Academy CM al congresso Nazionale ANÍMO

 Il metodo lean, così come viene definito in ambito dei servizi sanitari, anche se conosciuto principalmente come metodo Toyota, è stato sistematizzato negli anni novanta da Daniel Jones e James Womack a conclusione di un programma di ricerca promosso dal MIT, Massachusetts Institute of Technology.

La ricerca, mettendo a confronto il modo di funzionare delle aziende americane rispetto a quelle giapponesi, evidenziò che i principi tradizionali della produzione di massa erano stati superati da altri in grado di rispondere, in maniera più efficace, alle richieste del mercato.

I nuovi principi vanno sotto il nome di lean production, ovvero produzione snella, una definizione che cerca di esprimere il significato profondo di un approccio teorico in grado di valorizzare la flessibilità, attraverso la realizzazione di strutture organizzative agili, e la partecipazione attiva delle persone al processo lavorativo.

La letteratura scientifica sostiene che il lean thinking, pur fondandosi su principi molto semplici e agevolmente riproducibili offre interessanti risultati di qualità in particolare se misurati dal punto di vista del paziente.

 

 

Di “Lean Organization” e su come poter sviluppare e implementare tale stile gestionale nelle organizzazioni sanitarie, parlerà Emanuele Bascelli di Academy, in una sessione parallela del XII Congresso Nazionale ANÍMO che nella splendida cornice di Sorrento, il 13 e il 14 maggio affronterà tematiche di alto interesse sul ruolo assistenziale degli Infermieri in Medicina Interna.

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Academy Journal

Academy journal: la rivista ufficiale della piattaforma sarà presto online. 

Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere. (Dario Fo)

INTRODUZIONE

Il bollettino “Academy Journal, Rivista italiana di management, organizzazione e clinica”, pubblica contributi inediti (ricerche, esperienze, progetti di case management Nazionali, rassegne di aggiornamento, case report, traduzioni ecc.) riferiti alla teoria e alla prassi assistenziale, nel campo della clinica e relativi alle discipline medico-biologiche e sociali, argomenti di organizzazione, di management di economia e politica sanitaria. Gli articoli proposti per la pubblicazione dovranno es- sere inviati via e-mail al seguente indirizzo: emanuele. bascelli@gmail.com oppure utilizzando direttamente il form presente sul sito di ACADEMY CASE MANAGEMENT ITALIA .

NORME EDITORIALI

Il testo degli articoli deve essere digitato utilizzando un programma di video scrittura (Word,Open Of ce, Page) e salvato possibilmente in .doc, su una facciata, con doppia spaziatura (lasciando sulla sinistra un margine di 5 cm). Il testo deve essere il più conciso possibile, compatibilmente con la massima chiarezza di esposizione: non si devono in ogni caso superare le 10-12 cartelle di 30 righe a 60 battute per riga. Gli articoli devono essere accompagnati da un riassunto significativo in italiano, per un massimo di 250 parole. I riassunti devono essere divisi in: Obiettivi, Materiali e Metodi, Risultati, Discussione, Conclusioni. Le gure e tabelle devono essere scelte secondo criteri di chiarezza e semplicità; devono essere numerate progressivamente in cifre arabe ed accompagnate da brevi ed esaurienti didascalie. Nel testo deve essere chiaramente indicata la posizione di inserimento. Diagrammi e illustrazioni, allestiti allo scopo di rendere più agevole la comprensione del testo, devono essere sottoposti alla rivista in veste grafica accurata, tale da permettere la riproduzione accurata senza modi che. Le citazioni bibliogra che devono essere strettamente pertinenti e riferirsi esclusivamente a tutti gli autori citati nel testo. Nel corpo del testo stesso i riferimenti bibliografici sono numerati secondo ordine di citazione; nella bibliografia al termine dell’articolo ad ogni numero corrisponde la citazione completa del lavoro al quale ci si riferisce. La bibliografia dovrà essere redatta secondo le norme riportate nell’Index Medicus. I modelli sotto riportati esempli cano rispettivamente come si cita: un articolo, un libro, un capitolo preso da un libro.

esempio bibliogra a:

1. Calvani M. Monitoraggio e trattamento della fetopatia dia- betica. Rec Progr Med 1982; 72:350-55.

2. Ferrata A, Storti E, Mauri C. Le malattie del sangue (2 ed.). Milano: Vallardi, 1958, pag. 74.

3. Volterra V. Crisi di identità storica ed attuale dello psichiatra. In: Giberti E (ed). L’identità dello psichiatra. Roma: Il Pensie- ro Scienti co Editore, 1982.

