CORONAVIRUS: pericolo per l’umanità.

Coronavirus: conosciamoli meglio.

I coronavirus appartengono ad una vasta famiglia di virus, noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Coronavirus Sono virus RNA, che al microscopio elettronico assumono un aspetto simile ad una corona.

 La sottofamiglia Orthocoronavirinae della famiglia Coronaviridae, è classificata in quattro generi di coronavirus (CoV):

Alpha-, Beta-, Delta– e Gammacoronavirus

Il genere del betacoronavirus è ulteriormente diviso in cinque sottogeneri tra i quali il Sarbecovirus.

Tali virus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo ed alcuni animali compresi uccelli e mammiferi, e le cellule bersaglio primarie sono rappresentate da quelle epiteliali del tratto respiratorio e gastrointestinale.

Ad oggi, i coronavirus che hanno dimostrato di essere in grado di infettare l’uomo sono:

Coronavirus umani comuni: HCoV-OC43 e HCoV-HKU1 (Betacoronavirus) e HCoV-229E e HCoV-NL63 (Alphacoronavirus). Possono causare raffreddori comuni ma anche gravi infezioni del tratto respiratorio inferiore.

Altri Coronavirus umani (Betacoronavirus): SARS-CoV, MERS-CoV e 2019-nCoV.

Il nuovo coronavirus (nCoV) è un nuovo ceppo di virus che non è mai stato precedentemente identificato nella specie umana. In particolare quello denominato 2019-nCoV., non è mai stato identificato prima di essere segnalato a Wuhan, in Cina nel dicembre 2019.

L’11 febbraio 2020 l’OMS ha annunciato che la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus è stata chiamata COVID-19. La nuova sigla è la sintesi dei termini CO-rona VI-rus D-isease e dell’anno d’identificazione, 2019.3.

Come altre malattie respiratorie, l’infezione da nuovo coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie e le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete e malattie cardiache.

Sono necessarie maggiori informazioni per meglio comprendere le modalità di trasmissione e le manifestazioni cliniche di questo nuovo virus, tuttavia è stata ormai dimostrata la possibilità di trasmissione da persona a persona sia in Cina sia in altri paesi.

La fonte di questo nuovo virus non è ancora nota: pertanto, a tutt’oggi sarebbe prudente ridurre il rischio generale di infezioni respiratorie acute durante i viaggi verso o dalle aree colpite.

La cosa certa è che alcuni coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario. Il nuovo coronavirus infatti, è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata.

La via primaria è rappresentata dalle  goccioline del respiro delle persone infette ad esempio tramite:

  • la saliva, tossendo e starnutendo
  • contatti diretti personali
  • le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi

In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale.

Normalmente le malattie respiratorie non si tramettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.

Il nuovo coronavirus è quindi un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto con le goccioline del respiro delle persone infette, ad esempio quando starnutiscono o tossiscono o si soffiano il naso. È importante perciò che le persone ammalate applichino misure di igiene quali starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso e gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso e lavare le mani frequentemente con acqua e sapone o usando soluzioni alcoliche.

In base ai dati finora disponibili, le persone sintomatiche sono la causa più frequente di diffusione del virus.

Attualmente il nuovo coronavirus sta circolando in Cina dove è segnalato il maggior numero di contagi. Negli altri paesi la maggioranza dei casi riportati, appartiene a chi ha effettuato recentemente un viaggio in Cina.

Il periodo di incubazione ovvero il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici, pare variare fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni.

Tra i principali consigli da adottare ricordiamo i seguenti:

  • lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni a base di alcol per eliminare il virus dalle mani;
  • mantenere una certa distanza (almeno 1 metro) da altre persone, in particolare quando tossiscono o starnutiscono o se hanno la febbre, poichè il virus come detto è contenuto nelle goccioline di saliva e può essere trasmesso col respiro a distanza ravvicinata;
  • evitare di toccare occhi, naso e bocca, perché le mani possono toccare superfici contaminate dal virus e il virus stesso si potrebbe trasmettere dalle superfici al corpo.
  • Normalmente le malattie respiratorie non si tramettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.

