Intensità di cura. Un corso ECM a Feltre

Il sistema per intensità di cura. Un corso ecm

L’Azienda ULSS n° 1 Dolomiti sta organizzando un evento formativo dal titolo “Il sistema per intensità di cura nella rete dell’assistenza sanitaria: vantaggi, svantaggi, opportunità e rischi attraverso l’ottica della complessità e della gestione Lean”, che si terrrà a Feltre (BL), presso la Sala Convegni dell’Ospedale Santa Maria del Prato, sabato 2 dicembre 2017.

In allegato la brochure dell’evento e il modulo di iscrizione, che dovrà essere compilato in ogni sua parte e inviato entro il 21 novembre p.v. all’attenzione della Sig.ra Elisabetta Tieppo, all’indirizzo mail elisabetta.tieppo@aulss1.veneto.it

L’evento formativo è gratuito è rivolto a 100 partecipanti ed è in fase di accreditamento ECM per le professioni di medico e infermiere.

Razionale

Lo sviluppo della metodologia clinica ‘per intensità di cura’ è da anni cavallo di
battaglia nella costruzione dell’Ospedale del futuro’. É già nel PSSR 2016-2017
della RV l’impegno di: “completare il processo di razionalizzazione della rete
ospedaliera, delineando reti cliniche funzionali ed estendendo modelli ospedalieri
in cui la degenza sia definita in base alla similarità dei bisogni (complessità clinica
e intensità di cura)”. C’è la necessità di rivalutare l’efficienza e di analizzare le problematiche
ed i processi di un sistema organizzativo non ‘verticale’ o per ‘specialità’.
La giornata vuole essere un momento di ricognizione sulle esperienze maggiori
e di osservazione del sistema per intensità di cure attraverso l’ottica della
complessità e del sistema lean; anche secondo la conoscenza e l’esperienza di
studiosi che non appartengono al mondo medico.

Programma Intensità di cura

MODULO DI ISCRIZIONE

Congresso ANIMO-FADOI Veneto

XI CONGRESSO REGIONALE FADOI VENETO- v CONGRESSO REGIONALE ANÍMO VENETO

Desideriamo dare massima visibilità ad un evento molto interessante e che tratterà argomenti a noi professionisti molto importanti e con argomenti sul Case management.

Il 24 novembre 2017 a Padova presso Hotel Crowne Plaza si terrà congiuntamente il congresso FADOI/ANIMO della regione Veneto e qui di seguito, in allegato, il programma dell’evento con tutte le informazioni.

 

Programma congresso Fadoi-Animo Veneto 24 novembre 2017

Academy case management Italia al congresso Anímo 2017

Siamo stati invitati per una sessione parallela sulla Lean Organization

Ecco non anteprima alcune informazioni utili

XII Congresso Nazionale ANÍMO
Informazioni Generali
DURATA DEL CONGRESSO
13 e 14 MAGGIO 2017

http://fadoi2017.it/Animo.aspx

TOPICS
Handover
Rischio di cadute
Sicurezza trasfusionale
Mentoring
Insufficienza respiratoria
Ecografia infermieristica
Somministrazione terapia orale
Metodologia SBAR
Pianificazione assistenziale
Self empowerment
Lean organization
Picc e Midline
Emergenza immigrazione
Staffing in Medicina Interna
Intensità di cura
Complessità assistenziale

EDUCAZIONE CONTINUA IN MEDICINA
Fondazione FADOI è Provider ECM – codice identificativo 428 – ha accreditato il’ XII Congresso Nazionale ANÍMO ed i Corsi monotematici per la categoria Infermieri. ATTENZIONE Si rende noto che ai fini dell’acquisizione dei crediti formativi è necessaria la presenza effettiva al 100% della durata complessiva dei lavori e almeno il 75% delle risposte corrette al questionario di valutazione dell’apprendimento. Nessuna eccezione verrà fatta per ritardi anche di pochi minuti. SI RACCOMANDA PERTANTO DI ARRIVARE IN SEDE IN ANTICIPO RISPETTO ALL’INIZIO DEI CORSI.

Segreteria Organizzativa
Planning Congressi Srl
Via Guelfa, 9 – 40138 Bologna
Tel. 051300100 – Fax 051309477
Ref. Silvia Pio
e-mail:s.pio@planning.it

Sede del congresso
Hilton Sorrento Palace

Via S. Antonio, 13

Sorrento 80067

http://www3.hilton.com/

Academy Journal

Academy journal: la rivista ufficiale della piattaforma sarà presto online. 

Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere. (Dario Fo)

INTRODUZIONE

Il bollettino “Academy Journal, Rivista italiana di management, organizzazione e clinica”, pubblica contributi inediti (ricerche, esperienze, progetti di case management Nazionali, rassegne di aggiornamento, case report, traduzioni ecc.) riferiti alla teoria e alla prassi assistenziale, nel campo della clinica e relativi alle discipline medico-biologiche e sociali, argomenti di organizzazione, di management di economia e politica sanitaria. Gli articoli proposti per la pubblicazione dovranno es- sere inviati via e-mail al seguente indirizzo: emanuele. bascelli@gmail.com oppure utilizzando direttamente il form presente sul sito di ACADEMY CASE MANAGEMENT ITALIA .