Ogni articolo è redatto sotto la responsabilità diretta dell’/degli Autore/i, che dovrà/dovranno rmare l’articolo stesso e fornire i riferimenti anagra ci completi, nonchè l’attuale ruolo, luogo e occupazione professionale. Quando il contenuto dell’articolo esprime o può coinvolgere responsabilità e punti di vista dell’Ente (o Istitu- to, Divisione, Servizi, ecc.) nel quale l’Autore o gli Autori lavorano o quando gli Autori parlano a nome delle stesse istituzioni, dovrà essere fornita anche l’autorizzazione dei rispettivi Responsabili. Gli articoli inviati alla Rivista saranno sottoposti all’esame della redazione e dei collaboratori ed esperti di riferimento per i vari settori. L’accettazione, la richiesta di revisione, o la non-accettazione saranno notificati e motivati per iscritto agli Autori entro il più breve tempo possibile, all’indirizzo e-mail che gli Autori avranno fornito per eventuali comunicazioni. Verrano presi in considerazioni tutti i contributi, che saranno soggetti a refereraggio, valutazione e correzione e la direzione editoriale risponderà non prima dei tre mesi. Se hai un progetto, un’idea, un’ esperienza, e non riesci ad impostarla scienti camente come vorresti, inviacela comunque e ti aiuteremo noi ad impaginarla e proveremo a renderla pubblicabile.

Riferimenti: emanuele.bascelli@gmail.com

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Competenze nascoste

I top manager giocano troppo a nascondino
La competenza è stata nascosta troppo a lungo nei convegni e nella formazione: i board aziendali hanno difeso rendite di posizione e investito poco su se stessi

Quali competenze riescono a far emergere i soliti congressi fini a se stessi? Il capitale umano è fondamentale per lo sviluppo di una cultura del miglioramento continuo? Perché le competenze professionali e dei collaboratori rimango spesso nascoste ed è così complesso metterle in risalto? Perché non siamo cresciuti come speravamo e meritiamo veramente? Una rapida, ma riflessiva, lettura affronta in maniera ampia argomenti che potrebbero riguardare anche il nostro mondo professionale e che ci possono offrire alcuni spunti di riflessione. 

In un mercato come quello attuale dove le organizzazioni sono diventate “liquide” e dove la velocità del cambiamento è dieci volte più grande rispetto a quanto eravamo abituati a vedere sino alla fine degli anni Novanta, è del tutto evidente che la differenza competitiva di un’azienda non è data semplicemente dal know-how (che può essere copiato e/o migliorato) ma dalle persone che vi lavorano e dalla loro capacità di saper prevedere, interpretare e governare questo immenso frullatore globale.
In Italia, in questi ultimi anni, abbiamo assistito alla scomparsa o alla trasformazione di grandi aziende storiche: Indesit o Esselunga, per citare le più eclatanti, oggi non esistono più per come le abbiamo conosciute e tutto questo è coinciso con la scomparsa dei loro leader storici che, in molti casi, ne sono stati anche i fondatori.

Ma come è potuto accadere tutto questo? La risposta è da ricercarsi nella miopia dei board aziendali che, preoccupati a difendere rendite di posizione, non hanno pensato a coltivare le giuste competenze manageriali che gli avrebbero permesso un corretto passaggio generazionale: sì, proprio le famigerate competenze.

Se questo paese ha un gap di leadership a tutti i livelli, un motivo c’è. Infatti per troppo tempo le competenze sono state più oggetto di convegni per le HR o argomento di studio da parte di professori universitari di tutto il mondo. Ma quanto effettivamente hanno fatto da driver nella strategia delle aziende, specialmente italiane? Se si pensa che generalmente l’area Sviluppo Organizzativo – che si occupa proprio delle competenze, sistemi di valutazione, rewarding – è comunemente definita “soft” rispetto alla contrattualistica e al sindacale – che invece costituisce la parte “hard” – allora si riesce a capire come negli anni abbiamo perso competitività.

Infatti la competitività non è semplicemente legata a fattori “hard” quali tecnologia, impianti, strumenti e processi, ma soprattutto alla capacità di “sfornare” sempre nuovi leader che siano capaci di guidare le aziende in questo mercato sempre più complesso, avendo cura della risorsa più importante: le persone.
Ecco che alcune competenze come il “People managing” e lo “Strategic thinking” diventano sempre più attuali e differenzianti in uno scenario come quello che si sta prospettando o che, in molti casi, si è già manifestato.

In un passato abbastanza recente ricoprire posizione di vertice appariva più semplice. Gli ingredienti del successo erano il titolo di studio in accoppiata con l’eventuale master, la fedeltà, l’anzianità di ruolo (vero viatico ad una progressione verticale), una forte competenza tecnica (che ti faceva apprezzare dall’azienda specie a inizio carriera) e un buon network con il vertice (necessario a creare i presupposti per ricoprire poi un ruolo di top).

La crisi economica di questi ultimi anni ha scoperto il vaso di pandora, per cui numerosi top manager per la prima volta si sono trovati ad affrontare nuovamente il mercato del lavoro, scoprendo improvvisamente di essere fuori contesto e fuori mercato.
La verità è che la crisi oltre che distruttiva è stata anche “catartica”. Infatti con la forza di un uragano, ha spazzato via tutto ciò che non era “ancorato a terra saldamente”, mettendo a nudo contraddizioni, sprechi e sovrastrutture. Lo sviluppo di una coscienza comune orientata alla valutazione e all’attenzione verso driver comportamentali alternativi ha reso più fragile la classe manageriale dei baby boomers. Ecco che competenze distintive come il coraggio, inteso come forza di allargare la propria comfort zone e come capacità di mettersi in gioco con strumenti e scenari nuovi (si pensi alla rivoluzione digitale e alla prepotenza con cui i social media sono entrati anche nella vita delle aziende), e il Lateral Thinking, inteso come la capacità di osservare la realtà con interpretazioni fuori dagli schemi e non consuete, hanno sfidato oggi i ruoli di leadership più solidi.