Al momento, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se si ha il sospetto di aver contratto il nuovo coronavirus e comunque in presenza di sintomi quali tosse o starnuti, nonchè di posticipare i viaggi non necessari in aree a rischio della Cina.

Purtroppo essendo una malattia di nuova insorgenza, al momento non esiste un vaccino ne quantomeno un trattamento terapeutico specifico e le previsioni per crearne uno ad hoc pare siano piuttosto lunghi.

Nel frattempo continuano ad aumentare i contagi in Cina: nelle ultime 24 ore sono stati registrati 4.633 nuovi casi e 121 decessi portando il bilancio totale dei morti a circa 1.400 e i casi di contagio confermati in tutto il mondo sono 64.437 di cui 63.855 nella Cina continentale.

Tutto ciò sta creando specie nella popolazione cinese una psicosi non indifferente, al punto da portare ad uccidere cani ed altri animali in strada, perchè ritenuti erroneamente fonte di contagio. Per non parlare poi della crisi dei mercati cinesi, sempre più in ribasso gravando in questo modo sull’impatto dell’intera economia mondiale.

Maggiori informazioni sull’epidemia sono riportate e aggiornate in tempo reale sul  sito dell’OMS mentre sulla pagina del CDC si possono trovare maggiori informazioni di utilità agli operatori sanitari.

Facilitare le dimissioni difficili

Interessante l’esperienza fatta da alcuni colleghi dell’Ospedale S.Giovanni Addolorata di Roma, rispetto agli strumenti ed alle strategie organizzative atte a facilitare le dimissioni difficili del paziente geriatrico.

Nel ringraziare gli autori Santina Piazza, Lorenzo Palleschi, Suor Sebastian Ancykutty, Emanuela Colelli, Antonella Leto, diamo notizia del loro prezioso contributo.

 

 

 

ABSTRACT

BACKGROUND

Nel reparto di geriatria dell’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, nel periodo che va dal 1° giugno 2015  al 31 dicembre 2016, emerge una media di 8,7 giorni di degenza nonché una percentuale di pazienti con problematiche di dimissione difficile trasferiti in struttura, pari al10%, con una media di degenza di 11,8 giorni.

AIM

Lo scopo del progetto è quello di ridurre le giornate di degenza e gestire con maggiore appropriatezza le dimissione difficili  dei trasferimenti  in struttura.

METHOD

La metodologia utilizzata ha previsto l’inserimento nel reparto di geriatria dell’Ospedale San Giovanni Addolorata  di Roma di:

– un Infermiere Case Manager

– Valutazione Multidimensionale (VMD)

– Scheda di raccolta dati per pianificare il percorso di dimissione

RESULTS

Dal 1° febbraio 2017 è stato introdotto nel reparto di Geriatria un Infermiere con formazione in case management.

Si è provveduto all’applicazione della  Valutazione Multidimensionale (VMD) e all’utilizzo di una  scheda raccolta dati per la pianificazione della dimissione, ottenendo  su un campionamento di 178 pazienti con etá media intorno agli 84 anni  e nel periodo compreso tra febbraio e aprile 2017,  i seguenti risultati:

  • Degenza media su 178 pazienti  di 7,7 giorni. Pazienti con punteggio Brass mediamente intorno a 16,4;
  • Degenza media dei pazienti dimessi al domicilio (107 in totale) di 7,1 giorni.   Pazienti con punteggio Brass mediamente intorno a 15,1;
  • Degenza  media nelle dimissioni difficili di pazienti trasferiti in struttura (17 paz. ) di 9,5 giorni.  Pazienti con punteggio Brass mediamente intorno a 21,6;
  • Dimissioni con cod.5 e cod.6 – dimissione protetta e visita in ambulatorio (20 paz.)  con  degenza media di  5,8 giorni. Pazienti con punteggio Brass mediamente intorno a 12.