NORME EDITORIALI

Il testo degli articoli deve essere digitato utilizzando un programma di video scrittura (Word,Open Of ce, Page) e salvato possibilmente in .doc, su una facciata, con doppia spaziatura (lasciando sulla sinistra un margine di 5 cm). Il testo deve essere il più conciso possibile, compatibilmente con la massima chiarezza di esposizione: non si devono in ogni caso superare le 10-12 cartelle di 30 righe a 60 battute per riga. Gli articoli devono essere accompagnati da un riassunto significativo in italiano, per un massimo di 250 parole. I riassunti devono essere divisi in: Obiettivi, Materiali e Metodi, Risultati, Discussione, Conclusioni. Le gure e tabelle devono essere scelte secondo criteri di chiarezza e semplicità; devono essere numerate progressivamente in cifre arabe ed accompagnate da brevi ed esaurienti didascalie. Nel testo deve essere chiaramente indicata la posizione di inserimento. Diagrammi e illustrazioni, allestiti allo scopo di rendere più agevole la comprensione del testo, devono essere sottoposti alla rivista in veste grafica accurata, tale da permettere la riproduzione accurata senza modi che. Le citazioni bibliogra che devono essere strettamente pertinenti e riferirsi esclusivamente a tutti gli autori citati nel testo. Nel corpo del testo stesso i riferimenti bibliografici sono numerati secondo ordine di citazione; nella bibliografia al termine dell’articolo ad ogni numero corrisponde la citazione completa del lavoro al quale ci si riferisce. La bibliografia dovrà essere redatta secondo le norme riportate nell’Index Medicus. I modelli sotto riportati esempli cano rispettivamente come si cita: un articolo, un libro, un capitolo preso da un libro.

esempio bibliogra a:

1. Calvani M. Monitoraggio e trattamento della fetopatia dia- betica. Rec Progr Med 1982; 72:350-55.

2. Ferrata A, Storti E, Mauri C. Le malattie del sangue (2 ed.). Milano: Vallardi, 1958, pag. 74.

3. Volterra V. Crisi di identità storica ed attuale dello psichiatra. In: Giberti E (ed). L’identità dello psichiatra. Roma: Il Pensie- ro Scienti co Editore, 1982.

Ogni articolo è redatto sotto la responsabilità diretta dell’/degli Autore/i, che dovrà/dovranno rmare l’articolo stesso e fornire i riferimenti anagra ci completi, nonchè l’attuale ruolo, luogo e occupazione professionale. Quando il contenuto dell’articolo esprime o può coinvolgere responsabilità e punti di vista dell’Ente (o Istitu- to, Divisione, Servizi, ecc.) nel quale l’Autore o gli Autori lavorano o quando gli Autori parlano a nome delle stesse istituzioni, dovrà essere fornita anche l’autorizzazione dei rispettivi Responsabili. Gli articoli inviati alla Rivista saranno sottoposti all’esame della redazione e dei collaboratori ed esperti di riferimento per i vari settori. L’accettazione, la richiesta di revisione, o la non-accettazione saranno notificati e motivati per iscritto agli Autori entro il più breve tempo possibile, all’indirizzo e-mail che gli Autori avranno fornito per eventuali comunicazioni. Verrano presi in considerazioni tutti i contributi, che saranno soggetti a refereraggio, valutazione e correzione e la direzione editoriale risponderà non prima dei tre mesi. Se hai un progetto, un’idea, un’ esperienza, e non riesci ad impostarla scienti camente come vorresti, inviacela comunque e ti aiuteremo noi ad impaginarla e proveremo a renderla pubblicabile.

Riferimenti: emanuele.bascelli@gmail.com

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La rivista CMSA today: gratis per te

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Ci impegniamo ad offrire tutto possibile materiale utile alla tua formazione proveniente da fonti scientifiche certe per incuriositi, interessarti e approfondire argomenti utili per il tuo quotidiano lavoro e per i case/care manager italiani che sentono la necessità di informarsi continuamente e liberamente.

Direttamente dal nostro sito web e in formato elettronico pdf, potrai scaricare l’ultimo numero di “CMSA Today” (issue 7 2016), il bollettino elettronico informativo edito dal Case Management Society, con due contributi molto interessanti: “la competenza culturale del case manager” e la “diversità“, argomenti di cui, tempo fa, anche noi ne abbiamo parlato in due news.

Sono approfondimenti culturali molto interessanti e, se dovessimo ricevere molti download e manifestazioni di interesse, procederemo a renderlo disponibile in italiano, sempre qui sul nostro porale web e, ovviamente, sempre gratuito.

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Fallire è un po’ morire. E un po’ no.