Se i top manager del sistema industriale italiano smetteranno di pronunciare slogan e si focalizzeranno sul serio su una gestione corretta delle competenze personali e dei propri collaboratori, allora riusciremo a vincere la sfida della competitività. In caso contrario ci toccherà fare come il filosofo greco Diogene, girando con una lanterna al buio alla ricerca di un leader.

di Marco SCIPPA, esperto di gestione e sviluppo del personale e Hr director, ‘senzafiltro’, 26 ottobre 2016

Infermieri: novità dal tavolo sulla professione infermieristica

Tavolo tecnico scientifico della professione infermieristica in relazione alla nuova domanda di salute: quali sviluppi fino ad oggi.

Il primo riferimento all’evoluzione della professione infermieristica è al Dlgs 15/2016 che ha recepito le indicazioni europee indicando che l’infermiere è responsabile dell’assistenza generale e ha competenza di:

1. individuare autonomamente le cure infermieristiche necessarie utilizzando le conoscenze teoriche e cliniche attuali nonché di pianificare, organizzare e prestare le cure infermieristiche nel trattamento dei pazienti, sulla base delle conoscenze e delle abilità acquisite, in un’ottica di miglioramento della pratica professionale;

2. lavorare efficacemente con altri operatori del settore sanitario, anche per quanto concerne la partecipazione alla formazione pratica del personale sanitario sulla base delle conoscenze e delle abilità acquisite;

3. orientare individui, famiglie e gruppi verso stili di vita sani e l’autoterapia, sulla base delle conoscenze e delle abilità acquisite;

4. avviare autonomamente misure immediate per il mantenimento in vita e di intervenire in situazioni di crisi e catastrofi;

5. fornire autonomamente consigli, indicazioni e supporto alle persone bisognose di cure e alle loro figure di appoggio;

6. garantire autonomamente la qualità delle cure infermieristiche e di valutarle;

7. comunicare in modo esaustivo e professionale e di cooperare con gli esponenti di altre professioni del settore sanitario;

8. analizzare la qualità dell’assistenza in un’ottica di miglioramento della propria pratica professionale come infermiere responsabile dell’assistenza generale.

Queste anche le premesse del documento finale del Tavolo tecnico per la professione infermieristica, insediato al ministero della Salute a inizio estate e che ha concluso la sua prima fase di lavoro con l’elaborazione di un documento di sintesi inviato ufficialmente dal sottosegretario alla Salute Vito De Filippo alle direzioni generali del ministero competenti (Risorse umane, Programmazione sanitaria, Ricerca scientifica e Prevenzione) e al Gabinetto del ministro e che dopo il ministero sarà condiviso con le Regioni.

E in questo quadro, come ha anche sottolineato la Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi, è necessario un approccio più “solido” e “ambizioso” nella ridefinizione dei modelli organizzativi e assistenziali e, soprattutto, nell’innovazione e ridefinizione dell’assistenza primaria, ancora prevalentemente orientata a servizi “tradizionali” anziché “di iniziativa”, ossia impostati sulla logica “dell’andare verso il cittadino”, sulle reti multiprofessionali di presa in carico e di continuità assistenziale, ampliando l’assistenza nel domicilio, attivando gli ospedali di comunità, le case della salute e i servizi ambulatoriali di prossimità.

Anche le indicazioni e gli obiettivi contenuti nel Patto per la salute 2014-2016 prendono atto del contesto demografico ed epidemiologico e pongono specifica attenzione all’efficacia, all’appropriatezza, alla sostenibilità del Sistema e alla necessità di valorizzare, rafforzandolo, il patrimonio professionale operante nel Sistema stesso. E la legge 190/2015 – comma 566 – richiama a sua volta gli orientamenti del Patto per la salute e pone le basi per intervenire su ruoli, funzioni e modalità operative dei professionisti sanitari, sostenendo l’evoluzione delle loro competenze – anche attraverso percorsi di formazione complementare – e privilegiando i sistemi a rete e il lavoro in squadra.

Il documento propone di riprogettare o cambiare l’organizzazione sanitaria. Cosa che, soprattutto in un’ottica di scarsità di risorse, significa ricercare e trovare l’ equilibrio tra efficienza ed efficacia del sistema e la sua equità: l’equilibrio si ottiene definendo nuove regole organizzative e delineando attitudini professionali, competenze trasversali degli attori del sistema. Significa mettere in campo una “sanità di iniziativa”, come delinea il documento.

Confermati i quattro i nuovi ambiti per i professionisti infermieri proposti dall’Ipasvi, nel nuovo modello dei percorsi di cura integrati tra ospedale e territorio e tra territorio e ospedale, senza dimenticare, evitandolo, l’isolamento sociale che può essere causa di frequenti riospedalizzazioni: infermieristica di famiglia-comunità; assistenza infermieristica domiciliare; assistenza infermieristica ambulatoriale; ospedali di comunità (link).