Per i dimessi al domicilio con l’unità valutativa dei centri di assistenza domiciliare – CAD (8 paz.) la degenza media è stata di 11,87 giorni con punteggio Brass di 22,8.

 

CONCLUSION

L’introduzione di un infermiere dedicato e con formazione acquisita nell’ambito del case management, l’utilizzo della VMD e l’impiego di una scheda per la pianificazione della dimissione, hanno contribuito  ad  una riduzione dei giorni di degenza  da 8,7  a 7,5 per i pazienti dimessi al domicilio, da 11,8 a 9,5 giorni per i pazienti che si recano in struttura  e ad organizzare per i pazienti con punteggio Brass più alto, una dimissione al domicilio con  l’unità valutativa dei centri di assistenza domiciliare – CAD.

La percentuale dei pazienti che sono stati trasferiti in struttura si “conserva” attorno al 10% ma le giornate di degenza risultano essere diminuite significativamente.

Questo lavoro in abstract è stato  pubblicato nella rivista Geriatric Care nel giugno scorso e durante il congresso della Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT) è stato presentato un Poster descrittivo di questo interessante studio.

 

 

Academy CM al congresso Nazionale ANÍMO

 Il metodo lean, così come viene definito in ambito dei servizi sanitari, anche se conosciuto principalmente come metodo Toyota, è stato sistematizzato negli anni novanta da Daniel Jones e James Womack a conclusione di un programma di ricerca promosso dal MIT, Massachusetts Institute of Technology.

La ricerca, mettendo a confronto il modo di funzionare delle aziende americane rispetto a quelle giapponesi, evidenziò che i principi tradizionali della produzione di massa erano stati superati da altri in grado di rispondere, in maniera più efficace, alle richieste del mercato.

I nuovi principi vanno sotto il nome di lean production, ovvero produzione snella, una definizione che cerca di esprimere il significato profondo di un approccio teorico in grado di valorizzare la flessibilità, attraverso la realizzazione di strutture organizzative agili, e la partecipazione attiva delle persone al processo lavorativo.

La letteratura scientifica sostiene che il lean thinking, pur fondandosi su principi molto semplici e agevolmente riproducibili offre interessanti risultati di qualità in particolare se misurati dal punto di vista del paziente.

 

 

Di “Lean Organization” e su come poter sviluppare e implementare tale stile gestionale nelle organizzazioni sanitarie, parlerà Emanuele Bascelli di Academy, in una sessione parallela del XII Congresso Nazionale ANÍMO che nella splendida cornice di Sorrento, il 13 e il 14 maggio affronterà tematiche di alto interesse sul ruolo assistenziale degli Infermieri in Medicina Interna.

Seguici sul sito e sulla pagina facebook: ti terremo aggiornato.

 

 

Progetto di revisione organizzativa: dal Functional Nursing al Modular Nursing

Progetto di revisione organizzativa: dal Functional Nursing al Modular Nursing

a cura di Fabio Trecca

Abstract

Il dinamismo del sistema sanitario e l’interessante produzione di studi, ricerche e progetti arricchiscono le modalità attraverso cui “fare” e organizzare l’assistenza infermieristica.

Nel presente progetto è stata attuata un’efficace politica di changes of nursing organitation che ha permesso di garantire non solo la centralità  della persona e la personalizzazione degli interventi ma, ha consentito agli stessi operatori, di poter esprimere maggiormente la loro professionalità e di poterlo fare con maggiore controllo, sicurezza e soddisfazione professionale.                                                                                   La correlazione esistente tra soddisfazione professionale (employee satisfaction) e modello organizzativo assistenziale adottato, è uno degli obiettivi di questo progetto.

 

Leggi il progetto completo: clicca nel link di seguito – MODULAR NURSING –

 

Intensità di cura e strumenti di classificazione

111sinossi a cura di  Roberto Cagnazzo

Sempre più diffusa è l’organizzazione dell’ospedale in un nuovo modello che prevede aree distinte, secondo l’intensità di cura e di assistenza, allo scopo di aumentare l’appropriatezza dei ricoveri.