Fallire è un po’ morire. E un po’ no.
Perché gli insuccessi, come il colesterolo, non fanno sempre male

Vuoi per l’avanzare dell’età, vuoi perché il contesto sociale famigliare mediatico ti consiglia ripetutamente di porti obiettivi con cui misurarti ed essere misurato, vuoi ancora perché la poetica dell’errore ha preso piede in tutti i filoni della formazione manageriale, mi sono trovato di recente a riflettere sul tema del fallimento.
Non del fallimento cattivo, intendiamoci, ma di quello buono. Un po’ come la storia del colesterolo.
Ho messo in fila tutte le cose in cui non sono riuscito, marchiandole come fallimento.
Viste tutte insieme, mi sono chiesto come facessi a essere ancora qui.
Dopo di che mi sono detto che, forse, sono qui proprio grazie a quei fallimenti.
Ho messo in ordine i ragionamenti suddividendoli in capitoli, che vado di seguito a srotolare.

1. Incertezza
Secondo Bauman, “è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire a essa sia il motore delle attività umane”. Una condizione esistenziale, non evitabile.
Tanto che Voltaire, a sua volta, rincara la dose con un perentorio “L’incertezza è una posizione scomoda. Ma la certezza è una posiziona assurda”. Cosa ci possiamo fare? Probabilmente poco più di prenderne atto e, soprattutto, non subire questa nostra condizione. Possiamo rincorrere certezze, illuderci che ogni nostra azione è un tassello verso la tranquillità, per poi crollare al primo Cigno nero (per stare con Taleb).
Oppure possiamo danzare con l’incertezza, mettendo in conto che questa ci farà sgambetti, ma che noi sapremo non solo rialzarci, ma fortificarci. Proprio grazie ai fallimenti, non nonostante loro.

2. Non c’è successo senza fallimento
I nostri fallimenti e i nostri errori sono infatti le più preziose fonti di informazione: sono vere e proprie lezioni, vissute in prima persona, sulla nostra pelle. E nulla insegna come l’esperienza diretta.
Fare i conti con i fallimenti significa metterli in preventivo senza giudizi morali preconcetti, ma soprattutto senza paura.
O meglio, con la paura che ci permette di essere vigili e di farci meno male possibile, ma con il coraggio di volerla affrontare.
Il valore dei fallimenti si riconosce a posteriori, proprio come i punti da connettere di cui parlava Steve Jobs: guardiamoci indietro e giudichiamo la forza costruttrice dei nostri errori, chiediamoci come hanno contribuito a renderci più forti dopo ogni volta. Per stare con Thomas Edison: “Non ho fallito. Ho solamente trovato 10.000 metodi che non hanno funzionato”.

3. Non c’è fallimento senza successo
Apparentemente è un paradosso, ma il fallimento si misura solo in relazione a un successo definito.
Il fallimento pare quindi descritto per antitesi: non esiste, se non in funzione di una analoga definizione di successo. D’altronde, l’accoppiata successo – insuccesso è eloquente: insuccesso è qualcosa che non è successo, ma che ci auspicavamo. Mentre non si parla mai di infallimento. La soluzione parrebbe a portata di mano: non poniamoci obiettivi, non falliremo. Ma fatti non fummo per viver come bruti.
Dice Jeff Bezos: “Sapevo che se avessi fallito non lo avrei rimpianto. Ciò che avrei rimpianto è il non averci provato”.
Quindi, se vogliamo, in quanto non bruti, raggiungere un obiettivo di successo, è necessario che vediamo il fallimento come un suo mattone costituivo.

4. Le narrazioni del fallimento
Narrare il fallimento, a sé e agli altri, aiuta.
Non è mai piacevole fallire, anche se lo abbiamo messo in conto. Narrare gli insuccessi è il modo in cui le sensazioni escono dalla sfera emotiva e prendono la forma di informazioni, che possono così essere usate come vaccino per ulteriori fallimenti simili – e predisporre il nostro organismo a fallimenti sempre più sontuosi.
Peraltro, le due narrazioni, a sé e agli altri, non devono necessariamente coincidere: usiamo il fallimento in modo strumentale senza remore e senza vergogna, ma cerchiamo di farlo restando sempre intimamente onesti con noi stessi. Altrimenti non stiamo facendo legna (vedere il capitolo successivo).

5. Fare legna
“Il destino fa fuoco con la legna che c’è”, ha scritto Alessandro Baricco.
Il nostro successo, qualunque ne sia la propria personale definizione, è come un fuoco che sarà tanto più alto, intenso e caloroso quanta più legna avremo raccolto nel corso del nostro camminare nel bosco della vita.
Ogni insuccesso è un ciocco; non bagniamolo con inutili lacrime, ma proteggiamolo e facciamolo seccare al sole, per poi scaldarci intorno al fuoco, nel bel mezzo dei gelidi inverni. Con l’occasione, bruceremo anche le metafore di bassa lega, come queste che ho appena usato.

6. Brucofarfallismo
Quel che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.
È un vero insuccesso, la fine del bruco? A giudicare da quello che ne esce, parrebbe di no.
Rimanere in uno stato di bruchismo consapevole può essere la chiave per vivere in armonia con la nostra naturale condizione di incertezza, in una perenne trasformazione in bruchi più verdi e farfalle più colorate.
Perché sono convinto che ciò che il Sommo volesse veramente intendere era:
Fatti foste per viver come bruchi.