«La presa in carico degli assistiti, territoriale e ospedaliera – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi – deve prevedere un modello che si caratterizzi per la capacità di porre il paziente al centro del percorso di cura, puntando all’integrazione e alla personalizzazione dell’assistenza. È, infatti, particolarmente funzionale allo sviluppo e all’utilizzo dei percorsi clinico assistenziali integrati, la traduzione locale delle linee guida nella pratica clinica, cosa che pare rispondere meglio non solo ai bisogni assistenziali di pazienti sempre più anziani e affetti da complesse polipatologie, ma anche alla necessaria integrazione multidisciplinare e multiprofessionale».

Il riorientamento dell’intera offerta assistenziale per garantire efficaci strategie preventive e pro-attive deve, secondo la presidente Ipasvi, realmente garantire la “continuità assistenziale”. «L’attivazione cioè – spiega – di percorsi di cura attraverso l’adozione di opportuni strumenti di raccordo e di professionalità appropriate, come ad esempio quella infermieristica, per rispondere ai nuovi bisogni. Anche nel recente Piano nazionale per la cronicità la professione infermieristica è indicata come la professione in grado di perseguire positivi risultati nell’esercizio della funzione di “care management” e quindi nella gestione della continuità assistenziale e del lavoro in rete.

L’organizzazione di un tale modello – prosegue Mangiacavalli – richiede l’attivazione di team che includano vari professionisti, ognuno con il proprio ruolo all’interno di un percorso integrato, in grado di prendere in carico il paziente. Secondo le esperienze regionali un sistema di questo tipo potrebbe anche garantire iniziative di prevenzione e promozione della salute e dei corretti stili di vita per incidere precocemente sui determinanti di salute, per ridurre sia l’incidenza delle malattie croniche, sia la progressione della malattia già esistente, per potenziare a livello territoriale la presa in carico delle dimissioni difficili, attraverso l’impegno di tutti i professionisti coinvolti».

link al documento

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Noi di academyCM, già da un po’ di tempo stiamo orientando la nostra ricerca e il nostro sostegno free a tutti i professionisti su queste funzioni e competenze, anche dando supporto  per la realizzazione  di un osservatorio care e case manager del tutto open access.  Ebbene questi presupposti possono essere interessanti e del tutto sviluppabili. Ora attendiamo, lo sviluppo reale e le attività nelle diverse regioni d’Italia.

Quando si parla di competenze certificate: i 10 nursing specialties piú richiesti

I 10 NURSING SPECIALTIES PIÙ RICHIESTI (E I LORO STIPENDI in USA)

La professione infermieristica si sta espandendo da molti anni in America ed anche il numero dei nursing specialties. Nonostante in alcuni paesi la carenza infermieristica è molto alta, vi è una progressiva tendenza ed un forte interesse ad aumentare le conoscenze formative per poi progredire di carriera.

img_1374È un dato di fatto che Sempre più RN (infermieri) proseguono gli studi nelle loro principali aree di interesse clinico, elevando sia la loro conoscenza che competenza, ma anche il grado di soddisfazione percepita ed il salario.
Ovviamente lo stipendio che percepisco questi infermieri con ruoli avanzati è chiaramente parificato al grado di responsabilità e al grado di competenza tecnica richiesta (N.d.r. : e in Italia sono impensabili). Inoltre questi “infermieri avanzati” hanno un altro valore di soddisfazione professionale incomparabile a noi.
Qui di seguito, grazie ad una raccolta dati al centro BLS* abbiamo compilato una lista dei 10 top nursing specialists richiesti e il loro salario annuo (i dati sono medi poiché vi sono possibili variazione per regione geografica, clinica, struttura di afferenza, ecc..).

10. Nurse Educators (stipendio annuo $83,000)
9. Neonatal Nurse (stipendio annuo $91,000)
8. Nurse Case Manager (stipendio annuo $83,000)
7. Nurse Manager (stipendio annuo $93,371)
6. Family Nurse Practitioner (stipendio annuo 94,407)
5. Critical Care Nurse (stipendio annuo $90,000)
4. Clinical Nurse Specialist (stipendio annuo $93,901)
3. Nurse Midwife (stipendio annuo $92,229)
2. Nurse Researcher (stipendio annuo $95,000)
1. Nurse Anesthetist (stipendio annuo $154,390)

[*riferimenti dei salari medi basati su Bureau of Labor Statistcs (BLS)]

NURSE ANESTHETIST
Uno sguardo oltre oceano

L’infermiere di anestesia è una delle specialità infermieristica più richieste, maggiormente salariate, ma allo stesso tempo assolutamente sofisticate e complesse nel campo infermieristico.

Gli infermieri con questa specialità sono altamente competenti eimg_1373 qualificati e collaborano con i medici anestesisti durante gli interventi chirurgici. Sono formati ed hanno seguito un training nella somministrazione di farmaci per L’anestesia durante le operazioni chirurgiche. In USA vi è un crescente bisogno di queste figure specialist in anestesiologia, perché sorgono sempre più ospedali di provincia (USA) che delocalizzano interventi minori e richiedono questi professionisti con speciali competenze e ad oggi, quasi tutte le sedute minori di induzioni anestesiologiche chirurgiche vengono effettuate esclusivamente da infermieri anestesisti.