L’aumento della domanda di salute, il modificarsi dei bisogni della popolazione e lo sviluppo della rete territoriale ha portato ad una profonda revisione del ruolo dell’ospedale che diviene sempre più luogo di gestione delle acuzie.

All’ospedale “moderno”, organizzato per livelli di intensità di cura e di assistenza, si chiede di mettere al centro la persona e le sue necessità e di aprirsi al territorio per permettere la continuità delle cure per periodi di lunga durata.

L’Ospedale per intensità di cura intende la presa in carico dei pazienti in termini di complessità del quadro clinico e di intensità di assistenza e vede la presenza di “setting” non più suddivisi in reparti secondo le discipline dei vari professionisti, ma organizzati in base alle esigenze di cura dei pazienti.

Il trattamento ai vari pazienti, consegue ad una valutazione di instabilità clinica associata a determinate alterazioni dei parametri fisiologici e alla complessità assistenziale.

Entrambi sono parametri interconnessi tra loro, ma non sempre sovrapponibili.

Difatti alcuni pazienti clinicamente stabili hanno una complessità assistenziale molto alta; al contrario pazienti ad elevata instabilità clinica, presentano invece una bassa complessità assistenziale.

E’ quindi necessario che siano identificati criteri di passaggio, accesso ed esclusione per i diversi livelli di cura nonché  strumenti di valutazione in grado di permettere una prima differenziazione della criticità, complessità, dipendenza assistenziale e valutazione del rischio di un rapido deterioramento clinico, in modo da individuare coloro che necessitano di cure ad alta, media e bassa intensità e favorire l’allocazione iniziale nel setting più  adeguato e i successivi trasferimenti in relazione al cambiamento delle condizioni del paziente.

 

L’Instabilità clinica è correlata all’alterazione dei parametri fisiologici  (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura corporea, livello di coscienza, saturazione dell’Ossigeno) e permette di identificare il rischio di un rapido peggioramento clinico o di morte.

Viene in genere valutata con gli Early warning scores. Raffigurata in figura la scala MEWS (MODIFIED EARLY WARNING SCORE) in cui i pazienti  vengono stratificati in:

  • BASSO/STABILE (score 0-2)
  • MEDIO/INSTABILE (score 3-4)
  • ALTO RISCHIO/CRITICO (score 5).

 

 

Altra variante è data dalla scala NEWS (NATIONAL EARLY WARNING SCORE) che pone attenzione sul riconoscimento tempestivo della gravità e dell’appropriatezza di intervento.

Il NEWS, come tutti i sistemi EWS e come si evince dalla figura rappresentata di seguito, si fonda su sei misurazioni di parametri fisiologici, ovvero:

  • frequenza respiratoria
  • saturazione dell’ossigeno
  • temperatura corporea
  • pressione sistolica
  • frequenza cardiaca
  • stato di coscienza

 

 

Layout 1

 

 

Il punteggio è determinato però da sette parametri complessivi a cui viene attribuito un valore numerico a seconda di quanto ci si discosta dalla fisiologia normale; ai sei già citati va ad aggiungersi l’eventuale utilizzo di O2 tp.
In definitiva, ad ognuno dei sei parametri fisiologici si attribuisce un punteggio che ne riflette la compromissione. I sei punteggi vengono quindi sommati e, nel caso sia necessaria l’ossigenoterapia, si aggiunge il valore numerico di 2.

 

Il punteggio NEWS fornisce 3 livelli di allerta clinica:

  • basso: punteggio da 1 a 4
  • medio: punteggio da 5 a 6, oppure un punteggio pari a 3 per un singolo parametro che significa la variazione estrema di quel parametro che viene segnalato in “rosso” della carta di osservazione
  • alto: punteggio ≥7.