Nicola BONORA, imprenditore, Fallire è un po’ morire. E un po’ no. Perché gli insuccessi, come il colesterolo, non fanno sempre male, ‘senzafiltro’, 28 settembre 2016

AcademyCM al Congresso Fadoi-Animo Triveneto 2016

Congresso Interregionale FADOI-ANÍMO Triveneto

Due rappresentanti di Academy Case Management Italia sono stati invitati a relazionare a tre sessioni del congresso interregionale congiunto Fadoi-Animo Triveneto che si terrà a Rovereto presso l’Hotel Nero Cubo il giorno 11 novembre 2016.

Il primo intervento si terrà nella sessione congiunta Fadoi-Animo, “Dentro l’ospedale: i modelli organizzativi” con la relazione “L’evoluzione del case manager nei nuovi assetti organizzativi” esposta Emanuele Bascelli.

Nella Sessione Animo, Emanuele Bascelli relazionerà sul tema “Lean Thinking e l’assetto organizzativo snello per un’appropriata presa in carico” per poi lasciare spazio all’interessante intervento del nostro responsabile Academy  Management Italia area Veneto, Renato Moresco su “PDTA: cosa sono e come si costruiscono”.

INFORMAZIONI

Sede

Hotel Nero Cubo Via per Marco 16 – Mori Stazione 38068 | Rovereto | Italia T. +39 0464 02 20 22 www.nerocubohotel.it

Iscrizioni Congresso FADOI per i Medici

L’iscrizione può essere effettuata compilando la scheda on-line all’indirizzo www.planning.it/eventi selezionando poi l’anno 2016 e l’evento inserito tra quelli in programma nel mese di novembre. I crediti ECM verranno garantiti ai primi 80 soci FADOI iscritti al congresso. La partecipazione è gratuita per i Soci FADOI in regola con la quota associativa 2016. È possibile iscriversi all’associazione FADOI o rinnovare la quota 2016 in sede congressuale presso il desk della segreteria.

Iscrizioni Congresso ANÍMO per gli Infermieri

L’iscrizione al congresso è riservata a 40 Infermieri, può essere effettuata compilando la scheda on-line all’indirizzo www.planning.it/ eventi selezionando poi l’anno 2016 e l’evento inserito tra quelli in programma nel mese di novembre. Quota di iscrizione ANÍMO La partecipazione è gratuita per i Soci ANÍMO in regola con la quota associativa 2016. È possibile iscriversi o rinnovare la quota associativa 2016, di € 30, in sede congressuale solo se i posti sono disponibili. La quota di partecipazione per i non iscritti ANÍMO è di € 100.

Scarica programma

Link diretto iscrizioni

L’Italia non è un paese per meritevoli

L’Italia non è un paese per meritevoli
Potere del merito anziché criterio del merito: ecco perché, nel nostro Paese, si fatica a premiarlo.

di Marika Nesi, da SenzaFiltro, 2016 – www.informazionesenzafiltro.it

Prefazione della redazione di Academy case Management Italia. Ebbene si. Se ne parla da sempre con i “cervelli in fuga” nel nostro bel paese, a tutti livelli organizzativi. E’ una percezione che insiste nella nostra vita osservando alcune dinamiche professionali con avanzamenti di carriera e premi senza un plausibile motivo. Un meccanismo che innesca una terribile forma di demotivazione e, a sentire molti, sembra essere questo uno scenario che spesso si ripete a tutti i livelli. Purtroppo mentre questo accade, assistiamo alla fuga o ancor peggio alla demotivazione dei cosiddetti talentuosi e competenti che potrebbero veramente fare la differenza. Un articolo interessante che fa riflettere.

Dalla politica alle organizzazioni sindacali, passando attraverso la scuola, l’azienda e la pubblica amministrazione. Potere al merito è oggi il leitmotiv dell’occidente post-crisi che, fra biasimi ed entusiasmi, continua a dividere la società in meritevoli e immeritevoli, persone di successo e soggetti mediocri.

Non tutti sanno però che, nell’elaborazione originaria, l’espressione meritocrazia (dal latino merēre, «guadagnare» e dal greco kratos, «potere») è intrisa di valore distopico. Sì, perché il saggio di Michael Young del 1958, The Rise of the Meritocracy, individua in principio una forma di governo, dispotico appunto, nella quale la posizione sociale dell’individuo viene determinata dal QI e dall’attitudine al lavoro.

Insomma, potere al merito e onore al merito, ma senza entrare nel merito degli elementi costitutivi e dei significati del discusso termine. E, mentre l’Italia della Buona Scuola, del Jobs Act e della riforma Madia invoca il patibolo per fannulloni e scansafatiche, ci si chiede se la rottamazione dei vecchi istituti riuscirà davvero a dare vita a una società più equa.

Merēre contro kratos
Ma le differenze fra prestazioni dipendono davvero dalla buona volontà? Secondo il sociologo Carlo Barone, autore del saggio Le trappole della meritocrazia, le cose stanno diversamente. E decenni di letteratura scientifica smentiscono un approccio meramente volontaristico. «Le competenze, le prestazioni e i titoli di studio — commenta Barone — dipendono da fattori come l’origine sociale, etnica e di genere. Fare quindi un discorso individualistico e basato solo sulla buona volontà significa mettere da parte le cause che sono all’origine della possibilità di acquisire determinate competenze».