Come diventare uno specialista:
Per diventare un infermiere anestesista certificato è necessario ottenere dapprima una laurea in scienze infermieristiche e diventare infermiere con relativa abilitazione. Poi, completare un master altamente professionalizzante e seguire più di un anno di tecnica con curriculum operatorio in una struttura di cura per acuti, superare un esame di certificazione ed ottenere il titolo certificato di infermiere anestesista.

Perché specializzarsi in questo settore:
la maggior parte degli infermieri esperti, in particolare chi ha già maturato una ampia formazione tecnica in sala operatoria, tendono (negli USA) a proseguire su questa strada formativa, anche perché i setting di cure richiedono sempre una elevata formazione professionale e conoscenze dettagliate sulle tecniche anestesiologiche. Da dire che questi infermieri tendenzialmente puntano ad avere sempre più compiti maggiormente riconosciuti dal punto di vista professionale, inoltre il grado di soddisfazione intrinseca di questa specializzazione permette di raggiungere alti livelli di soddisfazione professionale così come riportato da molte valutazioni sul benessere lavorativo. Lo stipendio è elevato (letteralmente: “humongous”), naturalmente, poiché è direttamente correlato all’elevato grado di responsabilità richiesta e alla elevata capacità tecnica che bisogna possedere, Pertanto la media salariale nazionale riporta guadagni fino a $154,390 ogni anno.

Ulteriori informazioni con maggiore dettaglio potete trovarle sul sito AANA – American Association of Nurse Anesthetist

Il Presidente IPASVI di Bologna intervista Emanuele Bascelli per AcademyCM

“Conoscenza e scambio”. L’ Academy Case Management Italia
Il Presidente IPASVI di Bologna, dott. Pietro Giurdanella, intervista Emanuele Bascelli per Academy Case Management Italia.

Il futuro della cultura fatto di condivisione scientifica e di scambio delle conoscenze, in una piattaforma completamente libera, open access, senza scopi di lucro e senza sponsor, tutto questo per rafforzare solo le competenze specialistiche, dare visibilità agli infermieri italiani e tentare di migliorare la qualità delle cure. Certamente un difficile percorso, ma tutti insieme dobbiamo almeno provarci.

Questo è ciò che emerso dall’intervista. A voi la lettura.

photo Bascelli Emanuele
Emanuele Bascelli

Dall’idea di un gruppo di professionisti che quotidianamente opera nei percorsi di cura prende forma Academy Case Management ITALIA. Per conoscere questa nuova realtà associativa professionale, abbiamo rivolto alcune domande al Fondatore ed editor in Chief Emanuele Bascelli, amico e stimato professionista.

Emanuele, perché si è costituito Academy Case Management Italia e quale è la mission?

Intanto vorrei ringraziare il Collegio IPASVI di Bologna, per la sempre dimostrata possibilità e apertura mentale a temi che riguardano la nostra professione

Academy Case Management Italia, come un’Accademia dell’antica Grecia, si propone come luogo “cloud” di conoscenza e piattaforma di scambio rispetto a quella che è la presa in carico della persona. Un luogo dove approfondire logiche del case management, ma anche di Infermieristica di famiglia e di-comunità, dell’assistenza infermieristica domiciliare, ambulatoriali e ospedali di comunità per tentare di ridare la centralità alla cura delle persone e visibilità ai professionisti nella più ampia totalità. Questo è già possibile perché Academy collabora con vari centri internazionali di case e care management ed è ampiamente distribuita con un comitato editoriale nelle varie regioni italiane.

Il vostro target di riferimento quindi sono le persone insieme ai professionisti?

spillaAssolutamente si. Academy Case Management oggi non vuole essere affatto un’associazione, ma attraverso il modello internazionale della libera circolazione dell’informazione scientifica vuole raggiungere tutti i professionisti che ogni giorno sono nelle corsie, al fianco dei pazienti, offrendo articolo e spunti evidence based nursing per il miglioramento delle conoscenze e della pratica. Quindi i beneficiari saranno le persone di cui noi quotidianamente ci prendiamo cura e, con una umanizzazione dei modelli organizzativi, farli diventare a misura delle persone che assistiamo.

Cosa offrite ai professionisti?

AcademyCM è tutto ciò che può essere informazione e innovazione relativamente ai temi dell’assistenza, dei modelli di presa in carico, dell’EBP, di nuovi pensieri culturali di lavoro, ma anche dei meccanismi di management innovativi e che pensiamo possano essere utili per gli infermieri e ad altri professionisti della salute.

Per noi di AcademyCM la diffusione e la conoscenza delle nuove applicazioni tecnologiche checartaintestataACM interagiscono con le cure e l’assistenza è di primaria importanza poiché ci permette di mantenere il passo con l’evoluzione della tecnologia che cambia rapidamente. Il balzo culturale può avvenire solo con un approfondimento culturale totale, proveniente dalla letteratura scientifica e non solo. Sulla nostra piattaforma web, la redazione editoriale seleziona attentamente articoli dall’organizzazione alla clinica, mentre sulla nostra pagina facebook sono dedicati brevissimi spazi di scrittori, pensatori classici e moderni solo con l’intento di tentare di incuriosire l’utente. Questo perché desideriamo dare sostegno alle professioni sanitarie e alla ricerca, in particolare ad oggi, relativamente a quella infermieristica.