La regione Toscana ha tradotto il documento originale sul NEWS che il Royal College of Physicians ha commissionato all’Acute Medicine Task Force, stilando un documento regionale di indirizzo nell’ambito della collana “Linee Giuda-Regioni”, che rappresenta un importante strumento di lavoro per l’implementazione di questo score di allerta precoce, nell’ambito dei progetti di riorganizzazione per intensità di cura.

 

Per quanto riguarda la complessità assistenziale studi fatti in questi anni hanno dato luce a diversi metodi di misurazione.

Riportiamo di seguito i principali strumenti a nostra disposizione.

IDA (Indice di dipendenza assistenziale): determina l’impegno assistenziale  su di una serie di variabili di dipendenza determinate da un punteggio in grado di valutare la complessità attraverso l’impegno del professionista in base ad un cut-off che individua  i pazienti ad alta complessità assistenziale se rientrano nel punteggio da 7 a 11, a media complessità da 12 a 19, a bassa complessità se invece il punteggio è compreso tra 20 e 28.

 

L’utilizzo sinergico della scala MEWS e della scala IDA va a costituire il sistema Tri-Co (Triage di corridoio) in cui come già detto la valutazione del grado di gravità e di dipendenza viene misurata grazie a due sistemi a punteggio, uno medico (MEWS – Modified Early Warning Score) ed uno infermieristico (IDA, Indice di Dipendenza Assistenziale).

ICA (Indice di Complessità Assistenziale ideata da Bruno Cavaliere) I parametri presi in considerazione per lo sviluppo dello studio in argomento, si identificano con le prestazioni di competenza infermieristica, indicate dal modello delle prestazioni e ne misurano la complessità in relazione all’espressione del continum salute/malattia; in altre parole individuano le finalità che l’infermiere deve realizzare rispetto alla prestazione stessa, mediante la sua comparazione con la condizione dell’individuo rispetto al soddisfacimento dei bisogni di assistenza infermieristica.

Lo strumento consiste nella compilazione di un gruppo di schede di “Rilevazione dell’Indice di Complessità Assistenziale”, cui è unito un protocollo di linee guida, nonché nell’elaborazione dei dati ricavati.

Il metodo ICA è un sistema integrato multidimensionale capace di rispondere efficacemente al problema della misurazione della complessità assistenziale intesa come: classe di gravità  dell’utente (problema di salute), complessità dell’offerta assistenziale (obiettivi e interventi di cura ) e grado di “criticità organizzativa” (risorse necessarie e tipologia degli interventi).

Nella metodologia ICA la complessità assistenziale viene misurata indagando l’utente che riceve le cure, il professionista che garantisce gli interventi e la struttura organizzativa in cui devono essere garantite le cure.

Fornisce un sistema completo d’informazioni per supportare i professionisti nella stesura dei “Piani di assistenza personalizzati”.

In particolare fornisce informazioni per migliorare la qualità delle cure attraverso un approccio “managed care”, impiegando lo strumento del Clinical Pathway, attraverso i “modelli di pianificazione”.

Questo approccio consente di definire con maggiore precisione l’offerta assistenziale e il  monitoraggio dell’esito del “prodotto” raggiunto (prescrizione, esecuzione e raggiungimento degli obiettivi). Propone un metodo di calcolo per analizzare il “carico di lavoro” e la determinazione del fabbisogno, proponendo un indicatore rispetto alla “priorità d’intervento”. Valuta la tipologia dei “costi” fornendo informazioni dettagliate che consentono di realizzare progetti di riorganizzazione dell’efficienza dei modelli organizzativi rispetto agli standard di cura proposti rendendoli maggiormente sostenibili.

 

ica

La metodologia degli indici di complessità assistenziale è data da:

  • Strumenti di sistema: Dizionari degli interventi, modelli di raccolta dati e modelli di pianificazione
  • Indicatori: Indice di Complessità Assistenziale (ICA), Classe di Gravità (CdG), Peso intervento (PI), Livello di Priorità intervento (P), Indice di Criticità di Struttura (ICS)
  • Strumenti gestionali: carico di lavoro, determinazione del fabbisogno di personale, pesatura degli interventi e valutazione del ricovero
  • Strumenti operativi: pianificazione ed esecuzione interventi e programmazione del carico di lavoro per priorità di intervento

Questo metodo si fonda sui dizionari degli interventi e senza questo elemento la metodologia non può essere implementata.

