento del visus visivo.
La domanda risarcitoria si basava tra l’altro, sull’assunto della non adeguata informazione sulla natura dei rischi dell’intervento chirurgico, nel senso che la paziente non avrebbe manifestato la sua volontà a farsi operare se avesse avuto piena cognizione di eventuali complicanze.
Il medico avrebbe consegnato alla paziente un opuscolo informativo, relativo all’intervento da effettuare, incompleto.

La decisione
Punto focale su cui è stata impostata la decisione di legittimità in rassegna è il consenso informato, che altro non è che l’accettazione espressa da un paziente a sottoporsi ad un trattamento sanitario, in maniera libera, e non mediata dai familiari, dopo essere stato informato sulle modalità di esecuzione, i benefici, gli effetti collaterali e i rischi ragionevolmente prevedibili, l’esistenza di valide alternative terapeutiche.
L’informazione costituisce una parte essenziale del progetto terapeutico, dovendo esistere anche a prescindere dalla finalità di ottenere il consenso.
L’obbligo del consenso informato è sancito dall’articolo 32 della Costituzione, dalle legge 833/1978, dal codice deontologico medico e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il giudice di legittimità ha ritenuto di ribaltare la pronuncia di appello, sfavorevole alla paziente, perché non c’è stata corretta valutazione delle modalità e dei caratteri del consenso informato, il quale deve essere personale, specifico, esplicito, reale ed effettivo.
Il consenso si definisce informato proprio perché è obbligo del medico fornire al paziente informazioni dettagliate sulla natura dell’intervento chirurgico, dei suoi rischi e sulle eventuali conseguenze negative.
Il depliant informativo, sul quale è stato espresso il consenso, si è mostrato in deficit comunicazionale, in quanto una corretta informazione deve essere personalizzata, comprensibile,veritiera ed esaustiva.
Personalizzata nel senso di essere adeguata sia alla situazione di salute, psicologica, culturale e linguistica del paziente, sia all’età e alla condizione di capacità cognitiva.
Comprensibile in quanto deve essere trasmessa attraverso un linguaggio semplice e chiaro; deve essere veritiera, cioè corrispondere alle effettive condizioni di salute del paziente e alle concrete implicazioni dell’atto clinico proposto.
Infine deve essere esaustiva: finalizzata a fornire le notizie inerenti l’atto sanitario proposto nell’ambito del percorso di cura intrapreso e al soddisfacimento di ogni quesito specifico posto dal paziente.
Altro aspetto che emerge dalla pronuncia in rassegna, inoltre, riguarda le qualità personali del paziente: l’informazione deve, cioè, sostanziarsi in spiegazioni dettagliate ed adeguate al livello culturale del paziente, con l’adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui dispone.

Conclusioni
La sentenza non fa altro che tutelare il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, il principio dell’inviolabilità della persona e la tutela dell’integrità psico-fisica dell’essere umano. Considerata l’impossibilità oggettiva di curare una persona senza violarne l’integrità psicofisica, a legittimare la liceità dell’attività medica è il consenso del paziente che deve essere rilasciato in forma libera e sulla base di una corretta informazione fornita dal professionista medico.

Linee guida e responsabilità 

Responsabilità professionale – Colpa – Linee guida – Novum normativo ex legge 189/2012 – Rilevanza – Limiti. (Cp, articolo 43; legge 8 novembre 2012 n. 189)

Corte di Cassazione, sez. IV, penale, sentenza 11 marzo 2013, n. 11493

In tema di responsabilità professionale del medico, il novum normativo introdotto con l’articolo 3 della legge 8 novembre 2012 n. 189, secondo cui «l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve», non può essere invocato allor- quando i profili di colpa contestati riguardano la prudenza e la negligenza, giacché le linee guida contengono solo regole di perizia e non afferiscono ai profili di imprudenza e di negligenza.

In ogni caso, comunque, quando si discuta della perizia del medico, affinché le linee guida possano avere rilievo nell’accertamento della responsabilità, occorre si tratti di linee guida che indichino standards diagnostico-terapeutici conformi alle regole dettate dalla migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente e che non risultino, invece, ispirate a esclusive logiche di economicità della gestione, sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente.

Infatti, solo nel caso di linee guida conformi alle regole della migliore scienza medica è possibile utilizzarle come parametro per l’accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico e attraverso le indicazioni dalle stesse fornite è possibile per il giudicante – anche, se necessario, attraverso l’ausilio di consulenze rivolte a verificare eventuali particolarità specifiche del caso concreto, che avrebbero potuto imporre o consigliare un percorso diagnostico-terapeutico alternativo – indi- viduare o escludere eventuali condotte censurabili secondo il parametro di riferimento indicato dall’articolo 3 della legge 189/2012.

Responsabilità penale e autonomia

Responsabilità penale: dall’autonomia professionale alla condanna per omicidio colposo.