Chi può far parte di Academy

Tutti i professionisti possono entrare nell’accademia AcademyCM perché crediamo fermamente nel pensiero “Open Access” e senza legami a sponsor. Ogni sei mesi apriamo un bando per nuovi redattori aperto a tutti e la partecipazione prevede due nette prerogative: non onerosa e che rispetti sempre il meccanismo di distribuzione della condivisione internazionale “common creative 4.0“, ove non vengono riportate specifiche di diritto.

Futuro della piattaforma AcademyCM?

Riuscire a non perdere mai la forza di crederci e poi tanta Tecnologia, innovazione, sostegno alle competenze specialistiche, diffusione dei modelli innovati di presa in carico dell’assistenza e, chissà, magari una “Italian Academy School, e, senza presunzione ma solo per farmi comprendere meglio, nello stile della conferenza TED (Technology Entertainment Design) e, come dicono gli inglesi, solo per parlare di noi professionisti su “ideas worth spreading” (idee che val la pena diffondere), ma ci stiamo lavorando.

 

Intervista di Pietro Giurdanella

© Riproduzione Riservata

Ipasvi Bologna link all’articolo originale

NHS: cosa pensano gli Infermieri del Regno Unito

Safe-Staffing
Interessante lo studio condotto nel Regno Unito, dove circa 10.000 Infermieri hanno espresso il loro parere rispetto al National Health Service (NHS) ovvero il Sistema Sanitario del Regno Unito.
I dati emersi invocano a gran voce come l’NHS necessiti di un miglioramento della qualità della Sanità che nel corso degli anni ha subito un’involuzione nella qualità delle cure.
L’aumento della popolazione anziana con il conseguente aumento della domanda di ricovero, i tagli ai finanziamenti, la carenza di personale infermieristico rappresentano le problematiche emerse dai colleghi britannici intervistati.
Visualizza l’articolo integrale pubblicato dal Royal College of Nursing  e buona lettura – clicca qui.
 

USA: le professioni più prestigiose.

USA: LE PROFESSIONI MAGGIORMENTE PRESTIGIOSE del 2016

Per gli americani il lavoro maggiormente promettente e prestigioso rimane il medico, ma gli infermieri sono al sesto posto di questa classifica tutta made in USA.20160331_Prestige

E’ il dato che emerge da uno studio condotto nel 2015 che ha reclutato 2223 adulti di varia estrazione sociale, culturale ed etnica, i quali hanno risposto ad un questionario disponibile online.

doctor+infographic_final-1La rivista Forbes ha commentato un recente sondaggio pubblicato da”The Harris Pool” nella quale illustra una classifica delle professioni più prestigiose del 2016. Secondo la percezione degli americani si pone al primo posto il lavoro del medico. Circa 9 su 10 americani valutano il lavoro del dottore in medicina come una professione di alto prestigio e con un alto livello di considerazione.

Sempre 9 persone su 10 dichiarano di voler incoraggiare il proprio figlio a perseguire una carriera nel campo della professione medica. L’indagine ha inoltre evidenziato che il lavoro di ricercatore/scienziato occupa il secondo posto, subito dopo quello del medico, e l’83% degli intervistati ne ha dato un comunque un giudizio molto buono definendo certamente come di sicuro prestigio. I vigili del fuoco completano i primi tre posti di questa classifica con l’80%, mentre anche negli USA, la professione dell’ infermiere viene ancora percepita come mediamente di prestigio e va ad ottenere il sesto posto.

da Facebook AcademyCM

AcademyCM è anche News dal mondo della letteratura e del giornalismo scientifico internazionale e locale. La direzione scientifica le seleziona e le condivide gratuitamente sulla pagina di facebook AcademyCM.
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a cura di Bascelli Emanuele 

Green Therapy. Ortoterapia e benessere psicofisico

Da un’indagine redatta dall’Università di Chicago, rivela come le persone anziane residenti in quartieri con un’alta concentrazione di spazi verdi abbiano aspettative di vita sensibilmente migliori. è stato accertato che, a parità di altri fattori, i pazienti che durante la loro degenza possono godere di una camera affacciata su un giardino o su un parco guariscono più in fretta, assumono una quantità inferiore di antidolorifici e presentano meno complicazioni rispetto a chi, invece, passa la sua convalescenza in una camera orientata verso un muro di mattoni.
Da questo concetto di verde come strumento di cura nascono i giardini terapeutici, impiegati da tempo in molti Paesi e più recentemente giunti anche in Italia. Una definizione spiega come il giardino terapeutico sia “uno spazio aperto appositamente progettato per incontrare i bisogni fisici, psicologici e sociali delle persone che ne usufruiscono, così come dei loro familiari, amici e del personale di assistenza.“
Della Green therapy e dell’ortoterapia ne parleremo prossimamente in una nostra news dedicata a come il verde della natura può aiutare sensibilmente la qualità di vita dei pazienti.