Ogni disciplina (infermieristica, riabilitativa, ostetrica, etc.) e/o settore di macro-attività (inteso come ambulatoriale, sala operatoria, etc) ne definisce uno proprio.

I dizionari degli interventi hanno la seguente struttura:
• un titolo, che ne definisce la disciplina di riferimento e il campo di applicazione

  • le categorie, che consentono di definire le macro-attività (bisogni, modelli di salute, prestazioni infermieristiche, i domini, etc). Per ognuna di esse vengono definiti gli interventi o le azioni di assistenza.

Ogni intervento (derivante da una tassonomia validata, come ad es la Nursing Intervention Classification) è associato a diversi elementi che consentono di descriverne le caratteristiche. Ad ogni intervento viene attribuito un Peso Intervento (PI) che viene determinato attraverso un algoritmo esclusivo ed originale proprio della metodologia, con otto items che analizzano le seguenti caratteristiche:

  • il livello di competenza
  • il tempo
  • il livello di priorità esecutiva
  • la tecnica esecutiva,
  • l’organizzazione e la logistica
  • il rischio clinico
  • la tecnologia/apparecchiature
  • la tecnica relazionale.

L’ICA viene calcolato attraverso la sommatoria degli interventi a maggior peso di ogni categoria del dizionario defli interventi utilizzato.

Un dizionario con 11 categorie ha un valore ICA massimo pari a 55, mentre un dizionario con 5 categorie ha un valore massimo pari a 25, ma tutti e due i dizionari utilizzano la stessa codifica per determinare la Classe di Gravità (CdG), che può assumere sempre un valore tra 1 e 5.

Questo metodo è stato implementato ad oggi anche in molte aziende ospedaliere italiane poiché offre, attraverso il software, la valutazione di diversi parametri tra cui anche l’analisi dei costi.

 

–  IIA (INDICE DI INTENSITÀ ASSISTENZIALE)

Questo modello focalizza l’attenzione sui concetti di bisogno specifico di assistenza di prestazione infermieristica nonché di azione e di atto infermieristico che la compongono esplicitando le finalità a cui tendere nel soddisfacimento del bisogno della persona (indirizzare, guidare, sostenere, compensare e sostituire).

L’IIA è formato da 10 differenti dimensioni ciascuna valutata con un punteggio da 1 a 4 per “sintetizzare” la condizione del paziente (da autonoma a dipendente) dal punto di vista infermieristico. La scheda di rilevazione è così costituita:

1) nella parte iniziale sono richiesti i dati dell’Azienda Ospedaliera, la data di rilevazione e le informazioni identificative del paziente;
2) seguono 10 caselle in cui sono state dettagliate le condizioni del paziente che determinano la presenza di un bisogno di assistenza infermieristica. Ogni elemento è contraddistinto da un numero (1, 2, 3, 4) che ne identifica immediatamente l’intensità assistenziale specifica;
3) in ogni casella è previsto uno spazio (altro) in cui è possibile annotare elementi diversi da quelli predefiniti, senza l’inserimento di alcun punteggio. Alle 10 caselle segue un griglia riassuntiva finale dove viene indicato, per ogni bisogno di assistenza infermieristica, il valore più alto rilevato durante la valutazione del paziente.

Nell’ultima riga viene riportato il numero di volte che il parametro è stato indicato e l’IIA complessivo attribuito al paziente risulterà essere quello che ricorre con maggior frequenza.

iia

Il progetto sopradescritto prevede che per ogni paziente l’IIA sia valutato due volte nel corso della degenza:

La prima valutazione nelle prime 24 ore dal ricovero, la seconda valutazione il terzo giorno del ricovero.