Nonostante ciò, le ragioni che determinano le differenze fra performance sembrano passare in secondo piano. La ragione? «Nel DNA italiano è assente di fatto una reale attenzione all’equità sociale», sottolinea Barone. «Emblematicamente, l’Italia è fra i Paesi che investe meno nel diritto allo studio. Esiste, quindi, una vera e propria contraddizione fra la retorica del merito, secondo cui la performance dipende da intelligenza e buona volontà e la realtà di un Paese, che non mette in campo politiche atte a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e che, come il genere, l’etnia e l’origine sociale, rischiano di compromettere l’acquisizione del sapere». Ergo, l’esito della performance.

Insomma, merito e pari opportunità non sono concetti di segno opposto. Al contrario. Ed ecco perché, è sempre necessario operare una distinzione fra contesti che promuovono le pari opportunità de iure e situazioni che contrastano atteggiamenti discriminatori de facto.

Secondo Andrea Rapini, Ricercatore Universitario di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, la differenza consiste nelle possibilità di accesso. «I Paesi che sostengono reali politiche di pari opportunità — commenta Rapini — garantiscono anche l’accesso a posizioni di élite a un elevato numero di persone. Nei contesti meno vantaggiosi, al contrario, le élite tendono a riprodursi. Si pensi alla élite accademica: solo l’impiego di dispositivi di pari opportunità, come le borse di studio, può consentire all’individuo di non rimanere inchiodato alla propria classe di provenienza. E di fare sì che, per diventare docente universitario, non si debba essere necessariamente figlio di un altro docente universitario».

«Ma l’Italia è un paese bloccato — prosegue Rapini — e la composizione attuale del nostro Parlamento, che si è chiuso progressivamente, ne è il segno più evidente. Benché in passato il Parlamento italiano fosse costituito da rappresentanti di ceti diversi oggi, invece, è composto in massima parte dai figli delle élite. Tanto che, quando un operaio vi accede, la questione fa notizia. Come nel caso di Antonio Boccuzzi, operaio specializzato alla ThyssenKrupp di Torino negli anni del rogo, che diventò parlamentare in seguito all’incidente che si verificò in fabbrica: Boccuzzi, non entrò in Parlamento come operaio sic et simpliciter, bensì in quanto testimone di un incidente».

Un esempio ulteriore di disattenzione nei confronti di politiche incentivanti nel campo dell’istruzione è rappresentato dal testo sulla Buona Scuola. «La riforma tocca una serie di temi, che spaziano dalla professionalizzazione delle scuole, ai rapporti col territorio, al reclutamento degli insegnanti», puntualizza Barone. «Un tema, però, è totalmente assente: è quello delle politiche sulle pari opportunità, della necessità di garantire pari opportunità di studio a chi proviene da contesti svantaggiati. Si noti: questo tipo di approccio non è caratteristico del governo Renzi, ma si pone in una dimensione di continuità con i governi italiani precedenti. Di destra, ma anche di sinistra».

Diverse competenze, im-pari opportunità
«Oggi il ragionamento sul merito viene portato avanti in modo astratto», prosegue Rapini. «Chi potrebbe negare che è più giusto che progredisca chi è più meritevole, rispetto a chi lo è meno? Bisognerebbe, però, ri-definire nel contempo il concetto di merito, indagando sulle chance reali che le persone hanno nelle loro traiettorie di vita per diventare meritevoli. Nel nostro Paese le diseguaglianze di tipo economico, sociale, culturale, geografico sono tali che, parlare di merito astrattamente e senza calarlo in queste situazioni, comporta un ragionamento di pura retorica».

«Viviamo in un Paese in cui le scuole materne e dell’infanzia — le prime istituzioni formative nella vita dell’individuo — quando presenti sono talvolta parcheggi, attorno ai quali sono presenti situazioni di disagio: tassi di disoccupazione vicini al 30%, istituzioni poco inclusive. Se la realtà del Paese è questa, le chance concrete che certe persone hanno di diventare meritorie sono inferiori rispetto a quelle di persone che nascono in contesti socio-economici che funzionano», chiarisce Rapini.

Ecco perché non è possibile fare un ragionamento concreto sul merito, che non tenga conto delle condizioni su cui il merito si fonda. «Perché il merito si fabbrica, si costruisce socialmente. E non esistono persone che nascono meritevoli», sottolinea Rapini. «Un ragionamento sensato sul merito deve quindi tenere conto delle condizioni tramite cui questo può essere costruito, impegnandosi parallelamente nella rimozione degli ostacoli che impediscono a chi proviene da contesti svantaggiati di emanciparsi». In conclusione, premiare sì il più competente, ma fornendo a tutti pari possibilità di acquisire competenze e titoli di studio.