INTRODUZIONE
Risponde di omicidio colposo, di cui all’art. 589 c.p., l’infermiere che non segnala al medico l’incompatibilità tra il farmaco prescritto al paziente e l’allergia da questi dichiarata, e che, infine, gli somministra il medesimo farmaco.

 Questi sono brevemente i fatti protagonisti del caso affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione penale, Sez. IV, con la sentenza n. 2192 del 16 gennaio 2015.

 Tuttavia, per poter comprendere a pieno il ragionamento seguito dagli Ermellini è bene procedere con attenzione alla disamina dei capi di imputazione contestati agli imputati.

La Procura della Repubblica iscriveva al Registro degli Indagati due infermieri in relazione alla “condotta colposa consistita nel cagionare il decesso del paziente, avvenuta a seguito della somministrazione allo stesso del farmaco Amplital, contenente amoxicillina, cui il paziente era allergico”.

In particolare, al primo, in qualità di infermiere professionale caposala in servizio presso il reparto, gli veniva contestata la condotta omissiva consistita, da un lato, nel mancato rilievo, per negligenza o imperizia, del contrasto tra la prescrizione medica del farmaco Amplital e l’allergia del paziente all’amoxicillina, e, dall’altro, nella mancata segnalazione di detto contrasto al personale medico.

Viceversa, al secondo imputato, in qualità di infermiere professionale in servizio presso la sala operatoria dell’ospedale, era stato contestato di aver imprudentemente somministrato l’Amplital al paziente nel corso della fase preoperatoria, causando il decesso a distanza di pochi secondi.

 IN DIRITTO

Tema centrale della pronuncia è la concreta sussistenza di specifiche posizioni di garanzia in capo ai due infermieri in relazione all’incolumità del paziente, inquadrabili come “situazioni fattuali normativamente qualificate, cui l’ordinamento riconnette l’obbligo di impedire l’evento”. Come sostenuto dalla dottrina e dalla giurisprudenza, integra una di tali “situazioni”, ai sensi dell’art. 40, co. 2 c.p., la condotta di chi ha omesso di attivarsi – così disattendendo lo specifico obbligo – in quanto equiparata alla relativa condotta commissiva.

Tale argomentazione è da tempo sostenuta dai Giudici di legittimità, che, e pluribus in una pronuncia del 2011, affermavano che rientra nel proprium – non solo del sanitario, bensì anche – dell’infermiere quello di controllare il decorso della convalescenza del paziente ricoverato in reparto, in modo tale da sollecitare, in caso di dubbio, un tempestivo intervento del medico. In quella sede, aggiungeva, altresì, la Suprema Corte che nell’ipotesi opposta si finirebbe per mortificare le competenze professionali della suddetta figura, che, invece, svolge un compito cautelare essenziale nella salvaguardia della salute del paziente.

La sentenza in commento, dunque, si inserisce nel solco di quelle pronunce che attribuiscono una posizione di garanzia autonoma all’infermiere, quale espressione dell’obbligo costituzionalmente garantito, imposto dagli artt. 2 e 32 della Costituzione.

Pertanto, tale approdo sembra coerente con l’evoluzione della normativa di settore, di certo ben nota ai lettori, caratterizzata dal passaggio da una visione puramente ancillare della professione infermieristica al riconoscimento di una “autonomia professionale” nell’ambito delle attività dirette alla prevenzione, alla cura e alla salvaguardia del paziente.

 CONCLUSIONI

Tutto ciò premesso, i Giudici hanno ritenuto che i fatti come accaduti integrino la fattispecie prevista e punita dall’art. 589 c.p., in quanto colpevole omissione, da parte degli imputati, di precisi doveri giuridici incombenti sugli stessi.

Nello specifico, nella motivazione si legge: “in considerazione della qualità e del corrispondente spessore contenutistico della relativa attività professionale, non possa non ravvisarsi l’esistenza, in capo all’infermiere, di un preciso dovere di attendere all’attività di somministrazione dei farmaci in modo non meccanicistico (ossia misurato sul piano di un elementare adempimento di compiti meramente esecutivi), occorrendo viceversa intenderne l’assolvimento secondo modalità coerenti a una forma di collaborazione con il personale medico orientata in termini critici; e tanto, non già al fine di sindacare l’operato del medico (segnatamente sotto il profilo dell’efficacia terapeutica dei farmaci prescritti), bensì allo scopo di richiamarne l’attenzione sugli errori percepiti (o comunque percepibili), ovvero al fine di condividerne gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita rispetto all’ipotesi soggetta a esame; da tali premesse derivando il ricorso di puntuali obblighi giuridici di attivazione e di sollecitazione volta a volta specificamente e obiettivamente determinabili in relazione a ciascun caso concreto.”

Rimane solo da appurare cosa pensino i medici di una tale pronuncia.

[Autori: Dott.ssa Clara di Bonaventura, Avv. Paolo Rendina]