Secondo gli autori di questo strumento l’IIA consente di fornire una visione della persistenza della dipendenza della persona assistita in quanto, finché tutti i singoli bisogni non sono risolti, l’IIA continua ad indicare la necessità di intervento infermieristico. Potrà diminuire solo se i punteggi più frequenti si riducono, indicando così il miglioramento delle condizioni del paziente.

L’IIA può variare da 1 a 4, indicando i seguenti livelli dipendenza dall’assistenza infermieristica:

Indice 1= la persona è autonoma nel soddisfacimento del bisogno → intensità assistenziale bassa

Indice 2= dipendenza minima della persona → intensità assistenziale medio-bassa

Indice 3= dipendenza elevata della persona → intensità assistenziale medio-alta

Indice 4= forte grado di dipendenza o dipendenza totale → intensità assistenziale alta

 

MAP (Modello Assistenziale Professionalizzante): è il modello proposto dalla Federazione Nazionale Collegi IPASVI, che pone l’attenzione sul paziente e sulle variabili cliniche che incidono sulla complessità.

Il metodo MAP nasce in Italia nel 2007 dal lavoro di tre giovani Dottori Magistrali di Scienze Infermieristiche, supportati da un metodologo, uno statista ed un informatico.

Lo studio pilota, condotto nel 2007 nella Regione Piemonte, ha coinvolto pazienti ricoverati in regime ordinario e di one-day surgery.

In seguito, tra il 2008 e il 2009, grazie anche al sostegno della Federazione Nazionale dei collegi IPASVI, si è avviata una sperimentazione multicentrica “MAP” che ha interessato oltre 126 Presidi tra Aziende Sanitarie pubbliche e private del territorio Nazionale.

Il MAP è un sistema per la classificazione dei pazienti basato sulla analisi della complessità, in grado di fornire una visione globale della persona, della sua malattia, delle sue risorse individuali e dell’ambiente più favorevole al suo recupero con il fine ultimo di garantire il raggiungimento del massimo grado di autonomia possibile.

Formato da due strumenti di valutazione, il MAP consente di individuare il carico assistenziale (attraverso uno score che distingue pazienti a complessità BASSA, MEDIO-BASSA, MEDIO-ALTA, ALTA)  ed il correlato numero di risorse umane (Infermieri ed OSS) utile ad erogare le prestazioni necessarie.

È uno strumento di valutazione articolato, che indaga la COMPLESSITÀ DELLA PERSONA analizzandone le oltre 60  DIMENSIONI che la connotano (suddivise in DIMENSIONE DELLA STABILITA’ CLINICA, DIMENSIONE DELLA RESPONSIVITA’ E DIMENSIONE DELL’INDIPENDENZA) ed il CONTESTO in cui si situa, consentendo di:

– definire le condizioni di salute dell’assistito

– identificare i bisogni assistenziali e definire gli interventi appropriati

– definire le azioni proprie dei “professional” e quelle attribuibili ad altri operatori

– definire il grado di INTEGRAZIONE professionale

-definire il grado di coinvolgimento del Caregiver.

Con questo metodo di calcolo, in cui  i dati vengono inseriti in una tabella e successivamente sommati, è possibile quindi ottenere una misura non solo della complessità assistenziale di ogni singola persona ricoverata, ma anche del tempo da dedicare alle prestazioni clinico-assistenziali e di conseguenza, delle risorse umane necessarie a garantire il servizio.

Essendo costituita da circa 216 voci, i tempi per la compilazione risultano piuttosto lunghi

map-rTuttavia, dal momento che la raccolta dati è molto dettagliata, può  sostituirsi all’ accertamento infermieristico all’ ingresso del paziente o in alcuni casi può essere modificata e ridotta (MAP-r) a seconda delle peculiarità dei vari setting.

 

Con questo metodo di calcolo, in cui  i dati vengono inseriti in una tabella e successivamente sommati, è possibile quindi ottenere una misura non solo della complessità assistenziale di ogni singola persona ricoverata, ma anche del tempo da dedicare alle prestazioni clinico-assistenziali e di conseguenza, delle risorse umane necessarie a garantire il servizio.