L’Italia, però, non è un Paese equo. E l’istruzione in Italia non è uguale per tutti. Secondo uno studio OCSE elaborato nel 2015, Does homework perpetuate inequities in education? la scuola italiana è la più discriminatoria d’Europa. Peraltro l’Italia, a pari merito con la Cina, si colloca al vertice delle diseguaglianze fra studenti di condizione socio-economica svantaggiata e studenti di famiglie abbienti. Inoltre, l’Italia è fra i Paesi europei più iniqui a livello di diseguaglianze sociali. Ed è anche uno dei Paesi in cui il reddito viene distribuito in modo meno equo: secondo dati OCSE del 2015, in Italia l’1% della popolazione più benestante detiene il 14,3% della ricchezza. «E una cultura orientata al familismo e alla solidarietà ristretta, poco incline alla solidarietà universalista, rende estremamente complessa l’introduzione di politiche egualitariste e basate sul welfare state», commenta Barone.

«In Italia lo stato sociale comincia ad affermarsi intorno alla metà degli anni Settanta», prosegue Rapini. «La nostra Costituzione prevede formalmente una ricca gamma di diritti sociali e l’art. 3 impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

«Ciononostante, per larga parte del dopoguerra, la Costituzione non viene applicata. Solo negli anni Settanta alcuni diritti sul lavoro, sulla famiglia e sulla salute iniziano a prendere corpo: lo Statuto dei lavoratori (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975), il sistema sanitario nazionale (1978). Solo l’introduzione di queste misure di pari opportunità hanno potuto rendere più concreto il concetto di merito», chiarisce Rapini. E il loro progressivo smantellamento, oggi, dovrebbe fare riflettere su cosa realmente significhi meritocrazia in questo momento. Tant’è che, la meritocrazia e la sua attuale applicazione non sono esenti da trappole.

Secondo Barone, le trappole della meritocrazia possono essere di tre tipi: «In primo luogo, ci si focalizza sul premiare i più produttivi, senza chiedersi cosa c’è a monte delle competenze. In secondo luogo, il giudizio morale: la meritocrazia tende a essere un discorso moralistico, che si basa sul premiare chi merita e punire il pigro, che non si impegna. Ma questa connotazione, evidente nella letteratura e nella stampa è anche evidentemente un’ipersemplificazione della realtà, pericolosa perché dà giudizi morali sulle persone e divide la società in buoni e cattivi, senza tenere conto di quelle cause, alla base delle differenze di prestazione, che esulano dalla volontà degli individui».

«La terza trappola della meritocrazia — prosegue Barone — è rappresentata dal disegno degli incentivi di prestazione, che non sempre si traducono in una maggiore produttività. Gli schemi di incentivazione si basano sull’assunto ingenuo, secondo cui è necessario aumentare il salario al dipendente produttivo e decurtarlo al dipendente meno produttivo. Molti lavori centrali nel pubblico impiego, però, sono essenzialmente basati sulla cooperazione e sul lavoro di gruppo. Nella scuola, nei servizi sociali, nella sanità: il lavoro di équipe è fondamentale e quindi è altrettanto importante promuovere la cooperazione. Un altro rischio degli schemi di incentivazione è legato all’assunto, secondo cui le decurtazioni salariali dovrebbero essere un incentivo a impegnarsi maggiormente. Eppure, nei contesti in cui è stato portato avanti questo discorso, la punizione non ha spronato de facto i meno produttivi a impegnarsi e ha prodotto, al contrario, tutta una serie di effetti collaterali».

«Ad esempio, negli Stati Uniti sono stati introdotti schemi che punivano gli insegnanti nelle scuole in cui gli studenti avevano livelli di apprendimento più bassi e si è osservato che gli insegnanti hanno reagito agli schemi punitivi barando: ad esempio, durante il giorno della prova hanno suggerito agli studenti le risposte esatte, falsificato i risultati o chiesto agli studenti meno capaci di restare a casa. I dibattito sul cheating è presente anche in Italia e l’esito controverso dei test INVALSI ne è un esempio. Per questa ragione, gli schemi di incentivazione devono tenere conto di questi rischi e operare una diagnosi delle cause alla base della performance», conclude Barone.

Crisi del merito e rappresentanza politica: i populismi   «Negli ultimi vent’anni in Europa, e con una recrudescenza negli anni più recenti, si è affermato il populismo, fenomeno che il vecchio continente aveva conosciuto negli anni Trenta del Novecento», sottolinea Rapini. «Il populismo può essere definito come la tendenza del popolo, visto come massa aggregata indistinta e quindi socialmente poco connotata ad affidarsi a leader salvifici. D’altro canto, rovesciando questo rapporto, populismo è anche la tendenza di leader politici di rivolgersi direttamente al popolo, evitando la mediazione di corpi intermedi che, come i partiti e i sindacati, avvicinano gli individui alle istituzioni. Inoltre, il revival del populismo è contemporaneo alla crisi della democrazia, della rappresentanza politica, delle pari opportunità e delle possibilità di accesso delle classi svantaggiate a posizioni di élite. Insomma, alla crisi dello stato sociale. E non è un caso, quindi, che la crisi dei dispositivi, che avevano tentato di ridurre le diseguaglianze, produca il successo del populismo».