Brain implant helps paralysed man regain partial control of his hand

Un ragazzo di 24 anni, tetraplegico ha recuperato alcuni movimenti grazie a un chip nel cervello. Il dispositivo raccoglie i segnali nervosi prodotti dalla corteccia motoria e li invia ai muscoli della mano, delle dita e del polso. Il giovane si chiama Ian Burkhart, rimasto parzialmente paralizzato all’età di 19 anni dopo una lesione al midollo spinale al livello della quinta e sesta vertebra cervicale a causa di un incidente in mare. Due anni fa gli è stato impiantato un chip nel cervello, che gli ha permesso di fare alcuni movimenti. Il dispositivo è stato ulteriormente sviluppato ed ora raccoglie i segnali prodotti dalla corteccia motoria e li invia ai muscoli della mano, delle dita e del polso tramite 130 elettrodi. Dopo un allenamento di 15 mesi è riuscito a compiere alcuni movimenti, come prendere una bottiglia, versarne il contenuto e mescolarlo. Il dispositivo, creato per un caso specifico di paralisi, potrebbe essere adattato ad altri pazienti anche con un diverso residuo di attività mobili.
La ricerca è progresso.

Total and Cause-Specific Mortality of U.S. Nurses Working Rotating Night Shifts

Uno studio, pubblicato nel 2015 dall’American Journal of Preventive Medicine mette in evidenza il rischio di chi lavora di notte. Per ben ventidue anni sono state studiate, osservate ed analizzate 75.000 infermiere, i risultati emersi dicono che un’alterazione dei regolari ritmi del sonno anche per un periodo di solo cinque anni, accresce il rischio di cancro al polmone e di malattie cardiovascolari, con un aumento della mortalità dell’ 11%. Nel dettaglio, i ricercatori hanno constatato che le donne che avevano lavorato con turni per un periodo dai 6 ai 14 anni, avevano un rischio di morte per malattie cardiovascolari del 19%, percentuale che sale al 23% se i periodi lavorativi sono più lunghi di 15 anni.Il rischio oncologico a seguito di lavoro notturno è noto già dal 2007, quando l’International Agency for Research on Cancer di Lione, ha inserito il lavoro su turni tra i possibili fattori che agevolano la carcinogenesi. Gli infermieri non reintrano mella categoria dei lavori usuranti. er far parte della categoria dei lavori usuranti dovremmo lavorare 64 notti all’anno, e noi ne facciamo 50/54 in media.
Una vera assurdità poiché non vengono considerata alcune variabili dipendenti del lavoro notturno di un infermiere e quindi i carichi di lavoro, lo stress psicofisico che genera alcuni ambiti di cure.

UK cancer surgery to be live-streamed via virtual reality technology

Noi di Academy abbiamo scritto tempo fa un articolo sull’utilizzo della realtà virtuale nella cure di particolari patologie e come un possibile mezzo di perfezionamento per apprendere tecniche assistenziali in relazione agli scenari clinici. In Inghilterra è stato eseguito un intervento su un malato di cancro in live-streaming e riprodotto in tutto il mondo utilizzando la tecnologia della realtà virtuale progettato per riprodurre direttamente sui propri smartphone, a tutti i discenti collegati, l’esecuzione dell’intervento operatorio come se fossero loro stessi in sala operatoria.
Eseguito da Shafi Ahmed, un chirurgo di Londra il primo chirurgo nella pionieristica tecnologia della realtà virtuale in chirurgia, e che ha descritto il funzionamento come un GameChanger per l’innovazione di tutta la sanità e dell’istruzione. i discenti hanno potuto assistere all’intervento direttamente utilizzando uno smartphone, un auricolare e un caschetto in realtà virtuale comodamente seduti nella hall di un albergo. Immaginiamo ulteriori possibilità nella creazione di scenari ad hoc e magari per la nostra formazione specialistica in relazione a tecniche e assistenza particolari.

Irregular periods could boost ovarian cancer risk

Nelle giovani ragazze che hanno periodi mestruali irregolari possono essere maggiormente esposte al rischio di sviluppare un tumore ovarico è quanto è emerso da uno studio condotto retrospettivamente di 50 anni su donne dell’area della California. Questo studio fornisce per la prima volta una correlazione con cicli anormalmente lunghi o di ritardo o di assenza con un rischio di sviluppare un cancro ovarico. Avere un minor numero di cicli ovulatori è ampiamente visto come un fattore protettivo contro il cancro ovarico. “Questo studio è certamente particolare, perché contraddice quello che pensavamo di sapere sul cancro alle ovaie e sui cicli ovulatori”, dice Mitchell Maiman, Ginecologa presso Staten Island University Hospital di New York.

Anche se il cancro ovarico rappresenta solo il 3% di tutti i tumori nelle donne, è la principale causa di decessi per cancro ginecologico. Meno della metà di tutte le donne con diagnosi di cancro ovarico sopravvivono più di 5 anni. I primi sintomi, tra cui dolori addominali e gonfiore, spesso passano inosservati o sono mal diagnosticati come sindrome dell’intestino irritabile. Poiché non ci sono test di screening di routine e alcuni marcatori per identificare i gruppi ad un aumentato rischio di tumori ovarici, maggior parte dei casi si riscontrano quando sono già in stadio avanzati. L’età è un fattore-rischio più della metà di tutti i tumori ovarici sono diagnosticati nelle donne di età superiore ai 63. L’ereditarietà è un altro fattore, 10% al 15% delle donne con diagnosi di tumore ovarico hanno uno o più noti fattori di rischio genetici.