 

NEMS: (Nine Equivalent of Manpower Score): metodo veloce e semplice nella compilazione adatto per le Terapie Intensive. Permette di misurare il carico di lavoro identificando le risorse infermieristiche necessarie in rapporto alle effettive necessità di ogni paziente.

nemsComposto da nove indicatori a punteggio va da 9 a 46 e deve essere rilevato attraverso tre calcoli giornalieri e a fine turno lavorativo (1 punto equivale a 10 minuti di assistenza per turno da otto ore mentre 46 punti equivalgono ad una necessità giornaliera di 1440 minuti di assistenza).

Dalla somma degli indicatori deriva un punteggio collocato nei tre livelli assistenziali; si identifica così il rapporto infermiere/paziente ottimale per quel malato.

 

strumenti-di-valutazioneMolti altri sono gli strumenti di classificazione a nostra disposizione che possono essere d’aiuto per individuare il livello di cura previsto per quel paziente.

 

 

 

 

Quello che è bene ribadire è che è importante collocare il paziente giusto nel setting più adeguato, graduando l’intensità di cura ad ogni persona assistita, modulando così risorse, competenze e professionalità, in modo da rispondere ai differenti gradi di instabilità clinica e di complessità assistenziale ricordandosi nel contempo, che una buona gestione del carico di lavoro permette di erogare la giusta assistenza, al paziente giusto e nel momento in cui è necessaria.

 

 

“Neoplasia e invecchiamento, il case manager infermieristico nel percorso senologico”.

“Neoplasia e invecchiamento, il case manager infermieristico nel percorso senologico” – Tesi di laurea di E. M. Della Giustina

ABSTRACT

La tesi ha l’obiettivo di dimostrare, nel complesso mondo dell’anziana malata di cancro mammario, l’importanza del ruolo che ricopre la figura dell’infermiere case manager all’interno del percorso senologico.

Attraverso la ricerca bibliografica e sulla base dei risultati di studi scientifici, si è dimostrato che gli infermieri possono sviluppare interventi infermieristici specifici per soddisfare le esigenze delle donne anziane con cancro al seno. Gli infermieri possono utilizzare il modello di Nurse Case Management per pianificare e gestirne il trattamento di cura.

Ci sono molte sfide da affrontare per una donna anziana e la sua famiglia quando c’è una diagnosi di cancro al seno. 

Utilizzando l’ICM si può influenzare il paziente più anziano e la sua famiglia ad adattarsi alle molteplici sfide connesse con la diagnosi e il trattamento del cancro al seno e gli ICM possono fare la differenza sui risultati di donne anziane affette da tale patologia.

Si è inoltre misurato la sofferenza della donna anziana con K. della mammella, definita dalla comunità scientifica internazionale con il termine distress – “spiacevole esperienza emotiva multifattoriale di natura cognitiva, comportamentale, emozionale, sociale, e/o spirituale in grado di interferire con la capacità di affrontare efficacemente la malattia tumorale, i suoi sintomi e il trattamento” e i cui risultati sul campione trattato affermano che il punteggio di distress è degno di attenzione clinica.

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NHS: cosa pensano gli Infermieri del Regno Unito

Safe-Staffing
Interessante lo studio condotto nel Regno Unito, dove circa 10.000 Infermieri hanno espresso il loro parere rispetto al National Health Service (NHS) ovvero il Sistema Sanitario del Regno Unito.
I dati emersi invocano a gran voce come l’NHS necessiti di un miglioramento della qualità della Sanità che nel corso degli anni ha subito un’involuzione nella qualità delle cure.
L’aumento della popolazione anziana con il conseguente aumento della domanda di ricovero, i tagli ai finanziamenti, la carenza di personale infermieristico rappresentano le problematiche emerse dai colleghi britannici intervistati.
Visualizza l’articolo integrale pubblicato dal Royal College of Nursing  e buona lettura – clicca qui.