«Il fatto che i cittadini si sentano sempre meno cittadini e sempre più esclusi per la crisi di questi dispositivi fa sì che essi proiettino il legittimo desiderio di cittadinanza e ascesa sociale verso leader che sembrano garantire la soluzione ai propri problemi, evocando l’idea di popolo, criticando la democrazia e i dispositivi democratici e rimandando — nel caso del populismo di destra — a soluzioni di tipo autoritario». Ecco perché il rapporto fra meritocrazia, crisi della rappresentanza e revival dei populismi in Europa è così stretto. «Peraltro, è opportuno ricordare – conclude Rapini – che il welfare state nasce proprio in opposizione ai fascismi che, seppure in modo totalitario, avevano garantito l’inclusione sociale alle masse. Inclusione che lo Stato liberale, invece, aveva loro negato. Soltanto il neoliberismo di Margaret Thatcher metterà in discussione questo sistema». Per combinazione, in concomitanza con l’esaltazione del potere al merito.

Insomma, è nella natura del cittadino ambire all’inclusione e alla rappresentanza, anche quando le élite sono chiuse e continuano a riprodursi su se stesse. Sarà questa la ragione, per cui una città come Torino ha scelto, contro ogni previsione, di convertirsi a un movimento che, secondo i detrattori, è privo di un programma politico definito e di un’ideologia di fondo. Un movimento che, al tempo stesso, fa della rappresentanza la propria bandiera. E sembra quasi che, in quest’Italia così disuguale, l’idea retorica e astratta di meritocrazia offra quell’illusione di eguaglianza che però, nella realtà, è di fatto assente.

Come Pensiamo

Origine del pensiero: riflessioni su John DEWEY

L’origine del pensiero sta sempre in una qualche perplessità, confusione o dubbio. Il pensiero non è un caso di combustione spontanea; non accade punto secondo ‘principi generali’. Vi è qualcosa che lo occasiona e lo evoca. I comuni appelli a pensare, rivolti ad un bambino (come ad un adulto), senza tener conto della esistenza o meno, nella sua esperienza, di una qualche difficoltà che lo turbi o che alteri il suo equilibrio, sono altrettanto futili quanto, per così dire, l’invitarlo a sollevarsi da terra reggendosi con i lacci delle scarpe. Data una difficoltà, ciò che ne segue immediatamente è il suggerimento di una qualche via d’uscita; la formazione in via di prova di qualche piano o progetto, l’accoglimento di qualche teoria che dia ragione della peculiarità in questione, la considerazione di qualche soluzione del problema. I dati a disposizione non possono fornire la soluzione, possono suggerirla. (…)

Si è in grado di pensare riflessivamente solo allorquando si è disposti a prolungare lo stato di sospensione e ad assumersi il fastidio della ricerca. Per molte persone, così la sospensione del giudizio, come la ricerca intellettuale, rappresentano una cosa spiacevole: il loro desiderio è di porvi termine il più presto possibile. Esse coltivano un iperpositivo e dogmatico abito mentale; o forse pensano che una condizione di dubbio debba essere considerata come una prova di inferiorità mentale. Questo momento, in cui l’esame e la prova affiorano nell’indagine, segna la differenza tra il pensiero riflessivo ed un cattivo modo di pensare. Per essere genuinamente pensanti, noi dobbiamo sostenere e protrarre quello stato di dubbio che stimola ad una completa ricerca, in modo da non accettare un’idea o asserire positivamente una credenza finché non si siano trovate fondate ragioni per giustificarla. 

Il metodo della ricerca secondo J. Dewey: presupposti

  1. La ricerca è un metodo per la soluzione di problemi
  2. Continuità tra sapere di senso comune e indagine scientifica
  3. Coincidenza tra indagine e pensiero riflessivo

 

La funzione del pensiero riflessivo è quella di trasformare una situazione in cui si è fatta esperienza di un dubbio, di un’oscurità, di un conflitto, o un disturbo di qualche sorta, in una situazione chiara, coerente, risolta, armoniosa” (Come pensiamo, p. 172)

Coincidenza tra “fare ricerca” e apprendere

  1. Nel processo di ricerca le idee hanno un valore strumentale
  2. Il processo di ricerca nasce dall’esperienza e torna all’esperienza.
  3. Il pensiero va educato.
  4. La ricerca è un metodo per la soluzione di problemi

 

Non si dà ricerca senza problemi, o, almeno, dubbi, perplessità. Si dà ricerca, dunque pensiero intellettuale, sforzo cognitivo, quando l’azione risulta bloccata, non si sa che cosa fare, o quando una certa situazione risulta incomprensibile, quando, cioè l’insieme delle idee e delle esperienze che possediamo non sembrano sufficienti a darle significato.

La ricerca è un metodo per la soluzione di problemi. Indica i passi che dobbiamo fare, le operazioni che dobbiamo compiere per giungere alla soluzione del problema. Il metodo non ci assicura la soluzione ma solo un impiego corretto dei mezzi che abbiamo a disposizione. Tali mezzi sono: l’esperienza pregressa (dell’individuo e della cultura di appartenenza) che comprende anche le idee e le teorie che possiamo ritenere opportune alla soluzione e che si attagliano all’oggetto o al fenomeno su cui stiamo indagando, l’attenta analisi del fenomeno che stiamo indagando, una modalità di pensiero di tipo ipotetico-deduttivo.