Effects on Blood Pressure of Reduced Dietary Sodium and the Dietary Approaches to Stop Hypertension (DASH) Diet

I ricercatori hanno arruolato un gruppo di persone con pressione sanguigna alta e le hanno incluse in uno studio randomizzato di tre diete: una dieta di controllo che assomigliava a una tipica dieta americana, una dieta arricchita di frutta e verdura e povera di dolci, e una dieta combinata di frutta e verdura con basso contenuto di grassi latticini e carne. Entrambe le diete noncontrol avevano abbassato la pressione sanguigna, ma la dieta DASH aveva notevolmente contribuito ad abbassare la pressione sanguigna, entro le 2 settimane inoltre riesce a mantenere costante i parametri pressori bassi. Oggi, questa dieta, associato a stili di vita sani e ad un con esercizio fisico, è riconosciuto come uno dei principali modelli alimentari per la difesa contro la pressione alta.
DASH é l’acronimo di Dietary Approaches to Stop Hypertension, tradotto: Approcci Dietetici per Bloccare l’Ipertensione.

Alcohol, Processed Meats and Obesity Ups Stomach Cancer Risk

A ribadire i pericoli per la salute sulle carni lavorate viene da altro report pubblicato da American Institute for Cancer Research e World Cancer Research Fund, che ha esaminato retrospettivamente 89 studi, con dati su 17,5 milioni di adulti tra cui 77mila con un cancro allo stomaco, alla ricerca dei fattori di rischio per il tumore. Le conclusione del report riportano che ha più probabilità di avere un cancro allo stomaco chi assume tre porzioni di alcol al giorno, 50 grammi di carni lavorate o mangia cibi conservati con il sale. Anche il peso ha una sua influenza, con il rischio che cresce del 23% ogni cinque unità di indice di massa corporea.

Scuola, tecnologia e disabilità 

Scuola, un quarto degli istituti non ha tecnologie per gli alunni disabili

Il sole 24 ore sanità, 7 marzo 2016

In Italia sono oltre 235mila gli alunni disabili (il 2,7% del totale), ma negli istituti scolastici sono ancora troppe le barriere che impediscono l’inclusione. La denuncia arriva da Exposanità, la manifestazione italiana dedicata ai temi della sanità, dell’assistenza e dell’inclusione che si svolgerà dal 18 al 21 maggio a Bologna. E che, incrociando dati Miur e Istat riferiti all’anno scolastico 2014-2015, scopre anche che nel nostro Paese il rapporto tra numero di alunni con disabilità e posti per il sostegno, dopo aver raggiunto quota 2,09 nell’anno scolastico 2009-2010, è ritornato a 1,85 nel 2014-2015.

I numeri

I dati dicono che il 10% degli alunni disabili frequenta la scuola dell’infanzia, il 37% la scuola primaria, il 28% la scuola secondaria di primo grado e il 25% la scuola secondaria di secondo grado. L’incidenza più elevata di alunni con disabilità si segnala in Abruzzo (3,3% sul totale degli alunni della regione), Lazio (3,2%) e Liguria (3%), mentre Basilicata (2%), Calabria (2,1%) e Friuli-Venezia Giulia (2,1%) sono le regioni con il tasso più basso.

Troppe barriere 

Assenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni con disabilità sensoriali , mancanza di percorsi interni ed esterni accessibili, scarsa presenza di tecnologie informatiche per l’apprendimento. Sono queste le maggiori barriere esistenti nelle strutture scolastiche italiane, un grande limite – spiega Exposanità – se si considera che il 65,3% degli alunni con disabilità ha un deficit di tipo intellettivo, il 3,5% motorio, il 2,7% uditivo e l’1,6% visivo.

Per quanto riguarda le barriere tecnologiche, circa un quarto delle scuole non ha postazioni informatiche destinate alle persone con disabilità,mentre sul fronte degli strumenti didattici compensativi se il 35% non ne fa uso, è ben il 25% degli alunni ad avvalersi di software per l’apprendimento. Più in generale, a disposizione degli studenti affetti da disabilità ci sono pc, tablet, registratori, lettori cd/dvd, fotocamere che permettono la personalizzazione della didattica (per il 47% degli alunni con sostegno).

Parlando delle barriere architettoniche, secondo i dati Miur e Istat dicono che oltre l’80% delle scuole ha scale a norma (82,4% di scuole primarie e 89,5% di secondarie di primo grado) e servizi igienici a norma (80,6% di scuole primarie e 84,3% di secondarie di primo grado), mentre mappe a rilievo e segnali visivi, acustici e tattili sono presenti in solo 3 scuole su 10, sia a livello primario (29,3%) sia secondario di primo grado (30,1%).

Il nodo sostegno 

Se il sostegno gioca un ruolo chiave nell’integrazione, nel nostro Paese c’è ancora molto lavoro da fare. I numeri citati da Exposanità dicono che il rapporto alunni disabili – docenti di sostegno è generalmente basso, soprattuto al Sud: in Molise viene affidato un incarico per il sostegno ogni 1,38 alunni con disabilità, in Calabria uno ogni 1,49. Viceversa, il rapporto aumenta al Nord, dove spiccano Veneto (2,10) e Liguria (2,09).

Approfondimenti: FIA Fondazione italiana per l’autismo