Continuità tra sapere comune e sapere scientifico

La ricerca scaturisce sia da bisogni pratici che intellettuali (da leggere i tre esempi proposti da Dewey in Come pensiamo, pp.162-164 )

Il modo con cui tentiamo di risolvere problemi è lo stesso sia che i problemi siano di tipo pratico sia che siano di ordine scientifico. Il tipo di problemi non intacca il metodo che noi dobbiamo seguire. Se caso mai sono i mezzi di cui ci serviamo per la risoluzione che variano. Ma il modo con cui noi impieghiamo tali mezzi, il metodo, è lo stesso. Nel caso dei problemi pratici possiamo ricorrere a un sapere di senso comune, e cioè a quell’insieme e di significati che fanno parte dell’esperienza propria di un certo gruppo culturale in un certo momento della sua storia. Nel caso di problemi scientifici dobbiamo ricorrere alle teorie scientifiche, anch’esse storicamente determinate.

La scelta di prendere una decisione professionale, clinica, oppure per la stessa vita ha un meccanismo simile, alimentato sempre e costantemente dal dubbio.


John Dewey (1859-1952) è stato un filosofo e pedagogista statunitense. È stato anche scrittore e professore universitario. Ha esercitato una profonda influenza sulla cultura, sul costume politico e sui sistemi educativi del proprio paese. È stato anche scrittore e professore universitario. Intervenne su questioni politiche, sociali, etiche, come il voto alle donne e sulla delicata questione dell’ingiusta condanna degli anarchici Sacco e Vanzetti. (da Wikipedia)

LA SODDISFAZIONE LAVORATIVA DEL CASE MANAGER, CARE MANAGER E CARE/CASE MANAGER

La soddisfazione: una survery sulla qualità percepita.

Riceviamo e diamo massima diffusione di una survery che una nostra collega sta realizzando a seguito del master in case/care management. La collaborazione e il sostegno, come in ogni attività della vita di tutti i giorni è certamente importante, anche in questo  progetto di ricerca e invitiamo tutti i case/care a dare un piccolo apporto.

..Basta veramente poco.

La direzione scientifica editoriale AcademyCM | Emanuele Bascelli|


DISEGNO DELLO STUDIO

Introduzione: La figura del Case/Care Manager, è una nuova figura manageriale infermieristica inserita in un contesto multidisciplinare, dove la collaborazione con diverse figure professionali è indispensabile per garantire efficacia/efficienza, qualità dell’assistenza ma con particolare sguardo al contenimento dei costi.
Come per tutte le figure sanitarie manageriali e non, la soddisfazione lavorativa ricopre un ruolo fondamentale per permettere al Case Care Manager di impegnarsi a pieno nel suo lavoro, raggiungere gli obiettivi aziendali, ma soprattutto svolgere in modo completo, professionale ed umano il proprio lavoro.
La soddisfazione lavorativa è un costrutto complesso e multidimensionale perché diverse sono le variabili che lo influenzano: l’individualità professionale (ad es, età, sesso, livello di educazione), quella culturale (ad es. credenze e valori), quelle sociali(ad es. le dinamiche del gruppo, le relazione formali ed informali), quelle organizzative (ad es. le politiche del personale, la struttura dell’organizzazione, la tecnologia, i sistemi di gestione) e quella ambientale.

Obiettivo: valutare la soddisfazione lavorativa negli infermieri case/care managere in che modo le variabili indipendenti di tipo individuali (strategie di coping, variabili socio-demografiche; adattamento emotivo) e di tipo sociali (benessere organizzativo) influenzino la soddisfazione lavorativa del campione identificato.

Metodologia: Questo studio è una ricerca quantitativa esplorativa con disegno di tipo trasversale. Verrà somministrato un questionario al nostro campione di ricerca attraverso Google Drive, verrà distribuito in modalità diretta e verrà pubblicato sui siti della Associazioni Nazionali Case e Care Manager. L’analisi dei dati avverrà con l’ausilio di Microsoft Excel, SSPS 20 e analisi descrittive inferenziali delle variabili

Risultato atteso: Misurazione della modalità in cui le variabili individuali e le variabili sociali influenzino il livello di soddisfazione lavorativa dell’ infermiere CCM.


Buongiorno!

Faccio parte di un gruppo di infermieri che sta frequentando il master di Case Care management all’università di Parma.
Stiamo indagando sulla soddisfazione lavorativa del Case manager/Case Care Manager/Care Manager.
Se ricopre una di queste posizioni, potrebbe darci una mano compilando il nostro questionario?
Il questionario è on line e richiede circa 10 minuti.
Non esistono risposte giuste o sbagliate, ma solo risposte che rispecchiano (o che si avvicinano a) la sua personale opinione ed esperienza.
Le garantiamo che i questionari compilati saranno ricevuti e analizzati in forma ANONIMA.

Grazie della vostra preziosa collaborazione e ad Academy Case Management che mi ha permesso di pubblicarlo sulla loro pagina!

Ivana Marinoni

il link al questionario: clicca qui